Lanciandosi un sorriso ogni tanto, le ragazze del tavolino accanto conversano fitto d’un misterioso argomento. La più bella indossa un corpetto pastello elasticizzato ai fianchi che allunga ancor più le sue curve appena accennate, da sirena. Fuori della vetrata del ...
Lanciandosi un sorriso ogni tanto, le ragazze del tavolino accanto conversano fitto d’un misterioso argomento. La più bella indossa un corpetto pastello elasticizzato ai fianchi che allunga ancor più le sue curve appena accennate, da sirena. Fuori della vetrata del bar, un grande albero ripara un sottobosco di tavolini, coca-cole e avventori molto compresi nel relax pomeridiano. Intanto il nostro supersucco è arrivato. Abbiamo preso a chiamare così i bicchierozzi di denso, delizioso frappè di mango, papaya o avocado di cui è divenuta nostra missione effettuare il controllo qualità in ogni bar d’Etiopia. Per appena otto birr, meno di cinquanta centesimi di euro, abbiamo deciso di non privarci di nulla. Non di questo momento di requie dalla polvere e dall’ossido di carbonio degli obsoleti minibus bianchi e blu dove i passeggeri siedono compatti. O dai mendicanti, sfrattati dalla clinica ortopedica per casi disperati, che si spostano sui marciapiedi come ragni, alternandosi a quelli dalle vuote orbite bianche, forse schiavi accecati dopo una storica sconfitta il cui ricordo sta svanendo assieme ai caratteri metallici rubati ai monumenti. O, ancora, dai morti viventi avvolti in sudici sudari che ingrombrano i marciapiedi. Chissà, forse da quei bozzoli informi uscirà un giorno una bellissima anima, ma la trasfigurazione dei diseredati di Addis Ababa sembra remotissima. Chi è cambiato sono io: adesso, finalmente, so quanto pesa lo sguardo dei diseredati sulla mia persona, quello sguardo che s’era finora fermato alle pagine dei giornali. Scappavo chiudendo la porta dell’auto mentre fuori i bambini battevano e tendevano la mano, come da noi si fa solo con le celebrità. Non sapevo d’essere un privilegiato per saper leggere e scrivere e per poter comunicare col vasto mondo – anche se non in amarico.
I saggi divulgativi sulla pasticceria, sulle basi della letteratura e sull’uso del pc del sedicente Mega Bookstore accanto (appena uno stanzone, in verità) suscitano tenerezza. Per la vendita occorrono quattro persone: alla prima consegno i libri per lo scarico dall’inventario, la seconda incassa l’ammontare, la terza infila i libri in un sacchetto e, all’uscita, l’ultima controlla lo scontrino. C’è anche un volumetto, sovvenzionato da una fantomatica setta, che lancia fulmini e saette contro Sodoma annunciando il castigo a venire in assenza di una pronta conversione. E, forse, ne ha di che: lo studente di biologia col quale avevo attaccato bottone aspettando che la sauna pubblica, frequentatissima da ambedue i sessi, decidesse quel giorno se aprire o no (non c’era acqua fredda, sosteneva la cassiera), ha sentito la necessità, di punto in bianco, di rivelarmi di essere omosessuale. Buono a sapere che la pluralità della natura non sia un effetto della perdita di orientamento della civiltà occidentale ma si presenti anche nei più diretti discendenti dei nostri antenati che, muovendo proprio da queste terre, hanno conquistato tutto il pianeta. Gli etiopi ora sono determinati a conquistarsi il diritto di vivere – che in molti casi vuol dire sopravvivere. Come negli anni cinquanta ci si illuminavano gli occhi a dollaro in presenza di un americano, così per loro lo straniero, il “farangi” – richiamo costante al quale controbatto con “hàbescia”, “autoctono”, zittendone alcuni – è uno scrigno di birr che attende solo di essere forzato. E con quale tenacia ci provano! E quale soave pace è la pausa del supersucco, lontani dalle pressanti richieste di elemosina, di accettare una sedicente guida o una corsa in taxi. Ma certo non posso imbrattarmi la faccia di lucido da scarpe per sfuggire all’assalto al farangi, tanto più che spesso, senza una guida – anche una ragazzina che abbia capito cosa si voglia visitare può bastare – è impossibile localizzare chiese, tombe e musei, tanto fitto è l’intreccio delle stradine di Harar, tanto rare sono le indicazioni lungo le strade di Addis Ababa, tanto sprovveduto è reso il farangi da quell’alfabeto così decorativo da meritare di figurare su magliette e poster ma che rimane, ahimé, indecifrabile