Un viaggio responsabile fra Togo e Benin

Quando la memoria va a raccogliere i rami secchi, torna con il fascio di legna che preferisce Riflessioni sul post Togo-Benin Ripercorro il mio primo viaggio nell’Africa nera attraverso le foto. Ma mancano gli odori, le sonorità, la polvere negli ...

  • di ouidah
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: in gruppo
    Spesa: Da 1000 a 2000 euro
 

Quando la memoria va a raccogliere i rami secchi, torna con il fascio di legna che preferisce Riflessioni sul post Togo-Benin Ripercorro il mio primo viaggio nell’Africa nera attraverso le foto. Ma mancano gli odori, le sonorità, la polvere negli occhi, l’umidità che arriccia i capelli. Manca l’harmattan, vento che rinfrescava le notti del Nord, e, sempre al Nord, le cantilene dei numerosi muazzim che imponevano un risveglio troppo precoce. Il Nord è stato una sorpresa perché mi aspettavo una savana brulla. Invece è ricca di alberi, tra i quali il medicamentoso Karitè, di fiori bianchi su rami semispogli, e gialli, sdraiati a terra. Il colore rosso della terra sabbiosa accompagna tutto il viaggio fino dalle spiagge del Sud abitate da pochi pescatori e dove le strutture turistiche sono scarse, o in disuso. Il Sud è come me lo aspettavo e di più: lussureggiante è l’aggettivo giusto, abbondante di tante tonalità di verde, foglie e frutti generosi, e alberi che producono insospettabili zucche, le calebasse portate sulla testa con tanta disinvoltura dalle donne.

Donne e bambini meritano attenzione e parole, sono un binomio presente ovunque, città, campagne, Nord, Sud. Anche le piccole donne che aiutano le madri e trasportano i fratellini sul dorso, con perizia e assoluta naturalezza. Sono colpita dalla bellezza della “semplicità” come scrive Marco Aime, e dalla “leggerezza” di questa gente, contrapposta alla grevità della nostra società ricca e decadente. Mi colpiscono in particolare i bambini, che in genere appaiono tranquilli, i piccoli rassicurati dal movimento del corpo della madre, i più grandicelli assorbiti da giochi relazionali o dal rincorrere il copertone di una ruota, tenuto a bada da un bastone. Cosa ti aspetti da questo viaggio? L’ interrogativo, posto alla partenza da un amico, ogni tanto risuonava nella mente, ma non avevo fretta di darvi risposta. Sapevo i motivi razionali del viaggio, ma non mi preoccupavo di mettere a fuoco quelli più profondi, sicura che sarebbero emersi via via. Avrei atteso la risposta. D’altronde le attese e la capacità di stare dentro l’attesa è una delle prime lezioni del viaggio non so se prerogativa dell’Africa o di tutto il Sud del mondo. Gli orari non vengono mai rispettati, possono slittare di un’ora, anche di due ore e nessuno si arrabbia, ma semplicemente si pazienta, si chiacchiera, si osserva, si balla; si accettano i contrattempi come parte del destino. In fondo si tratta di un semplice adattamento al ritmo naturale delle cose. Fino dalle prime impressioni deduco che qui l’ansia e lo stress sono sconosciuti, o per lo meno non sono analoghi a quelli che noi viviamo quotidianamente, freneticamente. Come se l’essenza della nostra cultura fosse quella di costringere le cose ad andare come vogliamo noi. A volte, terminata l’attesa del pulmino che consentiva gli spostamenti necessari alla conoscenza di persone e luoghi, si scopriva che era privo di benzina. Seguiva un pellegrinaggio verso vari distributori abusivi, e le relative contrattazioni sul prezzo, sparato alto, essendo il pulmino pieno di bianchi, di yovo o batouré come veniamo chiamati a seconda se siamo nel Sud o nel Nord del Benin. “L’Africa è un’attesa, ti dà sempre l’occasione di aspettare qualcosa; la grande emozione di un’esistenza precaria” dice Marco Aime in Taxi brousse.

Il trasferimento più lungo è stato quello da Oudah a Djougou, Tititingou e Paraku su una strada asfaltata abbastanza buona e poco frequentata, tranne che da pulmini stracarichi di persone, e bagagli. Spesso sul tetto vengono trasportati animali, soprattutto capre. Lungo il percorso si attraversano zone agricole dai prodotti diversi: legno e carbonella, farine, l’onnipresente igname, ananas, pomodori...Poi inizia la savana, i primi baobab, il sottobosco bruciato, la povertà di tanti villaggi dove donne e bambini si accalcano intorno ai pozzi. E gli uomini sostano oziosi sotto un mango! Mi colpisce, in questo trasferimento, il comportamento quasi da adulta di Magnificat, due anni e mezzo, in braccio alla madre Justine, senza un capriccio, senza che ci accorgessimo della sua presenza. Inevitabile il confronto con le isterie dei nostri bambini. Durante il percorso sono a disagio per le normali funzioni fisiologiche che, dai locali, vengono espletate con tutta naturalezza anche ai bordi delle strade, mentre accanto le persone si affaccendano intorno a varie opere. Soprattutto le donne, con grandi carichi di frutta sulla testa, vengono incontro al pulmino per cercare di vendere prodotti quali banane, ananas, papaie: buonissimi! In fondo per me si tratta di riadattarsi a condizioni igieniche già vissute negli anni ’50, in una infanzia trascorsa tra aie e letamai

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