Dai giganti di pietra alle vette delle Ande: il mio diario nel Paese più sottile e surreale del Sud America

Il Cile: un Catalogo completo per Geologi
Scritto da: Kingsize4bears
dai giganti di pietra alle vette delle ande: il mio diario nel paese più sottile e surreale del sud america

In Cile, come recita la pubblicità, si possono trovare tutti i panorami del globo. Tutti allineati in fila indiana, dai deserti del nord ai laghi del centro, alle foreste e ai ghiacciai del sud. Non dissento: forse non sono gli esemplari migliori ma, grazie alla sua peculiare geografia, il Paese attrae alpinisti, surfisti, enologi ed etnologi, contrabbandieri, avventurieri, archeologi, missionari e criminali di guerra. E turisti. Tutti sono passati per il Cile, imprimendo la propria orma su quelle dei sentieri dei nativi, a volte sovrapponendosi, a volte affiancandosi. Quel che sì mi sorprende è il nazionalismo, che lo straniero può trovare infondato. Né la cucina, né la lingua, né i volti della gente o i ricorrenti rivolgimenti della politica riescono ad assurgere a elementi distintivi. La nazione, che ha appena duecento anni, sventola con orgoglio la sua bandiera davanti alle suddivisioni politiche del continente, quando invece tutte compartono la onnicomprensiva matrice andina che informa, da meridione a settentrione, la spina occidentale dell’America del Sud, fino a quel filo arrotolato di terra che la separa dai popoli della Mesoamerica e dai Pellerossa. Un esempio per tutti di questa spuria, tarda parcellizzazione: il Perù e il Cile si contendono l’invenzione dell’inebriante Pisco. In realtà questo liquore è nato in un territorio che è attualmente Cile ma, al tempo, apparteneva al Perù. Vengono in mente le primitive terrecotte di due tribù confinanti, viste nel Museo de Arte Precolombino a Santiago. Più vicini erano i villaggi, spiegava la didascalia, più sentita era la necessità di differenziare le decorazioni dei loro manufatti.

Valle de la Luna e Piedras Rojas

fenicotteri

Il percorso si apre alla grande, come una bottiglia di spumante, con le scultoree rughe terrestri della Valle de la Luna, con gli improbabili colori dei rilievi della Valle del Arcoiris, con la tranquilla indifferenza dei fenicotteri delle Lagune gemelle Miscanti e Miñiques, con il riflesso dei vulcani nello specchio immobile di Piedras Rojas. Tre giorni per deliziarsi alle sorprese del territorio di San Pedro de Atacama non bastano. Le creazioni artistiche della Terra superano di gran lunga la fantasia degli scultori contemporanei. E le loro dimensioni insistono senza alcun riguardo nel ricordarci che il mondo non è a misura d’uomo, implicitamente invitandoci ad abbassare la cresta e riconoscere, finalmente, il posto che ci compete nell’ordine delle cose.

Volcán Tatío

I sorprendenti fenomeni geotermici del Volcán Tatío ampiamente compensano l’alzataccia antelucana. Per il gioco reciproco di caldo e freddo, sole e vapore, i geyser e i soffioni restano visibili solo la mattina presto. Dopo un’ora o due dall’alba, l’immensa caldera appare piatta e muta, dove prima ribolliva di spruzzi e di zampilli, mentre gli intabarrati si affollavano intorno al fumo furioso di sotterranei inferni. La compagnia di una guida appassionata è cruciale per non mancare spiegazioni e tempismo. Ah, e anche le ricchissime colazioni al campo che in un batter d’occhio appronta fanno la loro parte nel tenere alto il morale degli escursionisti. Lungo la carretera, gli avvistamenti di camelidi allo stato brado non sono rari, e le chiesette di Machuca, Toconao e Socaire rendono testimonianza dell’impegno dei missionari in questo territorio inospitale. Canyon, dune e formazioni rocciose – talvolta un po’ stile Monument Valley – appaiono al meglio al tramonto, quando la luce feroce del solleone si inclina e si placa. La sera, le calli di terra battuta di San Pedro brulicano di aitanti aspiranti assistenti di Indiana Jones e di stagionati vagamondo che stanno sparando la loro ultima cartuccia, tutti davanti ai banconi dei bar dalle mille luci colorate, come non si trovassero in un deserto ma a zonzo in un lungomare estivo. C’è un sentore di velleitarismo, una malcelata altezzosa soddisfazione nel far parte dell’eletta casta che gode di queste bellezze, snobbando le strombazzate destinazioni proletarie. La nota stonata è, davanti alla magnificenza gratuita e tremenda di deserto, vulcani e forti variazioni termiche, la natura stessa del turismo di massa, che impone divertimento a tutti i costi, ordine a cui nessuno osa contrapporsi. Ma è una pietra che, ovviamente, non posso scagliare: anch’io ero lì, a degustare le migliori empanadas del Cile all’Emporio Andino, a sorseggiare una bionda appena uscita dal frigo nella calura del mezzogiorno e, la notte, ad ammirare le costellazioni nel terso cielo australe. Gli enormi cerchi concentrici della miniera di rame di Chuquicamata ci sfuggono: la visita guidata deve essere prenotata e viene effettuata esclusivamente il sabato mattina. Avrebbe costituito un dovuto richiamo alla durezza della realtà. Lo è comunque stato il memoriale ai 26 minatori vittime, nel 1973, del governo militare.

Atacama

I fuochi d’artificio di Atacama fanno sospettare che, dopo questo magnifico esordio, il viaggio sia tutto in discesa, ma i timori si riveleranno infondati. Sciacquata di bocca: con un volo si torna a paesaggi più familiari, come il lungolago di Puerto Varas, come le cascate del Río Petrohué, immerse in una boscaglia odorosa di funghi, di foglie e di fiori. Nonostante la buona volontà nella salita, il vulcano Osorno, che domina l’orizzonte, non si toglie la sciarpa di nubi e di nebbia che ripara la sua cima dagli indiscreti turisti. Ci si rifà col gran salto d’acqua a Las Cascadas: gran divertimento per i fotografi, che fanno sembrare che il gran getto d’acqua vada a finire nella bocca aperta dei fotografati. Vacche pezzate punteggiano i verdi, ondulati pascoli, e le case sembrano esser state trapiantate qui dalla Baviera dalla stessa angelica ditta che si occupò della divina traslazione da Nazareth a Loreto. Coloni dell’impero austroungarico, certo. Chi ha insinuato che qui abbiano trovato asilo anche nazisti in fuga? Un nuovo passaporto e un mezzo giro intorno al globo possono a volte bastare a salvare la pelle. Ma, come sappiamo, non tutti la fanno franca. Sotto l’occhio perennemente bendato del vulcano, passeggiare sul lungolago fa sembrare Frutillar un’oasi felice di pace campestre. Il paese vanta un grande auditorio che attrae musicisti da ogni dove per un grande festival annuale. Puerto Varas, di suo, offre un gradevole soggiorno grazie all’albergo-museo, tutto in legno, pieno di quadri e sculture. L’atmosfera rétro d’oltralpe nasconde però, nelle stanze, comodità di prima qualità.

Chiloé, l’isola dei diseredati

Traversato in mezz’ora il Canal de Chacao, si colonizza l’isola di Chiloé, facendo base a Castro. È qui dove, per la prima volta, il Cile mostra i suoi diseredati. Nell’alberata piazza centrale, la bellissima chiesa in legno, progettata da un milanese nel 1912, tenta di ingentilire, coi suoi improbabili colori – giallo pallido e tenue viola – un circondario di bieca utilità, punteggiato da presenze poco rassicuranti – le medesime che si ritrovano sul lungomare. Per la regione di Chiloé, Castro è la grande città, con tutto quel che questo comporta. Le palafitte piantate sull’Estero, in secca o inondato secondo la marea, sono la grande attrazione del paese: casette di legno multicolori – una piccola Burano, si direbbe – per metà scalcinate e in rovina e per metà gioiellini adibiti a ristoranti di charme e ad alberghetti di lusso.

Ad Ancud è in mostra la ragione di questa visita: i modellini della Scuola Chilota di Architettura Religiosa in legno. Le chiesette di questi paesucoli si son guadagnate l’onorificenza di Patrimonio dell’Umanità per la sofisticata fusione dell’ingegneria europea con le tecniche dei carpentieri locali, facendo uso dei materiali disponibili in loco, ed è stato ideato un percorso per visitarle tutte. Chi è all’asciutto in quanto ad architettura, più che l’abilità negli esoterici incastri e l’applicazione della tradizione costruttiva navale nella volta degli edifici, ci vedrà l’espressione di una pietà popolare uniformemente informata dal buon esempio delle statue e dal senso di colpa che caratterizza la cristianità. Dalcahue, comunque, merita una menzione per le tante bancarelle del domenicale mercato artigianale dove è un piacere perdersi sul lungomare, vigilato dagli archi ipergotici della chiesa.

Balmaceda

lago general carrera

Un’oretta di volo e s’atterra a Balmaceda. Il meteo incostante della regione dei laghi si ripropone in quest’assaggio di Patagonia. Ritornano i giorni di adrenalina. Le escursioni alla Catedral e alla Capilla de Mármol sono offerte da tutte le agenzie turistiche di Puerto Río Tranquilo, per scoprire le grotte del delicato marmo che qui delimitano il grande lago General Carrera. L’erosione, causata da pioggia, vento e moto ondoso, ha creato forme inusuali, curve organiche, antri di stalattiti dove le piccole imbarcazioni turistiche riescono ad intrufolarsi. Al ritorno, il capitano si sbizzarrisce in una cavalcata sulle onde da far impallidire quella delle Valchirie: di certo è in combutta con il pronto soccorso ortopedico, ma l’eccitazione è sfrenata. Si calma, comunque, alla confluenza del Río Neff col Río Baker, interessante per la colorazione assai differente delle due acque: il Neff, grigiastro, è carico dei detriti del ghiacciaio che lo genera, mentre il Baker, superato con veemenza un dislivello, neutralizza nella sua corrente bianca e azzurra la fangosità del tributario. Ritorna, il giorno appresso, un cielo grigio e monotono, come il lungo tragitto – parte in pulmino costeggiando il Río Exploradores e parte in motoscafo – da Puerto Río Tranquilo alla Laguna e al Ghiacciaio San Rafael. Per chi non ha mai visto un ghiacciaio, durante l’avvicinamento, i primi piccoli iceberg sono una sorpresa, e la vista del fronte, da cui ogni tanto si staccano schegge che, con un tonfo, finiscono nella laguna, è un’epifania. Nulla a che fare, ovviamente, con la bellezza del Perito Moreno o con l’imponenza delle vere montagne di ghiaccio della Groenlandia. Ma da qualche parte occorre pur cominciare, e il morale è altissimo, corroborato – forse è il caso di ammetterlo – dai drink offerti a bordo, primo fra tutti il gradevolissimo Pisco Sour.

Valparaíso e Santiago del Cile

Ennesimo cambio di panorama – quella pubblicità era veritiera – e si torna alle nostre gabbie di cemento, vetro e asfalto. Ma con gentilezza: un giorno per Valparaíso e uno per Santiago. Vicino a El Quisco, sulla scogliera e con vista sull’oceano, troneggia Isla Negra, una delle tre case di Pablo Neruda. Avvelenato nel 1973 da un ordine di Pinochet che da pochissimo aveva preso il potere, il poeta è ora un vanto nazionale. La casa è la follia di un moderno cacciatore-raccoglitore: lo si può quasi vedere andare in cerca di polene nei cantieri dove vanno a morire le imbarcazioni e scovare oggetti marinari nei mercati delle pulci d’ogni città che visitasse. E raccogliere mappamondi, cannocchiali, tavoli, cartografie: tutto quel che gli amici gli regalavano, conoscendo i suoi gusti. Sebbene ci abbia vissuto, questa non è propriamente un’abitazione: è più una fantasia materializzata, è più il museo d’una smodata ossessione col mare. Conosco un solo luogo al mondo in cui sia stata data briglia sciolta con tale gusto alla paranoia accumulatrice: la House on the Rock nel Wisconsin. Ma Isla Negra è creazione di poeta, e l’armonia e l’ispirazione vi si respirano. Per geniale che fosse, certo abitare tanta bellezza ha consentito a Neruda di aleggiare sopra l’ordinario con naturalezza.

Valparaíso

Altrettanto entusiasmante andare su e giù per le stradine della coloratissima Valparaíso, dove i graffitari, che da noi stanno ancora studiando le lettere dell’alfabeto, hanno imparato a disegnare. Prova inconfutabile che l’arte può sollevare i depressi, migliorare il comportamento dei cittadini e dare un carattere inedito all’abitato senza troppa spesa. E, crepi l’avarizia, si è ben contenti di curiosare nei mercatini, di entrare nei negozietti di souvenir e di vini, influenzati dall’atmosfera bohémienne e da una cert’aria di sconclusionata felicità. Delle grandi gru allineate sul lungomare, la cui presenza denota l’altra vocazione della città, come ricorda anche il severo edificio della Compañía Chilena de Navegación Interoceanica che si affaccia sulla grande Plaza Sotomayor, non parlerò. La giornata è soleggiata, il Paseo Yugoslavo un tripudio di fiori, di architettura déco e di souvenir, l’aria che sale dal mare è pura e profumata. Lasciamo pure che i cileni si guadagnino il pane. O dobbiamo fare tutto noi anche quando siamo in vacanza?

Santiago del Cile

Ma questo è un tasto dolente. I cileni si scusano additando l’immigrazione di profughi da altri paesi del Sud America per l’inasprimento della delinquenza nella capitale. Di Santiago, infatti, abbiamo comprovato la pericolosità. In una città di sette milioni di abitanti, i parassiti e i disperati sono da mettere in conto, e l’attenzione deve allearsi con la fortuna per poterla visitare indenni. Ai grattacieli fanno da contrappunto mercati ordinati e fornitissimi – non sorprende che molti cileni, già bassini di razza, diventino tracagnotti, con tutto questo ben di dio a disposizione. Ma il denominatore comune dell’equazione povertà/ricchezza si rivela nei dettagli, nell’attività nelle strade, negli abiti della gente, nell’atteggiamento noncurante, compreso, vigile o rassegnato delle persone. Un’umanità in divisa da impiegato, in grembiule da facchino e in tenuta da straccione: c’è di tutto. E ci sono elementi da terzo mondo, nonostante il Cile, con l’eccezione dell’Uruguay, sia lo stato più benestante dell’intera America Latina. Un’America Latina che si percepisce lontana anni luce dalla nostra Europa, non in termini di tecnologia ma di mentalità. Questa gente vive ancora dei Mapuche, degli Aymara, dei Diaguita, degli Atacameño, dei Popoli Australi tanto quanto noi viviamo ancora (anche se, così immersi come siamo, non ce ne si rende conto) degli antichi Romani, degli Etruschi, dei Longobardi. La storia non scompare, la storia scorre nelle vene, passando di generazione in generazione. Le chiese sono piene di Ecce Homo sanguinanti: la distanza dagli ori del Vaticano è abissale, mentre gli insegnamenti di quegli antichi catechisti gesuiti e francescani rimangono ancora palpabili. E il Museo di Arte Precolombino raccoglie le testimonianze dei nativi prima dell’aggressione coloniale. Dal Messico alla Terra del Fuoco, tutte le culture sono presenti, e con pezzi rituali, decorativi e utilitaristici di grande bellezza e di squisita fattura o dai molteplici significati.

Rapa Nui

rano raraku

Dopo il “Lento e maestoso” di Santiago, s’arriva a Rapa Nui, la San Marino del Pacifico. Rapa Nui è l’ennesima mostruosità culturale: nativi – ormai nessuno più di razza pura – tutti apparentati tra loro, discendenti dagli stessi 39 sopravvissuti all’inizio del XX secolo, stessa lingua polinesiana dalla quale passano in un batter di ciglio allo spagnolo cogli avventizi di tre, quattro giorni delle crociere e dei voli giornalieri. L’invasione di 600 – a volte il doppio – cercatori di emozioni e di souvenir si disperde nei tanti luoghi d’interesse della piccola (ma non troppo) isola, ed è frequente visitare un sito in beata solitudine. Tra un’imperdibile inquadratura di qua, una corsa per riagganciarsi alla guida (obbligatoria) di là, tra l’attenzione al sentiero sconnesso qui e l’improvviso acquazzone-lampo, i curiosi dettagli delle motivazioni, delle tecniche di costruzione e di movimentazione dei moai si perdono in un puzzle che solo chi voglia affondare il dito nella piaga dell’umana insensatezza potrà comporre. Visitare questo mucchio di rocce nere che tre vulcani, il Terevaka, il Poike e il Rano Kau hanno sputato in una qualche era geologica può costituire l’ambizione di una vita – spesso impossibile per il costo imposto dalla compagnia aerea che detiene il monopolio dei collegamenti, per la tassa d’accesso al parco (tutta l’isola è un parco), per il prezzo esorbitante dei pernottamenti e, per ultimo, per i prezzi di supermercati e ristoranti. Rimane da decidere se la soddisfazione di piantare la bandierina nella carta geografica in soggiorno, già infilzata come una statuina voodoo, è effettivamente superata dalla vista numinosa dei moai, allineati come soldatini o soli, sperduti in una qualche radura. Di certo, più avvicenti della nuda realtà sono le loro vicissitudini, dall’intaglio nel fianco del vulcano alla scivolata sulla costa erbosa fino al sentiero lungo il quale sarebbero stati trascinati con movimenti diagonali, come sposteremmo un frigorifero, alla loro posizione definitiva sull’Ahu, una piattaforma-mausoleo. Sotto ogni statua, infatti, si conservano le ossa dell’antepassato che rappresentano. Ossa raccolte quando il cadavere, lasciato alle intemperie, avesse perso del tutto la carne: era questo il motivo dell’odore di morte percepito in alcuni punti durante le prime circumnavigazioni dell’isola. Mentre gli scalpellini europei davano forma alle cattedrali gotiche, quelli di Rapa Nui, armati solo delle schegge di ossidiana create dalle eruzioni, si affaccendavano a intagliare statue sempre più grandi, animati da un delirio egoico. I moai danno le spalle al mare, che non è visto come nemico, e guardano la propria comunità, a cui debbono infondere forza. I lari dei Romani, quindi, uscendo di casa hanno acquistato dimensioni monumentali, ma son sempre loro. Che si supponga che il soccorso alla precarietà della condizione umana venga da una persona dotata di superpoteri lo attesta ogni religione concepita dall’umanità. Gli antepasados polinesiani si sono dimostrati carenti? O è stata una gestione fallimentare delle limitate risorse a disposizione, sullo stile della nostra attuale, a determinare il collasso di quella civiltà? O è più corretto puntare il dito verso un prolungato periodo di aridità? Fu forse colpa della sovrappopolazione? Fatto sta, dopo una guerra civile durata circa 200 anni, i contendenti concertarono che il governo sarebbe spettato al clan il cui rappresentante avesse per primo riportato l’uovo della sterna fuligginosa che in primavera nidifica nel poco lontano isolotto di Motu Nui. Questo concorso di ardimento e resistenza veniva ripetuto ogni anno – una dimostrazione di forza e coraggio dovrebbe essere richiesta a ogni aspirante governante, anche senza l’uovo. L’arrivo dei coloni ha mandato tutto all’aria, e Rapa Nui è diventata, di volta in volta, prigione, lebbrosario, pascolo ovino, fino all’attuale fiore all’occhiello d’un Cile che, dipendendo dall’orientamento politico del momento, protegge o affossa le diversità dei suoi 20 milioni di abitanti. La piccola chiesa – moderna, in mattoni – domina la discesa che va al porticciolo, dove una tartaruga marina bruca sotto gli scafi ormeggiati. Lì, sul lungomare, a sinistra si allineano i ristoranti con vista sul tramonto, mentre a destra, su ampi prati verdi, pascolano cavalli, trovano pace da tanto visitare i turisti e, più in là, alcuni moai issati sulla tradizionale piattaforma s’abbronzano da secoli ai raggi del pomeriggio, mentre in una caletta riparata ci si fa il bagno nelle acque del Pacifico. Ogni istante, ogni cosa è resa eccezionale dall’eccezionalità di questo luogo, lontanissimo da ogni terra, estraneo ad ogni ragionevolezza e reale d’una realtà troppo a lungo puramente immaginata.

Come una sinfonia, dopo l”Andante maestoso” di Atacama, il “Largo” di Chiloé, lo “Scherzo” di Valparaíso e il “Presto” della Patagonia, il viaggio termina degnamente con l’”Allegro molto” di Rapa Nui. Musica alle mie orecchie, delizia ai miei occhi. Sul passaporto resta l’ennesimo timbro, nella mente un’orma indelebile.

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