Trogloditi nel xx secolo

L'esotismo della porta accanto
Scritto da: kingsize
trogloditi nel xx secolo
Partenza il: 18/12/2009
Ritorno il: 25/12/2009
Viaggiatori: fino a 6
Spesa: 2000 €

Se n’è andato lasciando tutto sporco: chiazze rosse e gialle e strisce opache che la notte impiegherà minuti preziosi a cancellare dal cielo. Ma il sole è così: fatte le sue ore, caschi il mondo, se ne va e non lo si rivede che la mattina dopo. Ma neanche al buio si può stare in pace: il frinire d’un grillo lì, l’allarme incessante lanciato da un cane lontano, il tremolìo continuo delle stelle tra le palme e la terra, così vicina.

E’ così presente, la terra, in Tunisia. Noi, qui, figli di questo suolo, così dipendenti dai suoi frutti, dalla poca acqua disponibile, dal freddo e dal caldo, con le nostre casette bianche, basse, dal tetto piatto a terrazza, dove si vive secondo gli ordini della natura – e di chi comanda in quel momento. Per la sua centralissima posizione geografica, la Tunisia s’è trovata a essere zona di passaggio per i popoli asiatici da est e per le genti europee da ovest, e solo la visione e il polso di un uomo le hanno permesso di conquistare l’indipendenza, lentamente attestandosi, nel corso del secolo appena concluso, davanti agli altri paesi del Maghreb. Discutibile quanto possa essere lo stile con cui per trent’anni Habib Bourguiba ha guidato, dal 1956, la nazione che ha creato – lui, intellettuale rivoluzionario perseguitato ma poi dittatore sempre più avulso dalla realtà del suo popolo –, è innegabile che i risultati siano nel complesso positivi. Un viaggio in Tunisia è quindi un ritracciare i percorsi dei suoi tanti invasori rilevandone l’impatto sul territorio, nell’atmosfera rilassata di un paese meno povero dei suoi vicini e i cui abitanti godono di relativa libertà di comportamento grazie all’impronta laica dello stato.

L’ultima volta che ci siamo occupati seriamente della Tunisia è stato nel 146 a.C. Per distruggere Cartagine, il cui potere nel Mediterraneo risorgeva insopprimibile dopo ogni guerra punica. Ce ne vollero tre. Adesso tre sono i motivi per tornarci: l’archeologia, le spiagge e il deserto. Gli antichi marmi – perché anche se fu rasa al suolo, la posizione centralissima nel Mediterraneo e il suo porto riparato indussero i romani a far risorgere la storica rivale come colonia – sono prominenti al nord, con le rovine di Bulla Regia, Cartagine e soprattutto Dougga. Se l’attesa tra un volo e l’altro all’aeroporto di Tunisi lo permette, un taxi impiega giusto un quarto d’ora per arrivare al Museo del Bardo, dove una infinita collezione di straordinari mosaici illustra l’immaginario e la vita quotidiana dei primi secoli della nostra era in quelle terre. La Tunisia gode di una doppia esposizione sul Mediterraneo, e le località balneari rappresentano la sua maggiore attrattiva turistica. Ma questo viaggio sfiora appena le rovine e le spiagge per concentrarsi sul deserto, la sua storia, le genti che lo percorsero, le oasi che lo punteggiano – l’attrazione dunque meno scontata per noi italiani, e a solo un paio d’ore di volo.

JERBA accoglie con la medesima serenità e solarità colle quali gli omerici mangiatori di loto accolsero Ulisse e, come ai nuovi arrivati riusciva impossibile immaginare luogo più ameno, anche adesso il villaggio di HOUMT SOUQ (letteralmente “Quartiere del Mercato”) invita a dimenticare le preoccupazioni, sedersi a un tavolo all’aperto e aspettare che la sera allunghi le ombre nelle piazzette e nel dedalo di viuzze lungo le quali si allineano i negozi di artigianato: tappeti, oreficeria – argento, corallo, ambra e smalto – e poi ceramiche e tessuti. Si direbbe di trovarsi in Grecia, non fosse per il fatto che è una clientela esclusivamente maschile quella, oziosa, dei caffè, e che al centro del piacevolissimo, candido villaggio un antico caravanserraglio è stato restaurato e alberga ora un souq fornito di tutto quel che il turista possa desiderare, da tappeti berberi di ormai rara fattura a braccialetti col nome inciso per 15, no, per 10, no, per soli 5 dinari. La spiaggia di SIDI MAHRES, una delle più belle del paese, affaccia a oriente e ospita tutti gli alberghi di lusso, e nella luce pura della prima mattina invita ad una passeggiata, a piedi o in bicicletta, lungo le acque anticamente solcate dai normanni e poi dai pirati e dai corsari, per fotografare le colonie di cigni, le barche ormeggiate vicino alla riva e, più a ovest, la fortezza dove, nel 1560, gli spagnoli vennero sonoramente sconfitti dai turchi. Peccato che i 5.000 teschi della guarnigione, ammassati per secoli a formare una macabra ma, immagino, sensazionale piramide, siano ormai stati interrati nel cimitero. Le palme, onnipresenti, le basse case bianche e gli ampi spazi tranquilli non possono non far pensare ad altre situazioni, là dove le popolazioni sono costrette a strappare al mare piccole superfici con laboriosi interramenti.

Gli ottomani, seguiti dai francesi, non sono che gli ultimi invasori di questa terra di mezzo. Gli abitanti originari del meridione tunisino, i tuareg, appartenevano all’etnia berbera – e il berbero è ancora parlato in alcuni villaggi di Jerba. Quando, nel VII secolo, gli arabi – i beduini, cioè – mossero dalla loro penisola verso occidente nella loro furia colonizzatrice e missionaria, gli “uomini blu” del deserto furono costretti a riparare sulle alture, e sono i loro villaggi, di recente abbandono, l’obiettivo principale di questo viaggio. I francesi, poveretti, sì, ci sono passati, ma non hanno conservato un buon ricordo: nella loro lingua, andare a TATAOUINE ha lo stesso significato che da noi ha essere trasferito alla filiale di Caltanissetta: in altre parole, la punizione più amara: la morte civile. I tempi cambiano, e la specialità di Tataouine adesso sono le dolcissime “corna di gazzella”: un impasto di noci, mandorle e miele avvolto in un involtino oblungo di pasta fritta. Dietro i sacchi traboccanti di variopinte merci, i gestori delle botteghe alimentari sorridono un po’ impacciati: tutto costa poco, basta farsi avanti… mentre il nonnetto seduto sul marciapiede porta il pollice e l’indice al naso in gesto di aspirare: è tabacco da fiuto quello nelle sue misteriose bustine, e per le signore il supermercato ha acqua di rose, di arancio e di geraneo – forse non per i dolci, visto che le bottigliette stanno vicino agli assorbenti. Sotto gli alberi del viale, intenti in due su una scacchiera o in quattro intorno a un mazzo di carte, gli uomini vestono tutti un caffettano che si direbbe di francescana rozzezza, ma che invece è incredibilmente morbido al tatto.



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