In sella a uno zem tra Togo e Benin

Diario-racconto di un viaggio in solitaria sulle strade di questi due piccoli e magici paesi dell'Africa Occidentale. Tra incontri e avventura
 
Partenza il: 01/08/2016
Ritorno il: 21/08/2016
Viaggiatori: 1
Spesa: 1000 €

Togo – giorno #1 Lomè

Lomè è la classica capitale africana. Frotte di persone che si muovono senza soluzione di continuità in modo caotico e incomprensibile a noi occidentali. Mi lancio subito nella mischia, amo questo delirio di gente, questo mondo così colorato e rumoroso. A Lomè le persone si muovono in “zem”, moto-taxi che ti portano da un lato all’altro della città. Non posso resistere e appena fuori dall’aeroporto, mi faccio largo tra i taxisti e mi butto in strada in cerca del mio “zem”. In realtà non sei tu a cercarlo ma è lo zem che viene a te, in men che non si dica sono a bordo di uno scalcinato motorino che si fa largo tra milioni di altri motorini e auto per le strade della capitale! Arrivo a fatica da Joh, un signore danese che da 14 anni vive qui e gestisce una ONG. Mi racconta il suo progetto e di come è arrivato in Togo, come missionario. Ha girato il mondo e vissuto in tanti angoli del pianeta ma mai come in Africa aveva trovato un posto da chiamare casa. Andiamo insieme al Service des Passports, sorta di ufficio immigrazione della capitale dove è possibile prolungare il proprio visto, dal momento che quello fatto in aeroporto vale solo sette giorni.

Il tempo di rimettermi in sesto e sono di nuovo in strada. Prendo uno zem, credo diventerà il mio sport preferito in questi giorni, cavalcatore di zem! Arrivo in città e corro a vedere il mare. È vero, Lomè è la classica capitale africana ma le altre non hanno l’oceano e questo le dona una certa dolcezza. La spiaggia bordata di palme, la sabbia granulosa, i bambini che giocano… girovago un po’ e tutti i ragazzi quando mi vedono, chiedono di fare una foto. Fare il bagno è proibito, la corrente è fortissima, ti porterebbe via in men che non si dica. Qualche ragazzo caccia le onde sulla battigia ma senza avventurarsi oltre. Torno al mercato, cioè in centro, cioè la stessa cosa. Mi racconta Ibrahim che mi ferma per strada mentre giro per le strade affollate con un po’ di smarrimento, che tre anni fa il Grand Marchè è bruciato. E da tre anni il presidente promette di ricostruirlo. Nel frattempo il mercato si svolge per le strade e la quantità di bancarelle è così esplosivamente elevata che tutto il centro della città è un grande mercato a cielo aperto! Mi affido a Ibrahim, mi sembra un bravo ragazzo e si arrabatta come può con un po’ di artigianato locale e facendo da guida agli sparuti turisti (in realtà ieri non ne ho visto nessuno). Mi presenta le sorelle che lavorano al mercato e salutiamo un buon numero di amici e parenti! Dopodiché gli chiedo se conosce il mercato dei Feticci, ho letto sulla guida di questo mercato tradizionale che vende feticci per i riti animisti vudù. Sono incuriosito, Joh da buon missionario mi dice che oramai quasi tutta la popolazione – almeno nella capitale – ha smesso di praticare le religioni ancestrali e si è convertita al cristianesimo nelle sue mille forme sincretiche che abbondano in terra africana. Il Marchè des fetiches in effetti è in un quartiere periferico della città e ci vuole più di mezz’ora per raggiungerlo. Visito il mercato, ha un’aria vagamente decadente e oggettivamente non sembra molto frequentato. Un ragazzo ci mostra le bancarelle coperte di animali morti che servono ai più svariati scopi: vertebre di serpente per curare i reumatismi, camaleonte per le pene d’amore, teste e zampe di scimmia, crani di cavalli e buoi, cani, roditori, conigli e tartarughe, non manca veramente nulla e il simpatico odore che emettono me lo sentirò attaccato ai vestiti fino a sera. Entriamo dal feticheur, ovvero colui che officia i riti. In realtà non c’è lui ma il figlio, è un’atmosfera un po’ buffa perché il figlio è un giovane ragazzo sui 20 anni che tutto sembra fuorché l’officiante di riti ancestrali. Credo sia tutto ricreato per fare felice chi capita qui, ammesso che qualcuno venga a destare la tranquilla sonnolenza di questo posto. Mi mostra – e ovviamente cerca di vendere – tutti gli strumenti che il feticheur usa per aiutare chi lo interpella tra cui un piccolo tronchetto con un buco in cui sussurrarci i propri desideri di un viaggio sicuro. Previa chiusura del tappo, per non far uscire le parole, tutti gli spostamenti e i trasporti richiesti saranno protetti e sicuri. Declino gentilmente l’offerta, non vorrei che la mia eresia verso i culti ancestrali mi attirasse qualche sfiga… Nel mercato l’atmosfera si è improvvisamente fatta elettrica, sulla soglia è apparso un signore e i ragazzi delle bancarelle cominciano a chiamarlo a gran voce, ognuno verso di sé. Mi dice Ibrahim che è un acquirente e i ragazzi cercano di accaparrarselo. Solo quando raggiunge uno dei banchi, gli altri si quietano. Ci rimettiamo in strada, qui in periferia è ancora peggio che nel centro, strade intasate e piene di smog, tossisco a pieni polmoni!! Mi faccio aiutare da Ibrahim a trovare una SIM card locale, alla fine spunta fuori un tizio che smercia le SIM e me ne fa avere una. Saluto Ibrahim e gli lascio qualche cfa per la sua guida. Mi allontano ma lui mi rincorre mentre sto per prendere l’ultimo zem della giornata e mi regala una collanina con ciondolo a forma di djembè, un gesto semplice, me lo allaccia al collo dicendo “per il tuo viaggio”. È questo sono sicuro che mi proteggerà. Buon inizio a me!

Togo – giorni #2-6 A Kouma Tsame

Quando il sole sta tramontando, il cielo si riempie di pipistrelli. A stormi, abbandonano la montagna per andare a caccia di insetti e volano sopra la Maison. Mi piace arrampicarmi sulle pietre della collina e rimanere a naso in su a guardare lo spettacolo. Ieri Julienne, la piccolina di casa, mi ha visto abbarbicato sul masso ed è corsa verso di me gridando “chauves-souris, chauves-souris”, pipistrelli in francese, e siamo rimasti abbracciati a goderci quel momento. È qui, a pochi kilometri da Kpalimè nella regione dei Plateaux, che Susanna è arrivata nel 2013 per un breve progetto di volontariato a soli 24 anni. Susanna sognava l’Africa nera da quando era piccola, guardava in tv le immagini di quelle terre sconosciute e sognava un giorno di toccare quel suolo. Quel breve soggiorno le ha però cambiato la vita. Dopo tre mesi insieme ai bambini del villaggio, tornata in Italia sentiva di dover tornare, di dover fare qualcosa di più. Non ha mezzi economici, solo tanta forza di volontà, un’immensa forza. Decide di andare in Francia e lavorare per qualche tempo, raccoglie un piccolo gruzzolo, tremila euro per tornare in Togo e comprare un pezzo di terra. Inizia a far girare in rete la sua idea, costruire un orfanotrofio e trasferirsi in Africa per aiutare i bambini. Qualche persona crede in lei, piccole donazioni che le permettono di iniziare il primo cantiere. Va a vivere nel villaggio, non vuole delegare quel lavoro così importante così segue passo a passo i lavori, chiama volontari ad aiutare, realizza migliaia di mattoni in terra e paglia con le sue mani, guida il camion per andare in città ad acquistare legno, lamiere, chiodi, pietre, piastrelle. In sei mesi il primo cantiere è finito, può aprire la sua casa, la Maison sans Frontiere. Da lì, in due anni seguono altri cantieri, sempre più persone credono in lei ed oggi la Maison è una realtà che accoglie 12 bellissimi bambini orfani che hanno alle spalle storie dure, spesso incredibili a credersi. Bambini abbandonati da uno o entrambi i genitori. Sebastien e la sorella Onorine per esempio, arrivano da Lomè. Susanna conosceva già la loro famiglia perché vivevano nel quartiere dove lei stava quando doveva andare nella capitale. Una mamma alcolista, un papà malato, vivevano tutto insieme in una stanza malconcia. Un giorno Susanna arriva in città e vede i bambini dormire per strada, per terra. Cerca la madre che le racconta che sono stati sbattuti fuori di casa. Il padre è morto improvvisamente e nel quartiere si è sparsa la voce che lei e Sebastien l’abbiano ucciso, sono accusati di stregoneria. Il padrone di casa li caccia e loro non hanno un posto dove stare. Susanna chiede alla madre di potersi occupare dei piccoli, qui in Africa spesso la maternità è vista come un peso da sostenere. Abbandonare i bambini è una pratica crudele ma frequente. Julienne, la più piccolina, solo 5 anni, nonché la mia preferita, è stata abbandonata dalla madre perché lei dopo essere rimasta incinta di un altro uomo, è stata minacciata di essere a sua volta abbandonata dal nuovo compagno se non avesse lasciato la piccola che non era sua figlia. E così è stato. È difficile ascoltare queste storie, devi abbandonare il tuo punto di vista occidentale e guardare la realtà delle persone che qui lottano per sopravvivere. Mi guardo intorno, alla Maison regna amore, pace, serenità. I bambini sono meravigliosi, così piccoli e già così responsabili.

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