Dancalia, un luogo da rispettare

Visitare la Dancalia era un sogno. Purtroppo l'ho realizzato con ritardo. Da almeno due anni la lava del vulcano Erta Ale è sparita (chissà se ritornerà). Le carovane di cammellieri sono quasi sparite sostituite da camion...
 
Partenza il: 14/11/2019
Ritorno il: 25/11/2019
Viaggiatori: 1
Spesa: 4000 €

Visitare la Dancalia era un sogno. Purtroppo l’ho realizzato con ritardo. Da almeno due anni la lava del vulcano Erta Ale è sparita (chissà se ritornerà). Le carovane di cammellieri sono quasi sparite sostituite da camion. Per fortuna il Dallol con i suoi colori meravigliosi è sempre ancora uno spettacolo.

Tour in gruppo 14/11/19 – 25/11/19

Partecipanti: io, in compagnia di altre 12 persone, più accompagnatore dall’Italia

Cambio valuta: 100 BIRR ~ 3.70 €

Prologo:

Qualche anno fa avevo visto in tv un documentario sulla Dancalia. Un posto fuori dal mondo, di cui non avevo mai sentito parlare e che dà l’idea di essere l’accesso dell’inferno. Le immagini viste in tv mi hanno letteralmente affascinato.

Gennaio 2019. Sono a Ghale Gaun, uno sperduto villaggio nepalese, e chiacchierando con il gruppetto di persone con cui sto viaggiando butto lì che mi piacerebbe andare a vedere con i miei occhi la Dancalia. E Valentina, che pur essendo giovane ha girato mezzo mondo, ci è stata e racconta del viaggio. Molto scomodo, impegnativo e anche abbastanza costoso. Ma assolutamente indimenticabile. Valentina mi dà i riferimenti dell’agenzia di viaggi con cui è andata lei (Compagnia del Mar Rosso di Milano). Tornato dal Nepal chiamo e mi dicono che sono in programma due viaggi: uno a Novembre e uno a cavallo di Capodanno, ma sono già pieni entrambi. Verso la tarda primavera c’è una rinuncia per il viaggio a fine anno, ma ho già altri programmi. A ottobre ci ho già messo una pietra sopra quando ricevo una mail in cui mi comunicano che una persona iscritta al viaggio di Novembre ha dovuto rinunciare e quindi c’è posto. Un paio di giorni per verificare di poter fare questo viaggio e poi la decisione di iscrivermi. Costo 2990€ più circa 250 tra visto, mance, extra. Non è poco per un viaggio che prevede qualche notte in alberghetti modesti, due notti su brandine in tenda e due notti addirittura sotto le stelle.

Francamente non capisco quali voci di spesa facciano crescere così il costo. Per andare 12 giorni in Namibia con volo Ethiopian che, rispetto a questo viaggio Milano – Addis Abeba, ha fatto in più la tratta Addis Abeba-Windhoek , con il soggiorno in strutture lussuose e con pasti ottimi abbiamo speso meno.

Ma è un posto particolare (vedi note finali).

Se volete avere un’idea visiva della Dancalia potete accedere al mio canale Youtube a questo link: https://www.youtube.com/watch?v=ICO0_EP3JQU

Giovedì 14 novembre 2019

Giorno di partenza. I bagagli sono pronti. Check in on line fatto. Non resta che partire e sciropparsi la noiosa autostrada fino a Malpensa. Prenotato il posto al GPparking (35€ posto scoperto). Alle 15 sotto un cielo grigio piombo, pioggia battente, 5°C, le cime oltre i 700 metri imbiancate parto alla volta di Malpensa. In A4 si va a velocità moderata e alle 17 sono al GPparking di Somma Lombardo e alle 17:30 ai banchi Ethiopian Air Line dove incontro altri 9 del gruppo e l’accompagnatore. Altri 3 saliranno a Roma. A Milano il Boeing 777 è quasi vuoto. A Roma si riempie come un uovo.

Venerdì 15 novembre 2019

Il volo procede tranquillo senza particolari scrolloni. Verso l’1 am CET ci rifilano un vassoietto tutto sommato commestibile. Poi si tenta di dormire un po’. Quando manca un’ora all’arrivo portano la colazione. Dai finestrini si vede l’alba africana ricca di sfumature di colori accesi. Alle 4.50 ora italiana, 6.50 ora etiope arriviamo a destinazione. Coda abbastanza lunga per avere il visto, cioè un timbro che costa 44€ per un mese. Recuperati i bagagli finalmente verso le 8.45 si esce. Ci sono gli autisti e Yonas, la guida etiope, che ci aspettano con le jeep e partiamo. Ma ci fermiamo quasi subito per fare colazione in un ristorante. Ci portano dei frittelloni sottili che si mangiano col miele e un tè caldo (un po’ speziato). Gli avanzi della colazione Yonas li mette in un sacchetto di nylon per portarli via e ripartiamo. Ci infogniamo subito in un bel traffico. Si procede a rilento. Guardando dal finestrino si nota una notevole varietà di stili architettonici che vanno dalla catapecchia semidiroccata al lussuoso edificio tutto luccicante. Addis Abeba ha 6 milioni di abitanti (e tutta l’Etiopia 110 milioni). E si vede! C’è gente ovunque. Finalmente usciamo dalla città e la velocità aumenta. Ci fermiamo per pranzo in un ristorante abbastanza bello lungo la strada e poi via verso Kombolcha. Il paesaggio che scorre di fronte è simile a tanti paesaggi di collina. Molto verde, alberi, coltivazioni di cereali. Un po’ monotono. Nei pressi dei villaggi si vedono bambini, alcuni anche molto piccoli (direi sui due-tre anni), che portano sulla schiena a mo di zaino taniche, legna, fieno. Ad un certo punto gli autisti si fermano alla “finestra di Menelik” a Debre Sina dove c’è una colonia di babbuini gelada dal pelo lungo con una strana macchia rossa e bianca sul petto. Il capobranco è un bel bestione dall’aria poco socievole. Fatta qualche foto ricordo ripartiamo.

La strada asfaltata è sovente occupata da una notevole quantità di mucche, vitelli, zebù, dromedari, asinelli, capre, pecore, galline (poche), umani di varie età tra cui bambini che sbucano all’improvviso, tuk tuk (le motorrette taxi) che fanno le manovre più fantasiose. Così è impossibile viaggiare un po’ spediti. La cosa curiosa è che tutti gli erbivori invece di andare nei prati brucano erba sul bordo della strada. Si vede che i gas di scarico dei vari motori diesel e dei motori a due tempi dei numerosissimi tuk tuk rendono più saporita l’erba. Comincio ad essere piuttosto stanco. Alle 18 arriviamo all’hotel un po’ di chilometri prima di Kombolcha. Finalmente una doccia calda, seppure un po’ approssimativa a causa del soffione intasato dal calcare. La camera non è male. Molto spartana. E come sempre nei paesi poco sviluppati il punto debole è l’idraulica. Lo sciacquone del wc non va, ma con un intervento di manutenzione lo rimetto un po’ in sesto. Per cena ho provato lo shirò, un piatto tipico locale che consiste in una vellutata di ceci e berberè. Il berberé è un ingrediente chiave delle cucine eritrea ed etiope. E’ una miscela di spezie, la cui composizione è tradizionalmente: peperoncino, zenzero, chiodo di garofano, coriandolo, ruta comune, ajowan (cumino d’Etiopia) e può comparirvi anche il pepe lungo. Lo shirò si mangia con pane injera, una specie di grossa crepes spugnosa leggermente acidula fatta con il teff un tipico cereale coltivato in Etiopia e introvabile in Occidente. Poi nel letto con l’obiettivo di rimettermi in sesto.

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