La bandiera del vecchio regime

Felicissimi anacronismi d’Ungheria
 
Partenza il: 31/05/2015
Ritorno il: 21/06/2015
Viaggiatori: 3
Spesa: 2000 €

Non è vero che la storia sia scritta dai vincitori. La storia viene scritta dalle pietre, dall’acqua che passa e va, dalle foglie che trasalgono alla carezza del vento ma, sospirando, lo assecondano. Le foglie dei quattro tigli che indicano al turista la salita da Ferencesek utcája a Szent István tér sanno tutto della Cella Septichora, la cappella tombale paleocristiana di Pécs: ne hanno visto la scoperta nel 1939 e, nel 2007, il favoloso allestimento patrocinato dall’Unesco. Quando, all’inizio del II secolo, Traiano ingaggiò guerra contro Decebalo per la conquista della Dacia, l’attuale Romania, il Transdanubio era già colonia romana col nome di Pannonia. Sorprendentemente, le vestigia di quell’occupazione sono arrivate a noi, pur dopo un millennio e più di razzie e di distruzioni. Al lato della cappella, dalla peculiare pianta multilobata – una vera curiosità per quel tempo – e poi ancora sotto la cattedrale e i palazzi barocchi che la corteggiano da presso, si estende una necropoli punteggiata dai rilievi delle tombe plebee, da alcuni sarcofagi marmorei e da minuscoli locali decorati: negli affreschi riconosciamo Adamo ed Eva, Daniele coi leoni, Paolo e Pietro e una brocca da vino con tralci e foglie di vite, coltivazione importata dai romani e ripresa alla fine del XVIII secolo dopo la travagliatissima cacciata dei turchi. Sublimando i secoli fino a portarli nel presente, questi rari reperti danno un volto e una fisicità quasi tangibile alla storia. Grazie alla loro essenzialità, le pietre di Sopianae, come i romani la chiamavano, creano un irresistibile punto di studio, un polo di cultura che contagia la peculiare euforia di far parte di un glorioso continuum: vi si tengono conferenze, convegni e manifestazioni. Il genius loci non si smentisce nemmeno in superficie, al di sopra della copertura a vetri a livello stradale: in questi giorni di primavera inoltrata, quando il sole sembra non voler mai smettere di accarezzare le gambe delle ragazze e di far felici i gelatai, ogni sera è l’occasione per un concerto all’aperto per la gioventù del loco. Birra e pizza sul selciato colla città che gira intorno, mentre più in là, in un teatrino di strada, le marionette sono sulle dita, sì, ma si rappresenta Shakespeare con accompagnamento di cembalo e violoncello: siamo in Ungheria, l’impero non è sparito, e la bandiera del vecchio regime virtualmente sventola nell’aria profumata, fa sfoggio di sé nella gentilezza consapevole dei camerieri, rivive nell’eloquenza degli edifici. Si ha l’impressione che qualcosa di straordinario ci attenda dietro ogni angolo. Senza contare, per l’appunto, i tesori sotterrati che attendono di rivedere la luce. A Vác, durante i lavori di riassetto della piazza principale, sono state trovate tombe del ’700 miracolosamente preservate dalle singolari caratteristiche delle cripte, offrendoci un’affascinante prospettiva sugli usi di trecento anni fa.

Pécs, seconda solo a Budapest nelle priorità del turista e capitale europea della cultura nel 2010, sconfessa i pregiudizi culturali, politici e religiosi con la pluralità degli stili architettonici e delle espressioni artistiche, con la vivace vita universitaria e la sua prossimità all’area balcanica, con le sue nove minoranze etniche e con la stratificazione degli insediamenti umani: celti, illiri, romani, cristiani, ávari, slavi e islamici. Basta una giornata per innamorarsi della stimolante eccentricità che vi si respira: la piazza centrale è dominata da una moschea che ospita, sotto le muqarnas, le statue dei santi e le acquasantiere e, nonostante l’origine della cattedrale risalga all’impero romano, sono moderni i compassati affreschi che, compiacendo il tradizionale horror vacui, tappezzano completamente l’ampio interno. Sotto le mura castellane un passeggio costeggia un rosario di aiole fiorite, e su una strada acciottolata, rinfrescata dall’ombra di alberi solitari, s’affacciano esimi musei: la collezione delle intriganti sperimentazioni ottiche tra l’artistico e il trigonometrico di Victor Vasarely sta dirimpetto alla raccolta di ceramiche di Zsolnay. La storica fabbrica è ancora attiva in uno degli edifici del Quartiere culturale Zsolnay, area di mostre, ristoranti ed eventi: il desiderio di creare oggetti sempre più belli è di famiglia, e i risultati, sia artistici che tecnici, risvegliano nel visitatore l’intimo esteta che credeva annientato dalla produzione di massa: la bellezza si rivela nei vividi, indimenticabili colori, nelle metallizzazioni, nelle forme eleganti, nelle iridescenze. Meno sperimentale ma più godibile l’altra fabbrica di ceramiche, la Herend, poco fuori Veszprém. Dopo un video di presentazione a 3D che merita l’Oscar per la fotografia, il processo di creazione di queste preziosità senza tempo viene dettagliato passaggio per passaggio nel corso di una puntuale visita guidata in italiano. E se gli oggetti in vetrina nel piccolo museo e quelli in vendita nel ricchissimo negozio annesso non son bastati per indurre all’acquisto, ci riprova uno stand all’aeroporto: impossibile immaginare un souvenir più caratteristico.

L’alternativa ad un oggetto modellato da chi continua a ricevere commissioni dai regnanti è una bottiglia dell’altrettanto regale Tokaj: “vino dei re, re dei vini”, come si espressero Luigi XIV e Luigi XV. Mio padre, mezzadro nella campagna veneta, coltivava una vigna piantata a Tocaj. Adesso la denominazione, definita nel 1500 e circoscritta nel 1700, è riservata alla produzione di una specifica zona che dall’Ungheria nord-orientale sconfina appena nella Slovacchia – gli altri vini, Tokaj di nomea ma non d’origine, hanno dovuto essere ribattezzati: il francese si chiama ora Pinot Gris, l’italiano Friulano, lo sloveno Sauvignonasse e l’australiano Topaque. Sotto i villaggi della regione si estendono gallerie sotterranee perfette, per temperatura e umidità, per la fermentazione e l’invecchiamento. La recente abolizione del monopolio ha permesso che alle grandi si affiancassero imprese familiari come la Hímesudvar: fratello e sorella hanno ampliato una cantina del ’600 per le 10.000 bottiglie che ottengono dai loro tre ettari. Hárslevelű, Sárga Muskotály, Zéta, Kövérszõlõ e il gentile, slanciato Furmint si centellinano sotto le generose fronde del cortile o nella sala di quello che fu un casino di caccia. Tutta la cittadina è compresa nel suo nobile destino di tramutare l’acqua in vino e lo spirito che aleggia invita al silenzio, alla concentrazione, all’attesa. Non c’è molto altro da fare: un’escursione in battello sul modesto Tisza o, meglio, una passeggiata lungo le sponde erbose a sorprendere una candida egretta, a rubare le ciliegie ormai mature, a invitare l’imbrunire con discorsi spirituali o spiritosi sui massimi sistemi e sui minima moralia. Il culto condiviso dell’immaginario fiume inebriante che indora ogni convivio, l’esaudimento d’un desiderio raffinato, la celebrazione di un miracolo fanno di Tokaj la meta d’un pellegrinaggio raccolto, quasi compunto. Piantona in composto silenzio la Grande Sinagoga, ora centro culturale, un po’ vergognosa della sua stazza tra le casette che sfilano lungo la strada, al di là del latrato di cani lontani.



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