Sopra le nuvole bianche e sfilacciate c’è una superstrada azzurra che porta al sole. Non c’è dubbio: è il classico sole dell’est, pallido e timido. D’un tratto sprofondiamo nelle nuvole e mi accorgo che non sono poi così bianche, ma ...
Sopra le nuvole bianche e sfilacciate c’è una superstrada azzurra che porta al sole. Non c’è dubbio: è il classico sole dell’est, pallido e timido. D’un tratto sprofondiamo nelle nuvole e mi accorgo che non sono poi così bianche, ma di un grigio-topo velenoso, come il veleno di Chernobyl. Stiamo per atterrare, all’aeroporto ci sarà Katerina ad attendermi, ma ora, dal finestrino dell’aereo, vedo un immensa distesa di campagna e dacie, dacie e campagna. E’ tutto marrone, anche il verde ha un colore terreo, sembra quasi avere paura a mostrarsi in tutto il suo splendore, come il giallo del sole. Due strade parallele: colori e gente dell’Est. Potenzialità enormi soffocate da un’aria pesante. Un viaggio, DA MINSK A SVETLOGORSK, PASSANDO PER JILIHOVO Sceso dall’aereo e recuperati i bagagli, mi perdo in un lungo abbraccio con Katerina e suo padre, Ghennadi. Prendiamo il bus che ci porterà dall’aeroporto a Minsk in un’oretta di viaggio. La casa è molto piccola: un corridoio di un paio di metri, con il bagno alla sua destra, dove bisogna togliersi le scarpe, per non sporcare i tappeti che ricoprono il pavimento della sala da pranzo, una stanza abbastanza grande che comunica con la camera di Katerina e suo fratello Vitali, ora in Irlanda a lavorare. La cucina è un buco di 5 metri quadrati, con un frigorifero eternamente vuoto e un piccolo balcone che si affaccia su un vialetto alberato poco distante dalla fermata della metropolitana, Pushkinskaya. Ghennadi è un uomo robusto, onesto,dai lineamenti marcati, ma con la pelle un po’ afflosciata sulle guance rosse, i capelli neri con macchie di grigio qua e là e gli occhi piccoli, molto chiari, quasi grigi e luccicanti che tradiscono l’amarezza per una vita andata un po’a puttane. Lo ricordo nel mio cuore come una persona umile, semplice, onesta e dignitosa, a dispetto dei suoi bicchieri di vodka, che lo rendevano bambino e irresponsabile. Da 15 anni è divorziato con Aleksandra, ma questa è un’altra storia. Aleksandra è una bella donna, decisa, un’ingegnere dai capelli tinti biondo-platino, gli zigomi sporgenti, denti bianchi e occhi verdi di cristallo. Una donna che ha sofferto una triste giovinezza in una campagna di Minsk di 40 anni fa, tra fratelli alcolizzati, padre suicida e madre impazzita sotto i colpi di una vita dimenticata. Raissa è bassa, il naso lungo e un sorriso perenne che nasconde un’anima violentata da un pianto amaro.
In quel piccolo palazzo vivevano 6 famiglie, se ricordo bene, e tutti aspettavano di vedere l’italiano. Per me era molto imbarazzante e credo proprio che la mia timidezza sia stata fraintesa con un’apparente superbia. Ma non era così, perché io avevo un rispetto enorme per quella gente, vedendo in loro le sofferenze e le amarezze che anche noi italiani, in tempi non troppo lontani, abbiamo dovuto combattere e sopportare.
Il mio viaggio inizia da qui.
La via principale di Minsk è molto bella, i palazzi, del governo e non, sono nuovi, maestosi, imponenti, e sorvegliano i 17 km del corso principale, attraversati da BMW e Mercedes, con il loro sguardo solenne; le luci illuminano i tanti negozi lussuosi che scintillano lungo il corso: profumerie, gioiellerie, elettrodomestici, abbigliamento, gallerie d’arte, teatri...Una via. Purtroppo ci sono altre centomila strade a Minsk nascoste nell’ombra dell’oblio, avvolte nella nebbia e spezzate dal gelo. Strade sconnesse, strade misteriose, strade percorse da uomini e donne che non ridono mai, strade che puzzano di vodka, strade di maniaci e strade di bambini, strade, comunque strade. E a queste strade non guarda nessuno