Patagonia - Un orizzonte senza fine

“… Richiamando le immagini del passato, scopro che le pianure della Patagonia si ripresentano con insistenza ai miei occhi; eppure quelle pianure sono considerate da tutti squallide e inutili. Le si può descrivere soltanto con caratteri negativi; senza case, senza ...

  • di Bruno Visca
    pubblicato il
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  • Viaggiatori: in gruppo
 

“... Richiamando le immagini del passato, scopro che le pianure della Patagonia si ripresentano con insistenza ai miei occhi; eppure quelle pianure sono considerate da tutti squallide e inutili. Le si può descrivere soltanto con caratteri negativi; senza case, senza alberi, senza montagne, producono soltanto alcune piante nane.

Perché allora, e ciò non accade soltanto a me, questi aridi deserti mi si sono impressi così fortemente nella memoria? Perché non hanno prodotto un’uguale impressione le pampas, più piane, più verdi, più fertili e utili all’umanità? Non saprei analizzare questi sentimenti, ma essi devono dipendere in parte dal libero corso dato all’immaginazione.

Le pianure della Patagonia sono sconfinate, perché sono difficilmente percorribili, e perciò sconosciute; tutto fa pensare che siano rimaste immutate per millenni e che tali rimarranno nel tempo...” Charles Darwin ,Viaggio di un naturalista intorno al mondo Ripensando ai viaggi fatti nelle pianure patagoniche, a bordo di autobus di linea, su strade sterrate, non posso fare a meno di evocare emozioni e ricordi analoghi a quelli descritti da Darwin nel suo racconto del rapporto che ebbe con questi luoghi nel 1834, nel corso del suo viaggio intorno al mondo effettuato dal 1831 al 1836, a bordo della nave Beagle comandata dal capitano Robert Fitz Roy. Ricordi di spazi immensi battuti dai venti dove crescono solo rari arbusti spinosi, con scarse vie di comunicazione e pochi villaggi distanti tra di loro centinaia di chilometri; ma luoghi così inospitali e selvaggi producono un fascino irresistibile su chi, come me, cerca di sfuggire alle mete del turismo tradizionale. La Patagonia è però un paese di forti contrasti e quindi, a paesaggi così poco ospitali, affianca laghi e fiumi azzurri, verdi boschi, montagne innevate e ghiacciai che spingono i loro fronti nelle acque di grandi laghi. Forti contrasti si notano anche nelle condizioni climatiche e nella gestione del territorio: in poche ore si può passare dal caldo estivo al freddo intenso con forti venti, spesso anche accompagnati da precipitazioni nevose. A pochi chilometri di distanza convivono zone altamente sfruttate dal punto di vista turistico ed altre completamente desertiche dove la presenza umana è, o totalmente assente, o talmente rada e ben integrata nell’ambiente e nella natura da farne parte anch’essa. Forse è giusto dare a tutti la possibilità di visitare luoghi di bellezza e fascino indescrivibili, quindi collegarli con strade e sfruttarli turisticamente nel pieno rispetto dell’ambiente; non posso però fare a meno di pensare come sarebbe affascinante poterli ammirare in tutto il loro splendore selvaggio, come li ha visti Alberto Maria De Agostini quando, nella prima metà del 1900, esplorava queste terre.

Scoperta da Magellano nel 1520, la Patagonia ospitò stabili insediamenti spagnoli e gallesi solo dalla seconda metà dell’800. L’attuale regione, nella cartografia del XVI secolo, era indicata col nome di “Terra gigantum”; il nome deriva dall’impressione che l’incontro con gli indigeni aveva provocato in Magellano ed in Pigafetta che, nelle loro relazioni di viaggio, chiamavano gli abitanti del posto “Patagoni” per le impronte lasciate dalle loro calzature (“patagones” significa letteralmente “piedoni”). Dalle relazioni lasciate da viaggiatori ed esploratori, si riconoscono due gruppi di popolazione: uno settentrionale, a nord dello stretto di Magellano, i Tehuelche e uno meridionale, gli Ona, insediati nella terra del fuoco

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