MARTEDÌ 16 GIUGNO 2009 Verde acquamarina. Necessitavo di qualche giorno di pausa meditativa. L'occasione di unire il bisogno dello spirito ai più prosaici richiami della carne, intesi come assunzione di proteine complesse, è venuta dall'annuale viaggio di studio a cui ...
MARTEDÌ 16 GIUGNO 2009 Verde acquamarina. Necessitavo di qualche giorno di pausa meditativa. L'occasione di unire il bisogno dello spirito ai più prosaici richiami della carne, intesi come assunzione di proteine complesse, è venuta dall'annuale viaggio di studio a cui l'Associazione del Museo dell'Agricoltura del Piemonte mi ha chiamato. Così il torpedone carico di anime desiderose di arricchire la propria conoscenza, si è diretto ad est, verso le aspre montuosità dell'alta Slovenia, attraversando strette valli tagliate da verdi torrenti dal percorso tortuoso fino a Bled, un miracolo della natura. Generalmente amo poco i laghi per la loro tranquillità tenebrosa presaga di finali spiacevoli, per la loro calma apparente che richiama la mente nei gorghi della depressione, ma Bled ed il suo colore indefinibile, ti porta automaticamente al sorriso e alla voglia di abbracciare qualcuno. Proprio il colore, forse, è il motore immobile che genera queste sensazioni. Se la superficie liscia e senza increspature è appena sfiorata da un raggio di sole che si fa spazio tra le nubi che avvolgono il Triglav ancora coperto di nevi alle sue spalle, un verde azzurro intenso o pittosto un'acquamarina senza sfaccettature, carica di colore, senza trasparenza apparente, una lattiginosità satura su cui si intaglia il castone dell'isola, verde intenso su verde azzurro, con il biancore appuntito del piccolo campanile al centro a far convergere gli sguardi ed i desideri. La chiesetta, che si raggiunge a forza di remo e che si conquista attraverso la erta scala di pietra per far suonare tre rintocchi alla campana dei desideri, quasi a profanare un silenzio terso, ha contorni precisi, resi ancor più netti dalla pioggia notturna. Il colpo d'occhio dall'alto del castello, è dirompente ed appagante al tempo stesso. Non riesci a staccarti dal colore dello specchio d'acqua, dal piccolo gioiello dell'isola, dal verde intenso delle rive, dalle ville antiche che si appoggiano alle erte sponde. E' difficile staccarsi da tanta bellezza, ti aggiri a lungo tra le mura del castello alla ricerca di un colpo d'occhio diverso, da un angolo di visuale più affascinante che ti prometta ancora altre emozioni. Poi, in qualche modo te ne fai una ragione e te ne scendi piano, raccolto nei tuoi pensieri, cercando di fare tuoi anche quelli di tutti coloro che ti hanno preceduto, per distillarne l'essenza da conservare nella memoria. Camminerai ancora sul bordo del lago, mentre la luce intensa va a poco a poco spegnendosi, allungando le ombre dei cigni che si scuotono le penne riguadagnando la riva. La cupa rocca del castello incombe ormai alle spalle. I pensieri si affollano nella mente, potrà placarli una sottilissima e croccante wienersnitzel dai contorni dorati o meglio ancora un gran finale con una robusta fetta di krimsnita, due sottili lastre di pasta sfoglia separate da una spuma vaporosa e leggera, una crema delicata se pur di saporosa consistenza che ti predisporrà al riposo e ai maggiori cimenti della giornata successiva.
MERCOLEDÌ 17 GIUGNO 2009 Verde smeraldo. Cosa è che dà all'Isonzo quel colore? Un verde smeraldo terso e chiaro, che sa di pulito, che accompagna il fiume fin dalle sorgenti nel parco del Triglav, mentre si precipita in basso in forre tortuose, tra rocce bianche e tormentate, quando ancora si chiama Soča, e lo segue, magari un po' più lattiginoso e spesso, come un taglio cabochon d'altri tempi, quando più a valle rallenta il suo corso prima di scendere nella piana friulana. Lo abbiamo seguito quasi tutto, questo corso, come per verificare, increduli, che il verde rimanesse tale, intoccato dalla pervasione umana che di ogni cosa si appropria. Da Kraniska Gora attraverso i cinquanta tornanti del passo di Vrsič, guadagnato con fatica dal corpaccione del bus con continue manovre per la disperazione di chi ci seguiva, per lasciarsi poi andare nella valle di Trenta, quando, tra pareti pur sempre incombenti, il rilievo diventa più tranquillo ed il fiume, ancora torrente alpino, scava le rocce prima di diventare adulto. Una montagna selvatica, popolata di orsi bruni; un ecosistema che ancora si difende bene dall'invasione antropica, o perlomeno che ha trovato un momento di tregua, di equilibrio, tra le alte malghe e i piccoli paesi di poche case in cui si pratica un'agricoltura difficile, con molta manualità a causa delle ripe scoscese, con piccoli prati cosparsi di costruzioni in legno che secoli di tradizione hanno rese perfette macchine per essiccare il fieno, in una regione tra le più piovose d'Europa. A poco a poco si allarga l'Isonzo e si fa fiume, sempre smeraldo, sempre traslucido, sempre brillante, sia colpito dai raggi del sole che riflettono piccole stelle tra le spume, sia se si acquieta nelle anse sotto l'ombra spessa delle piante che ne affollano le rive. Tu guardi, cerchi tra quel verde intenso, ma non lo trovi, non riesci a vederlo per tanto che ne è stato versato, il rosso del sangue di tutti quelli che qui hanno perso la vita. Lungo questa linea verde, per tutto il secolo scorso decine di migliaia di uomini si sono scannati scegliendo i modi più efferati ed efficienti, dai cannoni più potenti, a tutte le armi da fuoco possibili, dalle baionette alle mazze ferrate, ai gas. Il museo del soldato di Kobarid (Caporetto) raccoglie tutte queste memorie. Senti la lettera del soldato dopo la battaglia, vedi centinaia di foto di sofferenze inaccettabili, segui la storia, conti i morti, arrivi fino alla camera degli orrori dei campi dopo la fine della battaglia. Un anziano te la racconta, con una voce grave resa partecipe dalla sua storia personale. Poi ti domandi, ma come poteva la gente non vedere, non capire; eppure andavano sulle piazze, gridavano, applaudivano, odiavano quello che stava dall'altra parte. E la storia si ripete due, tre volte, nessuno impara mai da quanto è accaduto prima; che bisogna creare un nemico, un colpevole, per coprire i propri problemi, per cercare di risolverli a spese di altri, per proteggere i privilegi. Questa terra, dove sono passati turchi, francesi, austriaci, tedeschi, italiani, tutti con cattive intenzioni, adesso sembra tranquilla, attorno al fiume di smeraldo, ma non si avverte allegria negli occhi della gente. GIOVEDÌ 18 GIUGNO 2009 Bianco marmorato Non si vive di solo pane dell'anima, di esclusivo nutrimento dello spirito, questo lo abbiamo già detto. Ecco perchè anche i viaggi di studio, oltre ad arricchire la conoscenza escatologica devono buttare l'occhio anche al nutrimento del corpo, certo non maniera gretta e strumentale, ma unendo i vari aspetti della conoscenza che un'assunzione di cibo tout court limita e impedisce. Così il nostro viaggio nel nord sloveno ha saggiamente previsto delle soste oculate in alcuni agriturismi che mi corre l'obbligo di segnalarvi, non fosse altro perchè di agriturismi veri si tratta, in cui si mangia ciò che viene effettivamente prodotto in azienda. Ecco quindi nel versante nord del parco del Triglav, l'agriturismo Povšin , una deliziosa piccola azienda agricola, che manda in estate gli animali al pascolo in alte malghe e che vi accoglierà con un bicchierino di slivovitza, il tipico distillato di prugne aziendale accompagnato da fettine di mele secche, a cui seguirà un pasto fatto di piatti della tradizione slovena, dalla minestra di verdure al piatto forte costituito dalle carni degli animali allevati in azienda, pollo, maiale e vitello con patate di montagna particolarmente saporite. L'orto fornisce le verdure necessarie e terminerete con una crostata di stagione. Sull'altro versante, proprio lungo il verde scrosciare dell'Isonzo ecco l'agriturismo Jelinčič che ci ha permesso di gustare dapprima una pasta e fagioli imperiale, dove la pasta si perdeva in un denso ed avvolgente passato ambrato, ricco del sapore conferito dalle parti suine anch'esse irriconoscibili ma sapientemente amalgamate e subito dopo l'incontro con la Salmo trutta marmoratus, la trota marmorata presente solo nei fiumi che scendono nell' alto Adriatico. Un incontro gradito ed istruttivo, quale i viaggi di studio richiedono, in particolare per essere l'animale servito con abbondante ricotta grattuggiata che dona a questo pesce, per nulla inferiore alla cugina Fario, uno charme tout particulier. Ciliegie appena colte dall'albero concluderanno la vostra pausa meditativa che seguirà l'opzone di acquisto dei formaggi prodotti in stalla, tra i quali un eccellente toma di capra stagionata. Infine, last but dont least, sulla strada del ritorno, tenetevi leggeri, perchè alla sosta dell'agriturismo la Scacchiera a San Gregorio di Camin , sarete messi a dura prova per testare con calma quanto produce l'azienda con una forza lavoro di otto persone e un solo dipendente. Comincerete con una serie di salumi, comprendenti anche una sorta di raro filetto baciato che ritenevo fosse ormai una unicità acquese e una soppressa calda con polenta dalle sonorità proprie della vicina salama da sugo, proseguirete con gnocchetti al burro (aziendale) e riso con i carletti (o stridoli) dal delicato sapore simile al pisello (sentendosi in colpa il titolare ha appena acquistato un campo che metterà a risaia, per poter autoprodurre anche il riso), seguiti da classici bigoli al sugo d'anatra ricchissimi di sapore. Infine il trionfo degli arrosti, bistecche, pollo, anatra e faraona, succulenti ed abbondantissimi con patate, altre verdure di stagione e cipolline in agrodolce calde indimenticabili. Una serie di assaggi di crostate familiari concluderà il pasto assieme ad una calice di moscato maison su cui potrete intessere la diatriba con il padron di casa sulla superiorità tra veneti e piemontesi. Che piacevole confrontarsi su questi temi. Niente frutta, pensate un po', perchè in azienda non se ne produce. Tornerete a casa sereni e più istruiti