Tunisia d’inverno: una gemma nel Sahara a due passi dall’Italia

Viaggio in solitaria tra città e deserti tunisini, sulle tracce di fenici, romani, ottomani, arabi, francesi e anche di George Lucas...
 
Partenza il: 23/12/2016
Ritorno il: 04/01/2017
Viaggiatori: 1
Spesa: 1000 €

Viaggiare è la mia piu grande passione, una vera ragione di vita. Viaggio appena ne ho l’occasione, non importa se vicino, lontano, lontanissimo, da solo, in coppia, con amici…. Negli anni mi sono creato una mappa su cui mi annoto tutti i luoghi interessanti che scopro in internet, tv, libri o per sentito dire, e il mio sogno è che piano piano riuscirò a vederne, se non tutti, almeno la maggior parte. Se vi interessasse dare un occhiata alla mia mappa (sentitevi liberi di scrivermi per segnalare altri posti che mi sono sfuggiti!) la trovate a questo link: https://www.google.com/maps/d/viewer?mid=1wgdiLntLID1Ik5NEFW8jiRmXAmU&hl=it&ll=-3.81666561775622e-14%2C0&z=1

Può sembrare strano, ma a volte per assaporare paesaggi, culture e usanze estremamente diverse da quelle­ a cui siamo abituati non serve andare all’altro capo del mondo, ma bastano un paio di ore di volo dalla nostra penisola. Il Nordafrica è stato da sempre un ponte tra culture, e lasciandosi alle spalle il Mediterraneo si ha la sensazione di avere davanti un’intero continente da scoprire, forse il più misterioso e ancestrale tra tutti.

Per queste vacanze di Natale la mia scelta inizialmente era caduta sul Marocco, avevo voglia di “uscire” un po’ dal mondo e godermi un trekking di una settimana sul Jebel Saghro, bellissimo e semisconosciuto gruppo montuoso che divide le verdi oasi delle vallate a est di Marrakech dai vasti erg desertici dell’Algeria. Purtroppo però nessuna delle guide locali che sono riuscito a contattare, indispensabili per affrontare l’itinerario, aveva già in programma escursioni con altri partecipanti, e affrontarne da solo i costi iniziava a diventare proibitivo. Anche i posti liberi sugli aerei iniziavano a scarseggiare man mano che le date si avvicinavano. E’ quasi d’impulso che ho allora optato per una meta alternativa: la Tunisia interna. Anche qui è possibile trovare stupende oasi, deserti di montagna, erg sabbiosi, vivaci città e importanti resti archeologici, e Dicembre è uno dei mesi migliori per assicurarsi cieli sereni, clima mite e… probabilmente i datteri migliori del mondo! In molti mi hanno fatto osservare che poteva essere una scelta “pericolosa”. Premetto subito che questo Paese non sta attraversando il suo momento migliore. Gli ultimi anni sono stati decisamente burrascosi: nel 2011 la Tunisia è stata la prima tra gli stati islamici a rivoltarsi per guadagnare la democrazia dando un importante slancio alla “Primavera Araba”, ma non tutto è andato per il meglio e i gruppi più radicali hanno subito cercato di approfittare del caos per imporre il loro controllo.

Nel 2015, gli attentati armati al Museo del Bardo a Tunisi e sulle spiagge di Susa non hanno certo migliorato la situazione di una nazione che sopravvive soprattutto grazie al turismo europeo. In questo clima confuso, è stato facile per i più disagiati farsi sedurre dagli estremismi, situazione dimostrata dal fatto che alcuni dei recenti attentati in Francia e Germania fossero collegabili, tra gli altri, anche a cittadini tunisini. Vi chiederete allora perché ho deciso di andarci proprio ora. Beh, i motivi sono principalmente due: in primo luogo non credo che in questo contesto una città europea sia né più né meno sicura di una tunisina (specialmente a Natale…). In ogni caso, informandomi, è risultato che le zone più “delicate” sono quelle sulla costa nord, verso il confine algerino, e i passaggi desertici verso la Libia, entrambe zone che non avevo in programma di attraversare. Il secondo motivo è che spesso si fa un gran parlare di immigrazione e di differenze religiose e culturali senza aver mai vissuto sulla propria pelle la realtà che sta dall’altra parte, e volevo approfittare di questa stagione di scarso turismo per entrare veramente in contatto con le persone del posto ed ascoltare le loro storie, capire cosa sta cambiando e cosa ci si puo’ aspettare dai prossimi anni. Passando al lato organizzativo, ho deciso di prenotare soltanto il volo e la prima notte a Tunisi, consentendomi il massimo della flessibilità e dell’improvvisazione seguendo un’itinerario di massima che avrebbe toccato Tunisi, Sfax, Tozeur, Douz, Tataouine e Kairouan per poi tornare a Tunisi. Per tutto il resto mi sono affidato alla mia guida Mondadori (ottima e aggiornata) e, ovviamente, all’aiuto dei locali.

Per l’ingresso in Tunisia, ai cittadini italiani non è richiesto il visto, basta firmare una carta turistica gratuita in aeroporto e farsi fare un timbro sul passaporto (soluzione da preferire) o, per chi ne è sprovvisto, su un modulo che viene rilasciato all’arrivo e che va allegato alla carta d’identità. A livello linguistico, a seconda della zona in cui ci si trova la questione cambia molto: L’arabo è la lingua ufficiale e la più parlata, affiancata dal francese che però non tutti padroneggiano in modo fluente. A Tunisi in molti, soprattutto i venditori in strada, parlano tranquillamente in italiano, mentre l’inglese è la lingua che i ragazzi preferiscono per “allenare” la loro curiosità verso i visitatori. Gli abitanti dei villaggi più isolati, e in generale le persone anziane, parlano soltanto arabo o addirittura berbero, ma ogni volta la barriera linguistica viene superata dalla loro apertura e disponibilità. Per il cambio valuta, come al solito, ho preferito prelevare direttamente in Dinari appena atterrato (cambio circa 1€=2,4 TND). I dinari sono suddivisi in millim (millesimi) ma spesso i prezzi vengono espressi in migliaia o centinaia, e senza virgole, creando a volte un po’ di disorientamento: ad esempio, un biglietto del treno da Tunisi a Sfax del costo di 13,250 dinari viene espresso a voce come treize-mille-deux-cents-et-demi. Un modo tutto francese di complicarsi la vita. Scherzi a parte, le carte di credito non sono per niente diffuse, quindi sono partito con una scorta di qualche centinaio d’euro da usare in caso di emergenza. Costo totale del viaggio circa 950€, di cui: – 280€ per il volo (Torino-Roma-Tunisi con Alitalia, Tunisi-Malpensa con Tunisair); – 220€ per i vari pernottamenti; – 50€ per gli spostamenti con mezzi pubblici; – 200€ per le escursioni in deserti e montagne; – 200€ tra cibo, ingressi, mance, souvenir, varie ed eventuali.

23 DICEMBRE: TUNISI

Mi sveglio molto presto. Un po’ perchè devo essere in aeroporto in tempo per il mio volo delle 6:50. Un po’ perchè, come al solito, quando so di dover partire per un posto nuovo sono talmente elettrizzato da scattare come una molla al primo suono della sveglia. La mattina è tranquilla e mite, e dopo un breve scalo a Fiumicino mi imbarco sul volo che mi porterà per la prima volta in Africa. Come spesso faccio, ho deciso di leggere il minimo indispensabile su quello che troverò nei vari luoghi che ho in programma di visitare. Preferisco che si lascino scoprire da sé, piano piano, con i loro ritmi. E proprio i ritmi tunisini sono la prima cosa che mi ricordano che sì, ho fatto solo poche centinaia di chilometri dall’Italia, ma questa è Africa: non bisogna avere fretta. Al controllo passaporti i pochi sportelli aperti formano code interminabili, e alcuni militari continuano a spostare le persone da una fila all’altra senza una vera logica. Un gruppetto di ragazze tunisine, in fila con me, mi sorride dandomi il benvenuto nella loro nazione. Mi raccontano che studiano a Parigi e stanno rientrando per le vacanze invernali, come molti altri giovani che sognano un futuro lavoro in Francia e Italia. Dopo quasi un’ora di coda, posso finalmente passare al ritiro bagagli, ma il nastro del mio volo non è più indicato e il mio zaino non c’è da nessuna parte. Probabilmente la mia espressione è visibilmente perplessa, tanto che un uomo del personale mi vede e capisce subito che cerco proprio lo zaino da montagna che poco prima aveva stipato nel suo gabbiotto. Prossimo passo, prelevare i Dinari al bancomat, stavolta senza problemi. Ora non resta che trovare il bus che porta in centro, ma la cosa si fa ardua quando le indicazioni portano ad un’uscita bloccata da lavori in corso, e alcuni mi dicono di uscire dall’altro lato, alcuni di salire al piano delle partenze, alcuni di rientrare e chiedere all’ufficio turistico che però è chiuso… Al piano superiore intravedo comunque dei bus, quindi salgo ma non ci sono né orari né pensiline. Dopo un po’ passa finalmente un autobus, ma l’autista cerca di spiegarmi in un francese stentato che sta andando nella direzione opposta, dovrò aspettare ancora. Decido allora di tagliare la testa al toro e prendere un taxi, e la scelta si rivela la migliore. Do all’autista l’indirizzo del mio ostello in piena Medina, il quartiere antico dove si trovano la moschea e il bazaar. Mi lascia quindi in Piazza della Kasbah, sul margine del centro storico (che è visitabile soltanto a piedi), e telefona al mio ostello in modo da spiegarmi come arrivarci. Nonostante sia molto vicino, la curiosità e la voglia di scoprire sono troppo grandi per muovermi in linea retta. Ad ogni angolo vengo attirato da minareti, bancarelle e gallerie, e mi lascio trasportare nel labirinto di stretti tunnel incassati tra gli edifici intonacati di bianco. Nella frescura dei porticati domina il vociare di gente che cucina in strada, commercia o gioca a carte, finché ad un tratto scorgo oltre le case l’inconfondibile profilo della Grande Moschea. Per entrare nell’ampio cortile porticato mi tolgo le scarpe in segno di rispetto. Dopo qualche minuto di irreale silenzio, dagli altoparlanti esplode il canto del muezzin che a pieni polmoni richiama i fedeli alla preghiera. So che per me significa che è arrivato il momento di uscire; la Moschea vera e propria è proibita ai non musulmani, mentre nel cortile i visitatori sono ammessi ma non durante gli orari di preghiera. Esco dal lato est, sotto un alto portico, e un uomo mi chiede se ho già visto la moschea dall’alto. E’ chiaramente un procacciatore di turisti per conto di qualcuno, ma accetto di farmi accompagnare alla terrazza panoramica. E faccio bene, dato che queste caratteristiche terrazze maiolicate si trovano generalmente sul tetto di empori di tappeti o di antichità, ma non sempre sono ben indicate. Da quassù la vista è veramente piacevole, la Moschea proprio sotto di noi si staglia nel cielo terso, all’orizzonte si vede il mare e alle spalle le alture dove i sobborghi della metropoli continuano a perdita d’occhio. L’uomo mi porta un té alla menta fumante, me lo lascia bere con calma, poi mi dice che mi porta al laboratorio del cugino che distilla essenze. Lo seguo di nuovo tra le gallerie fino al minuscolo negozietto dove si trovano solo un bancone, una mensola con le boccette esposte, un grosso alambicco di rame e un divano per gli ospiti. Il proprietario mi fa accomodare e racconta come esegue la distillazione artigianale, con tempi e modalità diverse per ogni essenza. Come vuole la prassi, ringrazio comprando una piccola boccetta, un estratto di scorze di limone. I profumi di pesce, spezie, té, frutta secca, olive, burro e dolci fritti invadono le stradine. Decido quindi che è ora di trovare l’ostello, lasciare lo zaino e poi mangiare qualcosa con calma. La piccola guesthouse (Medina Hostel, 7€ su hostelworld.com) è molto spartana, con vecchi letti a castello e bagni inguardabili, ma per oggi non mi serve nulla di più. Mi fiondo di nuovo in strada e mi fermo davanti ad una bottega dove un tizio si sta facendo farcire una baguette con marmellata di datteri, burro e formaggio. Sembra invitante e sostanziosa, e me ne prendo subito una anch’io. Riprendo poi ad attraversare la Medina, e più scendo verso la parte nuova della città più le bancarelle diventano “turistiche”, con negozi di piattini di ceramica, magliette, calamite, borse eccetera. La zona del Souk è comunque incredibile, un esempio unico di architettura autoctona spontanea, con case ammassate “strato su strato” fino a creare un vero e proprio labirinto coperto, brulicante di attività. Lo scenario cambia improvvisamente una volta sbucati in Place de la Victoire, al cui centro sopravvive l’antica porta della città. Oggi è simbolicamente il punto di contatto tra il dedalo della zona storica e l’ordinato impianto urbanistico della parte coloniale francese, con ampi viali alberati, eleganti caffè, il Teatro e la cattedrale cattolica. Essendo anche la zona dove sorgono palazzi governativi, banche e consolati, i militari sorvegliano costantemente le strade, e attorno all’ambasciata francese ci sono addirittura recinzioni anticarro e una grossa matassa di filo spinato. Nonostante tutto, l’atmosfera non è per niente tesa, le strade sono pulite e piene di ragazzi che si godono il tempo libero, e si nota la volontà di sentirsi uno dei paesi arabi più moderni e più “europei”. Il sole sta per scendere, e decido di tornare alla terrazza panoramica sopra la moschea per godermi al meglio il mio primo tramonto tunisino. Noto nel frattempo che tutte le botteghe stanno chiudendo e in questa zona non ci sono ristoranti, non vorrei ritrovarmi senza cena… Attraverso una porta socchiusa intravedo un vecchietto senza denti che sta macinando della farina con un mortaio di pietra, sulle mensole una gran quantità di barattoli pieni di cose invitanti. Provo a chiedere se può prepararmi qualcosa, e lui ben felice mi scalda sulla brace uno spesso rettangolo di mlewi, una sorta di piadina di grano e semola, riempiendola di tonno, uova, formaggio, peperoni e l’immancabile harissa, la tradizionale salsa piccante ma dolciastra. Una cenetta semplice ma squisita. Torno all’ostello, sono sveglio dalle 4 di stamattina e ora sento il bisogno di riposare. Nella camerata faccio la conoscenza di un ragazzo algerino che sta tornando verso casa dopo un lungo anello nel deserto tra Algeria e Tunisia di cui mi fa vedere alcune bellissime foto. Ha una visione della sua terra molto particolare, ma che mi fa riflettere. Crede fermamente che non dobbiamo accontentarci dei posti “facili” e “sicuri”; chi ne ha la possibilità deve visitare e sostenere le zone più dimenticate, interagire con le persone che ci vivono, farle sentire parte di qualcosa. Solo così si possono sconfiggere gli estremismi. E io, che solo adesso mi rendo conto di non aver visto un solo altro europeo in giro per la città, come posso dargli torto?



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