Buenos Aires, alla ricerca di memorie dolenti

Da Foz, in Brasile, stasera partiamo per Buenos Aires, 20 ore di viaggio su strada. Per buona sorte, nel pullman iperconfortevole con l’aria condizionata raggelante, mi tocca il primo posto al piano alto, proprio davanti all’enorme vetrata. Così mi guardo ...

  • di Valev
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: in gruppo
    Spesa: Da 500 a 1000 euro
 

Da Foz, in Brasile, stasera partiamo per Buenos Aires, 20 ore di viaggio su strada. Per buona sorte, nel pullman iperconfortevole con l’aria condizionata raggelante, mi tocca il primo posto al piano alto, proprio davanti all’enorme vetrata. Così mi guardo il tramonto rosato in questo sottile nastro d’asfalto, ondulato su mille collinette, fra piantagioni, piccoli villaggi, piccole città, eucalipti ed araucarie. Non dormo per non perdere lo spettacolo. Mi appisolo verso mattina e mi sveglio alla periferia di Buenos Aires: scomoda, nebbiosa, fredda. Attorno alla stazione dei pullman un quartiere di case malmesse e strade grigie, la gente che si dirige veloce e addormentata verso la subte.

Ci sistemiamo sommariamente al Portal del Sur, in Hipolito Irigoyen. É un fabbricato stile liberty, quattro piani su un patio e il bar sotto il tetto. La stanza è minuscola ma confortevole. Però intendiamoci: se volete dormire la notte, evitate di venire qui. Fra la musica all’ultimo piano e le risate del primo, la possibilità è totalmente esclusa. Così mi faccio una settimana di insonnia e alla fine sono leggermente euforica. Anche perchè le giornate sono entusiasmanti. Dichiaro subito il mio amore a prima vista per Buenos Aires! E’ molto europea, colta e raffinata. C’è una quantità di librerie, e fra tutte consiglio quella “de Avila”, all’angolo fra Alsina e Bolivar, vecchiotta con un piano sotterraneo di libri usati notevole. Ovviamente poesia e letteratura ispanoamericana di ogni genere.

Poi ci sono chiese barocche ma semplici, quiete e cupe, con certi crocifissi tristissimi, che paiono soffrire di nostalgia. In generale i portegni sembrano europei in esilio. Tutti hanno un nonno, un prozio, un antenato italiano. Ed ho sentito diverse persone biasimare aspramente la decisione dei loro avi di emigrare: “Potevo stare a Roma, adesso, a Genova...A Capri”. Una tradizione che resiste è quella dei caffè, punto di ritrovo intellettuale e letterario: dal celebre Tortoni, in av. De Mayo, con le statue dei famosi frequentatori ma ormai piuttosto turistico, ai più modesti e periferici, come il Margot nel quartiere di Boedo, al raffinato La Scala de S.Telmo, con annesso piccolo teatro. Assaggiate, a colazione, le sottili, gustose medialunas. In più, a Baires c’è l’atmosfera, le vie solitarie, i negozietti bui, la gente che si fa il segno della croce davanti alle chiese. Un misto di intelligenza, voglia di riscatto e rassegnazione. E il tango, quello ballato per strada o nelle piccole milonghe. Date un’occhiata a quella di fronte ai grandi magazzini Abasto.

Dunque, appena arrivati, ci dicono che nella chiesa di Santa Cruz, nel barrio di S. Cristobal, subte General Urquiza, c’è una manifestazione convocata d’urgenza: un ragazzino del Movimento Nacional Chicos del Pueblo è stato sequestrato per alcune ore e minacciato da uomini armati. La chiesa è in stile gotico, la visiteremo in tutti i suoi anfratti qualche giorno dopo: bellissima dall’alto dietro l’altare. E’ stata costruita dai Missionari Passionisti di S. Paolo della Croce, quelli che hanno la casa-madre sul Monte Argentario, per intenderci. Ora è piena di gente e sembra di stare nel ’68. Uomini coi capelli lunghi e un pò grigi, facce intense, donne con le calze grosse e la sottana lunga. Rimango incredula. Parla per primo Alberto Morlacchetti, il coordinatore dei Chicos del Pueblo, che ogni anno organizza una marcia dei bambini contro la fame. Sì, perchè in Argentina c’è una quantità di poveri totali, di gente che ha fame. Però non è come in altri paesi in cui questo fenomeno è del tutto manifesto. Qui ci sono vasti quartieri ricchi e della media-piccola borghesia che mettono in secondo piano le “villas miserias”, la versione locale delle favelas. Parla anche un sacerdote della congregazione di Don Orione, dalla quale era seguito il ragazzino rapito. E’ visibilmente pallido e preoccupato. Poi ci presentano padre Carlos, il parroco, da cui torneremo diverse volte e che ci racconterà la storia della chiesa di Santa Cruz durante gli anni della dittatura. Per chi non lo sapesse, in Argentina c’è stato negli anni dal ’76 all’83 un feroce regime militare, comandato dal generale Videla (quello che qualche giorno fa è stato rispedito in carcere dagli arresti domiciliari, nonostante sia vecchissimo: ben gli sta a questo gemello di Pinochet)

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