Beware of the bears!

Racconto del nostro viaggio tra Iowa, Nebraska, South Dakota, Wyoming, Montana, North Dakota, Minnesota e un pezzetto di Wisconsin

  • di cimolais
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: 2
    Spesa: Da 1000 a 2000 euro
 

Ciao e innanzitutto buona lettura a tutti! Questo è il racconto del nostro viaggio negli USA dal 5 al 25 maggio 2011 attraverso Iowa, Nebraska, South Dakota, Wyoming, Montana, North Dakota, Minnesota.

Prima di incominciare ecco alcune note per inquadrare il contesto e la filosofia di viaggio: per noi questa non era la prima avventura negli States e le mete imperdibili del giro dovevano essere Badlands, Black Hills, Grand Teton, Yellowstone e Glacier.

Ci siamo posti quindi il problema di dove atterrare: fermo restando che le opzioni ideali sono Denver o Salt Lake, abbiamo monitorato per qualche tempo i prezzi dei voli, notando con disappunto che si tratta di mete veramente care e con pochissima oscillazione dei prezzi; pertanto abbiamo allargato le opzioni cercando di coniugare cifre più normali con un itinerario che preservasse i cardini del percorso.

Devo fare una precisazione: noi amiamo molto visitare e conoscere luoghi immergendoci nell’atmosfera vera, frequentando situazioni il meno artefatte possibile, rifuggiamo gli specchietti per turisti e gli hotel lussuosi e finti, ci appoggiamo a normali Motel senza pretendere la luna e ci muoviamo un po’ fuori dai soliti schemi convenzionali. In USA in particolare ci piace cercare il famoso “side B”, fuori dalle città, dalle mode e dai grattacieli, per mettere il naso nella vita dell’americano medio di provincia; per fare questo non ci sono luoghi migliori di Iowa e Nebraska, stati famosi per essere i meno turistici e bersaglio costante di milioni di battute sui loro abitanti diciamo… poco evoluti.

Progettare un viaggio solo in Iowa e Nebraska sarebbe troppo anche per noi ma spostando l’atterraggio un po’ a est potevano essere inglobate facilmente nel nostro percorso, quindi ci siamo orientati su Minneapolis (subito scartata, troppo cara) e poi su Chicago, su cui è ricaduta la scelta finale anche grazie alla mitica KLM e alle sue offerte spaziali: A/R da Venezia via Amsterdam a 390 € a testa, direi irrinunciabile.

Quindi ricapitolando: 5-25 maggio, volo A/R Venezia-Amsterdam-Chicago con KLM, noleggio auto a Chicago O’Hare Aerport con Dollar Rent, totale Km percorsi 8900, giornata tipo con sveglia alle 6.30, spesa complessiva per due persone tutto compreso € 3400.

E ora… partenza!!!!!!

5 maggio: arriviamo a Chicago alle 13.30 puntuali come un orologio svizzero (o olandese); il viaggio è perfetto, aereo puntuale, ottimo food e entertainment su schermo personale dove mi guardo un paio di film tra cui “ El grinta” dei Cohen in lingua originale (spettacolare la voce di Jeff Bridges che poi ritornerà, ma non anticipiamo nulla) e impazzisco con il videogame del “Milionario” in inglese con domande difficilissime sulle province del Galles e della Scozia (che non azzecco mai); inoltre l’aeroporto di Amsterdam è uno dei più ganzi dove fare una sosta, pieno di negozi e di poltrone super comode dove stravaccarsi e leggere un buon libro: nell’attesa notiamo che dal gate a fianco del nostro parte l’aereo KLM per Kigali e fantastichiamo sulla nostra prossima meta di viaggio che al 99% sarà proprio il Ruanda con i suoi gorilla… con piacere osserviamo che l’aereo è strapieno in ogni ordine di posti e questo ci rallegra pensando al Ruanda e al suo lento ritorno alla normalità dopo anni terribili.

Ma oggi dobbiamo pensare ad altro ed eccoci a Chicago: sweet home of blues!

Il noleggio è subito a fianco dell’aeroporto e raggiungibile con l’autobus gratuito dedicato ai Rent car; questa volta ci tocca in dote una Hyunday Sonata, grande berlina dotata come sempre di ogni amenicolo tecnologico, spaziosa e della massima comodità: non esitate ad investire qualche dollaro in più nell’auto perché in un viaggio “on the road” la differenza tra un’auto comoda e un macinino è veramente sensibile e la vostra schiena ve ne sarà grata in eterno.

Alle 15.00 siamo fuori da Dollar e pronti all’avventura: oggi abbiamo in programma un trasferimento di circa 150 miglia verso ovest, tutta strada in meno per il giorno successivo, che percorriamo lungo la IS 88 con destinazione Moline; attenzione, in Illinois e in altri stati dell’Est si pagano alcune autostrade attraverso un sistema di caselli posti a qualche decina di miglia l’uno dall’altro (alla francese per intenderci): per pagare in contanti è necessario uscire e poi rientrare perché il corretto tracciato ammette solo pagamenti attraverso toll-sistem (simile telepass), quindi attenzione ad uscire al momento giusto e a non saltare nessun toll altrimenti sono multe salatissime.

Tutte le autostrade che portano all’aeroporto di Chicago sono a pagamento (88, 90, 94, 294).

Per dare un senso al pomeriggio abbiamo in programma una sosta al Chicago Outlet di Aurora (a fianco dell’88 sull’omonima uscita): puntata strategica che si rivela come sempre ricca di soddisfazione e di affari… pur non essendo maniaci dello shopping, è difficile resistere alla mania compulsiva da acquisti in posti dove le Nike e le Timberland costando l’equivalente di 30 euro.

Esaurito il budget dedicato alle follie pomeridiane ritorniamo all’auto e ci dirigiamo a Moline per la nanna, dove arriviamo senza intoppi.

6 MAGGIO MOLINE-DES MOINES-OMAHA: oggi è il primo giorno vero! Inizio controcorrente: giornata dedicata al viaggio “ demo antropologico”, infatti la meta è un viaggio attraverso l’Iowa alla scoperta dei suoi abitanti mangiapannocchie. Partiamo alla buon ora sulla IS 80 e varchiamo il confine sull’Interstate dove rimaniamo fino alle Amana Colonies: gli Amana sono una setta di ispirazione anabattista (stile Amish per intenderci ma con un approccio meno radicale al mondo e alla tecnologia) che abita da queste parti. Decidiamo di fare un giro nei loro paesi per dare un’occhiata lungo le HW 212, 220, 151 e stradine affini. Sembra di essere sul set de “ La casa nella prateria”, con le case bianche in legno, i conestoga dei pionieri in bella vista e le donnine sul selciato che si occupano delle loro faccende: gli Amana sono dei noti costruttori di frigoriferi (non chiedetemi il perché) e questa è la loro principale forma di reddito e di contatto con il mondo, ma in tutto e per tutto sembra di tornare indietro di cento anni, sensazione che peraltro ci porteremo dietro per tutto il giorno e non solo.

Una sensazione dovuta alle costruzioni, al paesaggio agricolo privo di qualsiasi tecnologia e all’isolamento in cui vivono molti di questi agricoltori per cui il più vicino avamposto di civiltà dista decine e decine di miglia: attraversiamo paesi di pochi abitanti che assomigliano a dead town e ci chiediamo come possa essere la normale vita di un uomo di queste lande per cui l’essere più vicino si trova spesso a qualche kilometro e la prima città a molte miglia.

La tappa successiva è Des Moines, la famigerata capitale dell’Iowa: il grande Bill Bryson inizia un suo libro dicendo: “sono nato a Des Moines, a qualcuno purtroppo può capitare”, non male come presentazione. In effetti la città offre poco, a parte un buon parco dove passeggiare e sgranchire le gambe e una mini downtown senza particolare appeal. In realtà ci offre anche un ottimo supermercato dove facciamo incetta di provviste per i giorni successivi e veniamo guardati come marziani dalla cassiera quando diciamo di essere italiani: probabilmente era la prima volta che sentiva nominare questo posto lontano ed esotico, e si limita a guardarci con aria ebete e dire “Italy… Cool”.

Il pomeriggio si snoda tra le strade dell’Iowa alla ricerca di luoghi dimenticati da Dio, nonostante la presenza massiccia di chiese ad ogni angolo, delle sette più varie e dai nomi più improbabili, fatto che la dice lunga sull’aria che tira da queste parti: in Iowa e Nebraska infatti sono particolarmente presenti e diffusi i movimenti religiosi ultra radicali ispirati al Dominionismo; lungo le strade si notano numerosi cartelli che invitano a pentirsi prima dell’Apocalisse, alla certezza della collera Divina contro gli impuri e concetti simili. Insomma, non la classica America da film o da copertina patinata.

Proseguiamo lungo la HW 6 da Atlantis (una delle “palme d’oro” della giornata) fino ad attraversare il Missouri sul toll-bridge di Plattsmouth (notevole spettacolo) e poi ci dirigiamo per la serata ad Omaha, Nebraska.

Omaha è senz’altro più attraente di Des Moines e, complice il fatto che è venerdì sera, c’è parecchia gente in giro nel bel quartiere centrale dell’Old Market: facciamo una bella passeggiata, ceniamo ed andiamo a nanna.

7 MAGGIO OMAHA-VALENTINE: oggi la tappa prevede l’attraversamento del Nebraska da Omaha a Valentine, verso nord ovest. Partiamo percorrendo la HW 92 verso Wahoo, Rising city, Osceola (dove c’è una fermata d’obbligo) e poi via fino a St. Paul e Broken Bow. Il paesaggio del Nebraska è piuttosto simile a quello dell’Iowa ma si nota una condizione di maggior benessere ed evoluzione tecnologica: siamo circondati da ranch e fattorie dotate di strutture e tecnologie di primo livello, coltivazioni meccanizzate e mandrie estremamente numerose: insomma non certo “ La casa nella prateria” dove si faceva fatica ad arrivare a fine mese. Non c’è quel senso di trasandato abbandono che lascia un retrogusto di tristezza nell’attraversare l’Iowa, ma piuttosto una gestione professionale ed esperta del territorio che gli infonde anche una certa armonia e bellezza.

Laghetti, coltivazioni ordinate e praterie verde smeraldo, puntinate di fiori multicolore creano un’atmosfera rilassante e piacevole.

Ovunque spuntano le famose pale eoliche “old style” di ferro grigio che servono per fornire elettricità alle case isolate, che anche qui sono numerosissime.

A Broken Bow facciamo due chiacchiere con la simpatica nonnina del centro visitatori che, con orgoglio, si prodiga a spiegarci bellezze e cultura del luogo. Personalmente trovo sempre ammirevole l’orgoglio e il senso di appartenenza con cui gli americani propongono, preservano e presentano le loro bellezze e le loro tradizioni culturali; certo, visto da un italiano abituato alla nostra arte e cultura, qualche volta fa veramente ridere perché negli USA puoi trovare anche il “museo del broccolo lesso” ma di fondo rimane un sentimento molto nobile e che dovremmo imparare anche a casa nostra.

Da Broken Bow ci dirigiamo lungo la HW 2 verso Dunning e Thedford, dove ci fermiamo per una bella passeggiata nella Nebraska National Forest, e poi via verso Valentine dove spendiamo un paio d’ore alla “Fort Niobara Wildlife Reserve”, area verde con numerosi bisonti allo stato brado e con buone possibilità di visita sia in auto che a piedi.

La vista dei bisonti ci fa capire che ci stiamo avvicinando al grande ovest e ci fa pregustare ciò che vedremo in abbondanza (pure troppa) nei giorni successivi.

Cena e nanna a Valentine.

8 MAGGIO VALENTINE-BADLANDS-WALL: Oggi è il giorno del primo parco: le Badlands. Alla buon ora usciamo da Valentine sulla HW20 in direzione Merriman e poi sulla 73 verso Martin: non incontriamo anima viva e ci inoltriamo in un territorio completamente selvaggio per andare fino a Wounded Knee, South Dakota; è un po’ fuori dalla strada per le Badlands ma mi sono messo in testa di fare una visita ad uno dei luoghi simbolo della storia americana, in quanto teatro di una pagina nera (il massacro di decine di indiani innocenti ad opera dell’esercito, nell’occasione che doveva essere invece di armistizio e pace). Il piano prevede di entrare dalla 18 e proseguire su una strada grigia verso Sharp Corner, Potato Creek e raggiungere la via originaria per le Badlands sulla 44.

Nonostante l’esperienza ci dica che girare nelle riserve indiane regala sempre brutte sorprese in termini di viabilità (e questo viaggio confermerà in pieno la cosa), ci addentriamo dalla strada grigia che parte dalla 18 prima di Pine Ridge (per la cronaca… la HW18 è chiusa per mesi da Pine Ridge in poi) ma, arrivati nei pressi di Wounded Knee la strada, complici alcuni fantomatici lavori in corso che sembrano lavori di distruzione più che di sistemazione, è completamente disfatta e non più percorribile senza un ottimo fuoristrada, cosa che evidentemente non abbiamo.

Visitiamo il sito di Wounded Knee e, a malincuore, siamo costretti a ritornare sui nostri passi lungo la 73 e 44, per aggirare l’ostacolo e non distruggere la macchina.

L’arrivo sulle Badlands dalla 44 è spettacolare con una vista mozzafiato che ci ripaga dell’imprevisto mattutino e, da mezzogiorno in poi, finalmente ci godiamo questo magnifico parco.

Le Badlands, come dice il nome stesso, sono un particolare ecosistema formato da rocce di arenaria multicolore, poco ospitale per la flora e la fauna, di aspetto molto simile a luoghi tipici del south west: personalmente mi ricordano per molti aspetti un misto di Bryce e Painted Desert e devo dire che è un tipo di paesaggio che adoro.

L’ingresso al parco è come sempre a pagamento, ma ricordatevi che è possibile acquistare in ogni parco (per la cifra di 80 $) un pass annuale che permette l’ingresso illimitato a tutti i Parchi Nazionali: fatevi due conti e vedete se vi conviene acquistarlo o pagare i singoli ingressi di volta in volta… è chiaro che, alla media di 20-25 $ ad ingresso, basta vistare 4-5 parchi per ripagarsi il pass annuale.

Nelle Badlands è possibile fare alcuni sentieri a piedi nella prateria, pianeggianti e facili, e percorrere un loop in auto veramente spettacolare che permette di osservarle nella totalità; in ogni caso, la prima cosa da fare quando si arriva in un parco, è recarsi al visitor center (sempre molto attrezzati e funzionali) dove i ranger saranno disponibili a darvi tutte le indicazioni in base alle vostre esigenze: passeggiate, camminate, giri in auto, punti principali da visitare, pericoli, zone off-limits. Giustamente sono molto prudenti e qualche volta fanno le cose più difficili di quelle che sono; diciamo che per una persona mediamente allenata non c’è nulla di impossibile, né dal punto di vista fisico, né da quello tecnico.

Dal loop asfaltato parte una sand road che vi consigliamo di percorrere all’ora del tramonto per godere di viste mozzafiato e per avvistare un bel po’ di wild life, big horn sheep in particolare.

Per l’ora di cena ci spostiamo a Wall, piccolo centro poco fuori dall’ingresso, noto in particolare per il Wall Drug, mega centro-commerciale carrozzone del vecchio west sulla Main street (non potete sbagliare, è l’unica strada di Wall a parte l’HW 240). Decidiamo di berci una birra al saloon, dove ci accorgiamo che siamo tornati indietro di un’ora con il fuso orario rispetto a Chicago (ce n’eravamo scordati!) e dove facciamo amicizia con una coppia di mitici yippies di 60 anni che sembrano usciti da Woodstock: ci ricordano subito i due fricchettoni che accompagnano per molto tempo il protagonista di “Into the wild”, lei in particolare è identica e hanno pure il camper pitturato e con le frange attaccate al parafango… SPAZIALI!!! Vengono dalla North Carolina e girano gli States per arrivare fino a Yellowstone. Spinti dal luppolo e dalla fratellanza lisergica ci diamo appuntamento a Yellowstone, certi che ci rivedremo all’ombra dell’Old Faithful e, soddisfatti per la chiacchierata ce ne andiamo a cena e poi a nanna a Wall.

9 MAGGIO WALL-BLACK HILLS-HOT SPRINGS: questa mattina decidiamo di fare ancora una passata nelle Badlands per vederle all’alba e cercare un po’ di wild life; alle 7.30 siamo già dentro e la presenza di animali è più sensibile che nel giorno precedente: big horn sheep, deer, antilocapre e diversi cani della prateria che sbucano fuori dalle tane alle prime luci del sole. Dopo il giro riprendiamo la HW 44 direzione Rapid City dove transitiamo proseguendo per la prima meta della giornata: il Mount Rushmore.

Prima di arrivare, ci fermiamo nella graziosa town di Keystone per un caffè e dopo poco ci si presentano davanti le 4 faccione dei Presidenti, simbolo inconfondibile degli States; non è importante stabilire se è bello o brutto, se è un’opera d’arte o una nefandezza… il Rushmore va visto ed accettato per quello che è, come tutti i simboli. L’ingresso costa 11 $, per accedere al percorso di avvicinamento al monumento e visitare il museo annesso, diciamo che in un’ora abbondante si fa tutto in tranquillità, foto comprese.

Dopo questo bagno di patriottismo a stelle e strisce ci portiamo verso il Custer State Park con l’HW alt16, che ospita foreste e praterie e in cui pascola una delle più grandi colonie di bisonti degli Stati Uniti; anche qui non serve l’Interagency Pass perché si tratta di un parco statale del South Dakota e non di un parco nazionale (attenzione alla differenza per i vostri calcoli), l’ingresso costa 12 $.

La giornata è particolarmente ventosa come spesso da queste parti e sconsiglia lunghe escursioni all’aperto, sebbene il parco ne sia ampiamente dotato; noi, da incalliti escursionisti, ne scegliamo comunque una e ci addentriamo nella prateria per un paio d’ore arrivando a stretto contatto con un gruppo di bisonti che sonnecchia a pochi metri da noi e non pare particolarmente interessato al nostro passaggio. Ovunque troneggiano cartelli che richiamano attenzione ai rattlesnake ma, con mio disappunto, questa volta non ne abbiamo visto neanche uno. Mi sarebbe piaciuto rivivere un’esperienza simile, decisamente affascinante, ma non è andata così.

Dopo un pomeriggio a spasso per la prateria arriviamo alla vicina Hot Springs sulla HW 87, sede deputata per la cena e la nanna. La città non è particolarmente attraente e non merita di perderci molto tempo ma soprattutto non chiedete mai una red beer al saloon: red beer da queste parti non significa birra rossa, ma birra chiara con succo di pomodoro… una vera schifezza ma, a quanto vediamo, molto popolare. Impariamo sulla nostra pelle che per ordinare una birra rossa si deve chiedere una “amber beer” e questa cosa ci servirà anche nel proseguio del viaggio. Lasciamo ai posteri la nostra passata di pomodoro con birra e ce ne andiamo a cena.

Dopo cena, al comodo del nostro letto apprendiamo dalla TV che è in corso un tornado a Custer, a poche miglia da dove siamo noi: l’allarme è esteso anche ad Hot Springs e si consiglia di non uscire di casa e di proteggersi ai piani bassi… la cosa ci preoccupa un po’, più che altro per l’auto posteggiata fuori, ma alla fine non succede nulla di particolare. Questo genere di annunci ci faranno compagnia per quasi tutte le sere, a volte con esiti drammatici come nel caso di Joplin: per noi è pazzesco pensare che ogni giorno da queste parti si scatenano tornados di una violenza indicibile e che, quando incrociano paesi o città, seminano la totale distruzione. Va bene che il territorio non è densamente popolato e quindi la maggior parte di questi eventi si scatena nel nulla, ma certo è una bella roulette russa.

10 MAGGIO HOT SPRINGS-BLACK HILLS-RAPID CITY: oggi è la seconda giornata dedicata alle Black Hills: il sito infatti è piuttosto ampio e ricco di cose da vedere e, se possibile, è meglio dedicarci un paio di giornate per non trovarsi con poco tempo a disposizione.

Il primo appuntamento è al Wind Cave National Park: nelle Hills ci sono numerose grotte, alcune delle più grandi al mondo per estensione, e fra queste le Wind Cave sono le più interessanti dal punto di vista geologico. Sono grotte secche, con poca presenza di acqua e quindi molto diverse dalle nostre, in cui il calcare rimasto dall’evaporazione dell’acqua crea stalattiti e stalagmiti; qui è massiccia la presenza di carbonato di calcio, silicio e ferro che creano formazioni particolari e molto colorate.

Il giro all’interno delle grotte (a pagamento) dura circa 90 minuti e scende a diversi metri di profondità: sconsigliato a chi soffre di claustrofobia e a chi ha paura del buio sia per gli spazi stretti che per l’illuminazione fioca, è molto affascinante e “selvaggio” il giusto per creare un’atmosfera avventurosa.

La simpatia e la competenza della ranger (che ci racconta di aver vissuto un anno ad Asolo, giusto a poche decine di chilometri da casa nostra!) rendono il percorso divertente e formativo e mi fa rispolverare un po’ di reminescenze universitarie in campo geologico.

Nel pomeriggio ci spostiamo nuovamente nel Custer National Park, nei pressi del Sylvian Lake, dove prendiamo il trail che porta in vetta all’ Harney Peak, la montagna più alta in South Dakota. Il sentiero parte a fianco del bellissimo piccolo lago e sale in modo dolce e senza difficoltà fino ai 7242 feet della vetta, da cui si gode un 360° sulle Black Hills veramente da mozzafiato. L’unica cosa a cui dobbiamo badare è non essere spazzati via dal vento che ci rende difficoltoso anche camminare diritti ma la vista ci ripaga del disagio e del freddo.

Terminata la camminata ci muoviamo verso Hill City, cittadina in stile western veramente carina e curata, passando per il Crazy Horse Memorial ovvero quello che dovrebbe essere la scultura in pietra più grande del mondo. Al momento è incompleta e, visto l’aspetto che dovrebbe avere a lavori ultimati, credo rimarrà tale per molto tempo ancora. Ad oggi infatti è visibile solo il volto del capo indiano che sconfisse Custer, ma manca il corpo e il cavallo dal quale guarderà e indicherà le sue terre. Si vede bene anche dalla strada per Hill City e confesso che noi non abbiamo pagato l’ingresso ma l’abbiamo visto transitando sulla HW.

Per la cena e la nanna andiamo a Rapid City, città decisamente più grande ma, forse anche per il vento che rende complicato muoversi, poco attraente.

11 MAGGIO RAPID CITY-DEADWOOD-DEVIL’S TOWER-BUFFALO: Oggi il tempo non promette nulla di buono: vento, freddo e possibilità di neve (avete letto bene…). Il programma prevederebbe di spostarsi a Deadwood, visitare la celebre cittadina e noleggiare 2 bici per fare un lungo giro sul Michelson trail, un sentiero protetto di circa 170 Km che attraversa le Black Hills e permette di goderle nella forma più naturale e autentica.

Ben presto ci rassegniamo all’idea di modificare i piani perché la pioggerella mista a nevischio che sta iniziando a scendere ci consiglia di non rischiare in mountain bike e, in arrivo a Deadwood, ci fiondiamo al Visitor Center per sondare il terreno.

Deadwood è una celebre cittadina della frontiera, nota per aver ospitato alcuni personaggi epici dell’epopea western come Wild Bill Hickock, William Cody (alias Buffalo Bill) che insieme crearono il famoso show itinerante del “wild west show”, Calamity Jane e altri… insomma un vero paese dei balocchi per gli appassionati della materia. E’ anche il luogo dove Wild Bill venne ucciso a tradimento nel Saloon 10, mentre giocava la famosa partita a poker che diede poi il nome alla “mano del morto”.

In mancanza di valide alternative al congelamento decidiamo di garantirci una sana mattina di fitness andando al Recreation center, una magnifica struttura con palestra, piscina, wellness center per 2.75 $ ad ingresso (anche qui avete letto bene… in Italia un posto del genere costerebbe almeno 15 € ad ingresso, meditiamo gente). Ovviamente pulitissimo, ultra moderno e con attrezzature di primo livello.

Dopo 2 ore di benessere rimontiamo in auto e decidiamo di andare a vedere la Devil’s Tower, poco lontana dalla strada che dovremmo fare per raggiungere la meta della nostra nanna, Buffalo in Wyoming. Proseguiamo per Spearfish, poi in Intestate 90 fino a raggiungere l’HW 24 che passa a pochi metri da questa incredibile montagna. Per darvi un’idea ricorda il monte dell’occhio di Mordor, in pratica un’ immensa torre di pietra perfettamente liscia che si staglia per centinaia di metri di altezza in mezzo al nulla, veramente incredibile a vedersi e merita un passaggio se vi trovate da queste parti.

Le nuvole nerissime che si stagliano all’orizzonte le danno un’atmosfera vagamente inquitante e tetra e, prima di essere assaliti da qualche orco guerriero partiamo alla volta di Buffalo, riprendendo l’IS90 e arrivando tranquillamente per l’ora di cena.

Da Gillette in poi, familiarizziamo con un aspetto dell’IS che non avevamo mai visto: le uscite personalizzate; dato che per svariate decine di miglia non c’è un paese, ogni tanto si incontrano delle uscite che finiscono direttamente in una casa nella prateria… non male come servizio: “US Roads, ti portiamo l’IS direttamente in giardino!”.

12 MAGGIO BUFFALO-CODY Oggi il tempo sembra peggio di ieri: in partenza ci attende il passaggio nelle Big Horn Mountains attraverso la HW16 che sale fino a 9700 feet di altezza e le possibilità di finire in una fitta nevicata non ci rallegrano.

Fortunatamente le condizioni meteo volgono velocemente al meglio e ci permettono di godere di paesaggi notevoli: si tratta di una strada assolutamente panoramica e la vista dal Powder river Pass spazia fino a Yellowstone, dominando centinaia di miglia di altipiani e mesas; le montagne di neve attraverso cui passiamo rendono il contesto magico, la strada è un vero e proprio tunnel tra cumuli di 2-3 metri di neve: qui l’inverno non è un pallido ricordo, ma l’attualità.

Raggiungiamo Worland e poi con le HW 16-20 e 14 arriviamo a Cody, una delle località più tipiche del Wyoming e porta di accesso all’east entrance di Yellowstone.

E a Cody arriva il primo imprevisto del viaggio: nella notte è caduta una gigantesca valanga a monte di Pahasca e quindi l’ingresso est è chiuso e lo sarà per diversi giorni. AZZ!!! Era proprio la strada che dovevamo fare il giorno dopo e questo ci costringerà ad una lunga deviazione non priva di guai.

Per oggi però pensiamo a goderci la giornata che è improvvisamente diventata estiva: abbandoniamo pile e cappello di lana e ci mettiamo in maniche corte; al visitor center ci consigliano di percorrere comunque la HW 14-16 fino a Pahasca per godere del panorama e ci indicano un paio di trail che potremmo fare lungo il percorso aggiungendo una cosa che da qui in poi ci sentiremo dire parecchie volte: “ Beware of the bears!”.

Effettivamente il percorso è eccezionale dal punto di vista panoramico e vale la pena percorrerlo in ogni caso: Theodore Roosevelt aveva definito questo tratto di strada come “le 52 miglia più panoramiche al mondo”; non so se sia proprio così, ma Teddy aveva comunque ragione.

Sulla via del ritorno a Cody decidiamo di percorrere l’elk creek trail, uno dei consigliati: il sentiero è facile e costeggia un torrente addentrandosi nelle montagne garantendo ottime viste. Tra le viste, ci colpisce immediatamente l’alto numero di impronte di orso che vediamo ovunque e avanziamo circospetti con un misto di paura e di desiderio del grande avvistamento. Che improvvisamente arriva, lasciando spazio (almeno per me) più alla paura che al desiderio: a circa 60-70 metri da noi c’è un enorme grizzly che passeggia nel prato e si muove nella nostra direzione… prima che decida di interessarsi a noi ce la battiamo velocemente con l’adrenalina che pompa a mille. C’è poco da fare: tutti i consigli e le norme di buon comportamento vanno a farsi benedire quando ti trovi in situazioni del genere, facile dire “ non agitarti” quando sei seduto al bar, ma con un bestione del genere davanti la storia è un po’ diversa.

Esaurita la scarica di adrenalina torniamo a Cody dove soggiorniamo all’Irma Hotel: come vedete, normalmente non citiamo hotel o motel perché riteniamo che ciascuno abbia i suoi gusti e le proprie aspettative e non è affatto detto che le opinioni sullo stesso posto siano univoche. Negli USA c’è una tale possibilità di scelta, dal motel scassato fino all’hotel 5 stelle, pertanto ognuno può tranquillamente fare le valutazioni in base alle proprie esigenze. Noi, in genere, andiamo su normali catene di motel (con cui ci siamo sempre trovati bene) ma qui facciamo un’eccezione. L’Irma hotel è stato costruito da Buffalo Bill e contiene alcuni oggetti autentici, incluso un favoloso bancone da bar in cui accomodarsi per sorseggiare una birra scura; è un luogo molto caratteristico e per nulla artificiale e merita un’attenzione particolare se soggiornate a Cody; dopo cena ci godiamo un concertino country con pubblico in visibilio, danze e canti.

13 MAGGIO: CODY-GRAND TETON-JACKSON Oggi ci tocca bere l’amaro calice e ci mettiamo in auto alle prime luci dell’alba, consci che sarà una dura giornata. La chiusura dell’entrata est ci costringe a rivoluzionare i programmi, e rivoluzionare i programmi in Wyoming non è mai una buona idea, visto che le strade non abbondano.

Da Cody andiamo verso sud sulla HW120, verso Thermopolis, Shoshoni e poi sulla 24 fino a Riverton. Andare verso nord era infatti oltremodo complicato da altre chiusure in corso su passi a rischio valanghe.

Le miglia sono molte ma ci riservano piacevoli sorprese dal punto di vista naturalistico: in particolare il tratto da Thermopolis a Shoshoni attraverso un lungo e stretto canyon è spettacolare e merita pienamente il “best of the best” che gli affibbia il Rand Mcnally (a differenza di altri veramente incomprensibili).

Ma la strada è lunga e la mia pazienza volge lentamente al termine: l’HW 26-287 sembra non finire mai e l’istinto di premere sull’acceleratore vince la consapevolezza che da queste parti si annida uno sceriffo dietro ogni angolo. E quello annidato dietro un muro a Dubois puntualmente mi becca e mi insegue a luci spiegate; mi fermo e mi sorbisco in silenzio il rituale della faccenda che dura un buon quarto d’ora: il tizio parla come Jeff Bridges ne “El grinta”, sembra John Waine in una delle sue interpretazioni più riuscite con i suoi baffi e la sua masticata lenta ed insopportabile. Mi aspetto che sputi un po’ di tabacco per terra e scappi via a cavallo, ma invece mi ammorba spiegandomi quanto sia pericoloso guidare fuori dai limiti e mi sfila 84 $ dal portafoglio.

Chiaramente la mia incazzatura sale a livelli incalcolabili e, muto come un pesce (per somma gioia di Nadia), guido fino all’ingresso del Grand Teton National Park.

L’ingresso al parco copre anche Yellowstone, costa 25 $ e da accesso ad uno degli scenari alpini più spettacolari dell’intero Nord-America. Da un punto di vista puramente montano, i paesaggi del Grand Teton sono magnifici e superano a mio parere anche quelli di Yellowstone. Il Ranger Peak e il Mt Moran sulla Colter Bay e sul Jackson Lake ancora quasi completamente ghiacciato, disegnano una tavolozza di colori insolita per questa stagione, ma impagabile.

E’incredibile osservare quanta neve ci sia ancora, specialmente qui e nella parte sud di Yellowstone: metri e metri, laghi ghiacciati, temperature polari sono le conseguenze per l’inverno più rigido che si ricordi da queste parti; la possibilità di fare camminate è messa a dura prova poiché la maggior parte dei sentieri è sepolta da neve e ghiaccio (e lo sarà ancora per molto, ricordatevene se avete in programma un viaggio da queste parti… un buon paio di scarponi è il minimo): “too much snow, too many bears” per dirla con i rangers. Rimane la possibilità di girare in auto lungo le diverse road all’interno del parco godendo anche di alcuni avvistamenti di wild life: deer, alci, renne e (con il binocolo) alcuni lupi che camminano sul lago ghiacciato.

Per sera arriviamo a Jackson, città nota e turistica, sicuramente carina ma un po’ commerciale pur mostrandosi gradevole per un’ultima passeggiata della giornata.

14 MAGGIO: JACKSON-YELLOWSTONE NP- WEST YELLOWSTONE: Oggi è il primo giorno da trascorrere interamente nel Parco; entriamo da sud, passando attraverso il Teton e percorriamo la strada per Old Faithful dove c’è il più vicino Visitor center aperto al momento. Il percorso da sud a nord conferma le nostre impressioni di ieri: nonostante l’apparente contraddizione c’è molta più neve a sud rispetto che a nord, siamo infatti nuovamente circondati da metri di neve, lo Yellowstone Lake e lo Shosone Lake sono completamente ghiacciati e fungono da freezer naturale per tutto l’ambiente circostante.

Ciò dipende dalla conformazione orografica del territorio, che a sud presenta valli strette e profonde mentre a nord è costituito da altipiani più ampi e soleggiati, che si scaldano più facilmente.

La zona di Old Faithful è uno dei punti imperdibili di Yellowstone: si tratta della geyser basin, ovvero della più alta concentrazioni di geyser al mondo dove convivono nell’arco di pochissimi kilometri decine di geyser che eruttano a scadenze regolari offrendo spettacoli incredibili. Old Faithful è il più famoso ed erutta a scadenze regolari di circa 90 minuti (ben segnalate all’interno del visitor center) per circa 5 minuti, lanciando spruzzi di decine di metri: non perdete l’occasione di vederlo comodamente seduti sull’anfiteatro creato appositamente.

Dall’Old Faithful parte una comoda passeggiata protetta che gira all’interno della geyser basin permettendovi di avvicinare tutti i geyser ed osservarli in azione: alcuni eruttano a distanza di pochi minuti, altri poche volte all’anno, leggete sui pannelli informativi le caratteristiche di ognuno. Vale la pena spenderci del tempo per “catturare” più eruzioni possibili, diciamo che in un paio d’ore si vede parecchio. Ovunque è ovviamente segnalato di non uscire dal sentiero, pena finire lessi dentro qualche caldera nascosta sotto il suolo.

Nel pomeriggio percorriamo in auto il loop di circa 60 miglia che corre all’interno del parco attraverso Old Faithful, Fishing Bridge, Canyon e l’uscita per West Yellowstone; in questo momento tutte le strade all’interno del parco sono aperte ad eccezione del tratto tra Canyon e Tower che prevedono di aprire ad inizio giugno (informatevi però perché i ritardi sono possibili) e quello da Fishing Bridge a Pahasca per la nota valanga di cui parlavo.

Godetevi questo magnifico loop fermandovi ogni volta che volete nei punti più interessanti o che semplicemente vi incuriosiscono: se ne contano a decine lungo il percorso, tra noti e meno noti, ma meritano tutti una sosta “ad ispirazione”: Mud Volcano, Artist Point, Ispiration Point… se un luogo vi piace fermatevi e godete della sua bellezza, tutto qua.

Si avvistano facilmente animali, soprattutto numerosi sono i bisonti, spesso anche sulla sede stradale, quindi usate prudenza specialmente quando la vista non è ampia.

Alla sera facciamo cena a nanna a West Yellowstone, paese carino alle porte del parco per il quale faccio un’altra eccezione: abbiamo soggiornato allo Stage Coach Inn, buona sistemazione e prezzo ragionevole per un pernotto.

15 MAGGIO: WEST YELLOWSTONE-YELLOWSTONE NP-GARDINER secondo giorno nel parco, con un sole splendido e con temperature estive; impressionante l’escursione termica di questi posti, si passa in poco tempo da temperature a ridosso dello zero a piacevoli caldi.

La prima meta di oggi è Mammoth Hot Spring all’estremo nord del parco: si tratta di un’enorme caldera che produce vasche e cascate multicolori di acqua calda.

Il Visitor Center è molto grande ed attrezzato e ci informiamo sulle opportunità di fare trail, vista la minor presenza di neve: il ranger ci fornisce le informazioni necessarie al grido di “beware of the bears”.

Al mattino percorriamo la bella e facile passeggiata al Mammoth Hot (simile a quella di ieri all’Old Faithful) e nel primo pomeriggio ci buttiamo sul Lava creek trail: il sentiero è bello e facile, ondulato il giusto e con un passaggio “adventure” su un ponte sospeso: da provare per qualche ora di sano fitness.

Quasi alla fine del percorso di andata ci imbattiamo in una mega mandria di bisonti che soggiorna proprio sul nostro tracciato: alla faccia degli orsi, devo dire che la massiccia presenza di bisonti praticamente ovunque si è rivelata spesso un problema nelle camminate a piedi; in ogni trail ne abbiamo incontrati diversi, qualche volta li abbiamo aggirati, altre volte (come questa) erano troppi e troppo vicino a noi per rischiare brutte sorprese e siamo dovuti tornare indietro. Mettete bene in conto questa ipotesi, perché se decidere come noi di fare parecchie camminate, vi accadrà sicuramente di trovarveli di fronte e di decidere cosa fare: i bisonti in genere sono indifferenti all’uomo ma possono essere molto pericolosi se avvicinati nel momento e nel modo sbagliato.

Tornati all’auto ci imbarchiamo in un altro mini tour verso Tower e Silver Gate; lungo il ciglio della strada sono numerose le persone dotate di telescopi alla ricerca di wildlife: se vedete assembramento di auto e gente che guarda nei telescopi fermatevi a chiedere cosa sta succedendo, saranno ben felici di farvi vedere orsi, lupi o altri animali che, con un normale binocolo (come il nostro), fareste molta fatica ad individuare.

Nel nostro pellegrinaggio avvistiamo numerose renne, lupi e il secondo orso della vacanza.

Per la cena e nanna andiamo a Gardiner, subito fuori dall’uscita nord di Mammoth, posto decisamente meno affascinante di altri ma che ha l’innegabile pregio di essere a pochi metri dall’ingresso del parco.

16 MAGGIO GARDINER-YELLOWSTON NP-HELENA terzo e ultimo giorno nel parco; oggi partenza con il botto: decidiamo di alzarci prestissimo per andare in gamedrive fino dalle prime luci dell’alba; mattina presto e sera tardi sono infatti i momenti migliori per cercare animali.

Scegliamo di percorrere il tratto Mammoth-Tower-Silver Gate-Cooke City e la scelta si rivela azzeccatissima. Se siete interessati all’avvistamento di wild life vi consiglio caldamente di battere questo tratto, in particolare da Tower a Silver Gate: la strada costeggia un ampio bassopiano con un largo torrente da cui partono montagne e foreste, il luogo adatto per pascolare, abbeverarsi e cacciare.

Il percorso è un continuo avvistamento: renne, alci, una favolosa white goat con i piccoli al seguito, una bald eagle tranquillamente appollaiata a pochi metri dal ciglio della strada e finalmente orsi: ne avvistiamo 5 in diversi momenti, sia neri che grizzly. Insomma… uno spettacolo!!!!!

Arriviamo a Cooke City dribblando un alce che corre in mezzo alla strada e ci fermiamo per un caffè in questo paesino incredibile dove vivono (e non so come facciano) tutto l’anno circa 100 persone. Per darvi un’idea, qui ognuno ha posteggiato fuori casa la sua bella motoslitta che probabilmente usa più dell’auto: l’unica strada sempre aperta per questo angolo ignoto è quella che abbiamo percorso da Gardiner perché per il resto vive in quasi totale isolamento; quest’anno ad esempio la via di accesso dal Beartooth pass sarà aperta a luglio, se tutto va bene, la città più vicina degna di questo nome è a ben più di 100 miglia. E come se non bastasse abbondano i grizzly, compagni di avventura e vicini di casa che gironzolano abitualmente per il paese… noi peraltro abbiamo visto un bel lupo passeggiare sulla strada in totale tranquillità.

Dopo aver fatto una lunga ed istruttiva chiacchierata con il simpatico gestore del bar, torniamo verso Tower dove decidiamo di percorrere a piedi un tratto della strada per Canyon, al momento chiusa alle auto, fino alle omonime cascate che distano circa 3 miglia.

Anche qui le sorprese non mancano (questa sarà la giornata più intensa del viaggio): dopo pochi minuti avvistiamo un orso nero che sta tranquillamente passeggiando a meno di 10 metri dalla strada; ci uniamo ad altri escursionisti e lo osserviamo per parecchi minuti scattando un bel po’ di foto. Certo che in confronto al grizzly è un batuffolo e fa quasi tenerezza… ma rimane sempre un orso!

Quasi al limitare delle cascate, in fondo ad un canyon assistiamo ad una scena incredibile: la nascita, pressoché in diretta, di un cucciolo di renna. Noi siamo sulla strada, molti metri più in alto, ma con l’ausilio del binocolo vediamo il cucciolo fare i primi tentativi di mettersi in piedi ancora con il cordone ombelicale attaccato, veramente emozionante!

Esaurita anche questa esperienza, torniamo all’auto e ci dirigiamo lungo l’HW 89 fino all’IS90 e poi lungo la 287 fino ad Helena; il viaggio è tranquillo e senza intoppi.

17 MAGGIO HELENA-MISSOULA-KALISPELL: la giornata di oggi prevede un trasferimento da Helena a Kalispell, una delle porte del Glacier NP, passando per Missoula, la città più carina ed attraente del Montana. Ci muoviamo lungo la HW12 per riprendere l’IS90 fino alla nostra prima meta.

Missoula è una città universitaria molto sofisticata, ricca di gallerie d’arte (e fa un certo effetto da queste parti dove mucche e bisonti sono all’ordine del giorno); gradevole per fare delle belle passeggiate nell’immenso parco lungo il fiume o nella downtown ricca di negozi e di bar molto cool dove sedersi, bere un buon caffè e fare 4 chiacchiere con gli altri clienti.

Dall’università, proprio in prossimità del gigantesco stadio di football dei Montana Grizzlies parte una passeggiata che sale sul monte che domina Missoula fino ad un’enorme lettera M disegnata sul prato; la camminata è molto gettonata, anche come allenamento, dai “missoulesi” e vale la pena arrivare fino in cima per godere di un gran panorama che spazia sulle Rocky mountains circostanti.

Trascorsa una buona mattinata a Missoula, mangiamo un boccone al volo e ripartiamo verso nord lungo la 93 fino a Polson e al bellissimo Flathead Lake, seconda meta turistica per importanza nel Montana (la prima è ovviamente il Glacier).

La vista in arrivo dall’alto è notevole e a Polson si può fare una passeggiata lungo il lago; se preferite giri più naturalistici ci sono diverse aree protette lungo la 93 da Polson a Lakeside ma ricordatevi che sono a pagamento. Il paesaggio è sempre curato, ordinato e con scorci di rara bellezza, con le Rocky mountains che si specchiano nelle acque del lago.

A sera arriviamo a Kalispell, porta di accesso al West Glacier e quindi luogo adatto e comodo per pernottare. La città offre una varia scelta di motel, supermercati, fast food e tutto il necessario ma certo non è memorabile, specialmente se paragonata a Missoula. Un’eccezione d’obbligo va fatta per un saloon veramente spettacolare: il Moose’s saloon, all’angolo tra la 93 e la 2; se volete farvi un tuffo nella Real America, side B e C e tutto il resto, non mancate… qui c’è tutto, dal tizio con il cappello da baseball di John Deere che discute di trattori, al ciccione inchiodato alla tv davanti alla partita di baseball, ai consumatori accaniti di luppolo, al vecchietto con il cappello da cowboy, camicia a quadri e jeans dentro gli stivali. E la birra è ottima, specialmente l’Alaskan... per intenditori!

18 MAGGIO KALISPELL-GLACIER NP-KALISPELL oggi è il primo giorno al Glacier, dedicato alla parte ovest del parco, da cui si accede percorrendo l’HW 2 fino a West Glacier ed entrando alla deviazione per Apgar Village.

Arriviamo ad Apgar alle 8 circa e fa un freddo bestiale; il cielo è splendido, senza una nuvola ma la temperatura è di qualche grado sotto zero. Facciamo una puntatina al Lake Mcdonald in attesa dell’apertura del Visitor center, fissata per le 9.

Il paesaggio è favoloso, decisamente più montano, con vette e creste articolate, ma c’è molta meno neve rispetto a Yellowstone (almeno lungo la strada) e il lago non è ghiacciato.

Sappiamo già che la strada che attraversa il parco (la “Going to the sun road”) che collega Apgar con St Mary è chiusa prima del Logan Pass per le numerose valanghe che cadono continuamente; avvicinandoci al punto di chiusura e vedendo il proseguio della strada in mezzo alle montagne vediamo chiaramente il fronte della neve che ha invaso in più punti la strada e tutta quella che ancora la sormonta: anche qui si parla di un’apertura per luglio, informatevi bene prima di partire.

Al Visitor Center ci confermano in buona sostanza quello che sapevamo e ci consigliano un paio di buoni trail per passare la giornata: il primo consiste nel percorrere un tratto della Going to the sun da Avalanche (punto di chiusura alle auto) per circa 5 miglia fino alla chiusura definitiva, l’altro è un’ascesa dolce fino all’Avalanche lake.

Facciamo entrambi: la camminata sulla strada è ovviamente facilissima e non presenta difficoltà; man mano che si avanza nel parco si aprono viste sempre nuove e bellissime che lasciano immaginare quanto sarebbe stato bello andare oltre fino a Logan Pass; la salita all’Avalanche Lake porta ad un laghetto alpino in lieve quota incastonato in un fondovalle stretto; è lunga circa 3 miglia e non presenta particolari difficoltà tecniche, nel momento in cui l’abbiamo fatta c’era però ancora parecchia neve, specialmente da metà in poi: gli scarponi sono indispensabili.

Vediamo qualche deer e un lupo nero ci attraversa la strada, niente orsi però; nel pomeriggio ci muoviamo in auto alla ricerca di orsi da Apgar sulla sterrata che porta a Poleridge (i ranger ci hanno detto che sono soprattutto in questa zona) ma questa volta non siamo fortunati e la ricerca si conclude a mani vuote.

Alla sera ritorniamo per cena, birra e nanna a Kalispell.

19 MAGGIO: KALISPELL-GLACIER NP.-CUTBANK oggi secondo e ultimo giorno nel Glacier NP; le mete sono East Glacier e Main Glacier. Percorriamo la HW2 fino ad East Glacier ma siamo costretti a tornare indietro perché la 49 è chiusa per inondazione; questa volta il tragitto alternativo è comodo: 2 fino a Browning e poi 89 fino a St. Mary. L’HW 89 è tutt’altro che splendida: stretta, piena di curve e molto dissestata (semidistrutta forse rende meglio), vale la pena valutare il giro dalla 464 verso Babb (che abbiamo fatto al rientro, decisamente più comoda).

Il Visitor Center di St. Mary è ancora chiuso e, complice una giornata grigia e fredda, il luogo non mi fa una grande impressione: il paesaggio è meno accattivante di west glacier ed anche le possibilità di camminare sono poche.

Diverso discorso invece per Babb e Main Glacier (di cui ci avevano parlato poco): secondo noi è assolutamente la parte migliore del parco, semplicemente stupenda!!!. Paga il prezzo di essere la meno raggiungibile ma come spesso succede i tesori sono ben nascosti: percorrete tutta la strada da Babb al Visitor Center (anche qui purtroppo semidistrutta) e vedrete panorami mozzafiato: montagne innevate, ghiacciai maestosi, laghi ghiacciati, foreste di conifere.

Ci sono anche infinite possibilità di escursione, neve e allenamento permettendo: da non perdere!

Come ciliegina sulla torta esce anche il sole e tutte le nuvole svaniscono all’istante, permettendoci viste e foto ancora più belle.

Nel tardo pomeriggio lasciamo a malincuore Main Glacier e ci dirigiamo a Cut Bank, luogo deputato alla nanna, percorrendo le HW 464 fino a Browning e poi la 2.

Cut Bank vale giusto il tempo di una notte: si trova all’interno della “Black feet Indian reservation” e purtroppo, come spesso accade alle città dentro le riserve, è veramente sgangherata.

20 MAGGIO CUTBANK-GLASGOW la giornata di oggi prevede di percorrere l’HW2 da Cut Bank a Glasgow lungo il “Montana Disosaurus Trail”; questa parte del Montana è infatti uno dei luoghi al mondo dove sono stati rinvenuti il maggior numero di fossili, alcuni dei quali perfettamente conservati: in particolare alcuni scheletri praticamente interi di T Rex. Le brochure informative si trovano praticamente ovunque e delineano percorsi attraverso siti e piccoli musei che si trovano tutti nelle località lungo la HW2.

L’argomento ci interessa parecchio e quindi siamo di buon umore sebbene il tempo sia tremendo: fino ad ora siamo stati molto fortunati, a parte rarissime eccezioni siamo stati sempre risparmiati dalla pioggia ma oggi non c’è nulla da fare e secchiate di acqua ci accompagneranno per tutto il giorno.

Questa zona del Montana è meno affascinante di quella che abbiamo visto fino ad ora: più pianeggiante, con altipiani e praterie; anche le città sono più spoglie e meno curate rispetto alla zona ovest.

Ci fermiamo lungo la strada secondo programma a Chinook e Malta per visitare i piccoli ma interessanti musei, che contengono oltre alla parte paleontologica anche varie memorabilia dell’epoca dei pionieri e delle tribù dei nativi di queste parti: i volontari e i gestori sono sempre molto disponibili a fare 4 chiacchiere e ad illustrare i contenuti delle sale.

Nel primo pomeriggio arriviamo a Glasgow e, dopo una sosta nel nostro motel, ci dirigiamo a Fort Peck con la HW42, dove ci sono altri due siti molto interessanti da visitare. Fort PecK si trova sulle sponde dell’omonimo lago alla confluenza con il Missouri. Il lago è artificiale ma enorme e particolarmente articolato; sulle sue sponde, tempo permettendo, ci sono numerose possibilità di fare passeggiate e giri in bici; le parti più remote si raggiungono attraverso strade sterrate ben indicate che partono dalla HW42.

Oggi purtroppo non è la giornata migliore per approfondire la conoscenza del lago e quindi decidiamo di ritornare a Glasgow per la cena e la nanna.

21 MAGGIO GLASGOW- THEODORE ROOSEVELT NP-MEDORA la giornata è dedicata al Theodore Roosevelt NP, l’unico parco presente in North Dakota e uno dei meno visitati degli States, proprio per la sua ubicazione particolare. In più è suddiviso in due unità distinte, la north unit raggiungibile comodamente dalla HW85 e la south unit a fianco della località di Medora lungo la IS94. Si tratta delle Badlands del North Dakota, molto simili a quelle dell’omonimo parco nel South Dakota, ma con alcune particolarità geologiche interessanti (tipo le cannon ball), alcuni scenari notevoli con vista sul Little Missouri e la presenza di numerosi animali.

Ci mettiamo in auto ancora sotto la pioggia che ci lascerà solo a mezzogiorno, giusto in tempo per visitare il parco (che culo!!); questa mattina però picchia veramente da pazzi, si tratta di un nubifragio a tutti gli effetti che rende complicato guidare; ci muoviamo con grande prudenza lungo la HW2 fino a Willinston, dove prendiamo la 85 verso Watford City e Medora. Non si vede praticamente nulla, a parte i primi effetti di queste piogge torrenziali con allagamenti, torrenti a bordo strada ed indicazioni di “road closed e flood” a destra e sinistra.

Non sarà un periodo facile per queste zone: con il disgelo delle montagne di neve ancora presenti a nord e le continue piogge ci saranno sicuramente molti problemi.

Visitiamo la north unit abbastanza velocemente perché il freddo è pungente e ci dirigiamo a Medora per visitare la south; entrambe le zone sono dotate del caratteristico loop da percorrere in auto che raggiunge le parti migliori e da cui si dipanano numerosi sentieri da percorrere a piedi.

Il clima finalmente gradevole ci permette di fare una bella passeggiata anche se ci impantaniamo parecchio visto che il terreno è zuppo di acqua.

La parte sud è più grande e più varia ed offre numerose colonie di prairie dog, big horn sheep e bisonti.

Nel tardo pomeriggio facciamo quattro passi per Medora, cittadina tipicamente western, molto piccola ma caratteristica e ci dirigiamo per cena e nanna in un ranch a conduzione familiare poco ad ovest di Medora, che si raggiunge con una di quelle uscite “personalizzate” lungo la IS94: abbiamo infatti deciso di concederci una serata “old west style” con abbuffata di bistecche e fagioli e nanna di fronte al corral pieno di cavalli, stile Bud Spencer e Terence Hill… niente male!

22 MAGGIO MEDORA-FARGO: il viaggio sta quasi volgendo al termine, ora si tratta di fare un bel po’ di Kilometri per ritornare alla meta del nostro volo. Oggi attraversiamo tutto il North Dakota da ovest ad est fino a Fargo, la città resa famosa dall’omonimo film dei fratelli Cohen.

In partenza facciamo ancora una passata alla south unit del parco per salutare un po’ di animali, prairie dog in particolare, e poi via sulla IS94.

Il passaggio sul Missouri a Bismarck (dove ci fermiamo per una sosta) conferma le nostre previsioni circa le inondazioni: una parte della città è sott’acqua e quello che vediamo non promette nulla di buono; poco dopo Bismarck l’IS94 entra in un bassopiano completamente allagato da acqua che copre anche parzialmente la carreggiata: uno scenario irreale, una lingua di asfalto che emerge a fatica da un lago che si estende a perdita d’occhio. Non c’è da stare allegri ma come si dice… “mal comune mezzo gaudio”, vedo che agli altri automobilisti non importa nulla e proseguo anch’io per qualche kilometro in queste condizioni.

Per il resto, il viaggio prosegue tranquillo fino a Fargo, dove però riprende a piovere con insistenza rendendo difficile fare 4 passi per la città. Mi consolo con una passeggiata nei vari mall e in un negozio enorme di merchandasing sportivo in cui faccio incetta di magliette NBA e NFL.

23 MAGGIO FARGO-MINNEAPOLIS-ROCHESTER Oggi finalmente il tempo è bello! E questa è la notizia più importante.

Possiamo finalmente fare una bella passeggiata per Fargo, sia nella Downtown che nel grande parco lungo il fiume; sono alla ricerca della concessionaria del Sig. Landegaard (il mitico William Macy di Fargo) ma trovo solo uno studio dentistico Landegaard, a cui ho la tentazione di chiedere se sa qualcosa del suo omonimo; la città in compenso è carina, vagamente retrò nello stile, ma sicuramente armonica, con alcuni scorci piacevoli e accattivanti e con alcune caffetterie gradevoli in cui bere un buon caffè e accedere ad internet. Insomma non merita la fama poco lusinghiera di cui gode anche a seguito del film, abbiamo visto città decisamente più brutte ed anonime nei nostri viaggi da queste parti.

Dopo pranzo ripartiamo sulla IS94 entrando in Minnesota alla volta di Minneapolis, dove giungiamo senza problemi e dove transitiamo senza fermarci per raggiungere la nostra meta finale lungo la HW 52: Rochester.

Rochester è la classica bella città del nord est: paesaggio fiabesco, ordine e pulizia ovunque, parco enorme a centro città con tanto di lago e fiume, downtown carina e ricca di bei negozi, tutto apparentemente perfetto; è uno scenario a cui non siamo più abituati dopo 20 giorni nelle lande sperdute del vecchio west, onestamente non ci mancava molto ma è un primo approccio al ritorno alla normalità della vita.

Ne approfittiamo per fare una bella corsa nel parco e per concederci una bella birra in un pub del centro: anche qui ci manca il Moose’s saloon e la sua atmosfera unica ma il gestore, in cappellino da baseball e divisa ufficiale dei Minnesota Twins, fa di tutto per rendere la nostra permanenza piacevole.

E poi… cena e nanna.

24 MAGGIO ROCHESTER-MISSISSIPPI STATE PARK-DUBUQUE oggi sveglia sotto un bel cielo azzurro, con in programma costeggiare il Mississippi lungo le strade panoramiche e sostare nei parchi a bordo fiume lungo il confine Minnesota, Wisconsin, Iowa.

Da Rochester prendiamo la HW 42 fino a Kellog dove ci immettiamo nella HW61, la bellissima strada panoramica che affianca ed accompagna il Big Daddy per molte miglia. E’ uno scenario unico, fantastico, impagabile ed inimmaginabile per le nostre dimensioni: sebbene ci troviamo nella parte iniziale del suo percorso, il Grande Fiume è già maestoso, enorme, impressionante nel gioco di anse e laghi che forma in continuazione: possiamo solo immaginare come sia in Louisiana dalle parti della foce.

Transitiamo da diverse località particolarmente carine lungo le sponde fino al Great River Bluff State Park, dove abbiamo deciso di fermarci per fare una passeggiata.

Lungo la 61, ma in generale lungo tutte le strade che affiancano il fiume, c’è un sistema di parchi che permettono di avvicinare il Mississippi o di godere di punti panoramici che dominano l’orizzonte per molti Km rendendo evidente l’enorme portata del Big Daddy.

Il parco, a cui si accede da una deviazione sulla 61 poco dopo Winona, è carino e offre diversi sentieri e view point di eccezionale impatto visivo.

La giornata trascorre scoprendo i tesori nascosti da una sponda e l’altra, tra La Crosse e Prairie du Chien in Wisconsin lungo la HW35 e poi in Iowa lungo la 52 fino a Dubuque.

Se passate qui, vi consiglio caldamente questo giro perché offre continuamente scorci bellissimi del grande fiume.

Dubuque è una città di medie dimensioni ed operosa, non facilissima da girare in auto a causa di una planimetria un po’ irrazionale (a differenza della maggior parte delle città americane).

Si tratta di un porto commerciale importante lungo il Mississippi; la zona portuale è interessante e anche la vicina downtown offre qualcosa.

Ma per oggi abbiamo fatto abbastanza… cena e nanna a Dubuque

25 MAGGIO: DUBUQUE-CHICAGO-VENEZIA: oggi è l’ultimo giorno e come ogni volta si chiude una pagina intensa e memorabile, ricca di emozioni, sensazioni, conoscenze.

Attraversiamo il ponte metallico sul Mississippi di Dubuque ed entriamo in Illinois lungo la HW20 che ci porterà fino a Rockford, da dove parte l’IS90 fino a Chicago.

L’IS90 è a pagamento fino all’aeroporto, a cui si accede con una deviazione con l’IS190, sempre a pagamento e con una sorpresa finale: l’ultima uscita per l’aeroporto è automatizzata, non ci sono addetti e accetta solo monetine e non soldi di carta. Costa 75 cents e noi ovviamente abbiamo solo dollari in carta!!!!! Mi fiondo quindi in mezzo alla strada per bloccare le auto e trovare un buon cristiano che mi cambi un dollaro in monetine: l’impresa è assai più dura di quanto immaginavo, forse mi scambiano per un pazzo o per un barbone e non mi fila nessuno, ma alla fine trovo il mio buon samaritano e ottengo il cambio.

Ora è proprio il momento di restituire l’auto e volare a casa… see you soon America!

Questo è tutto, spero di non avervi annoiato e se vi servono approfondimenti contattatemi pure con email.

CIAO!!!!!!!!

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