Partenza il 27/12/2004 · Ritorno il 4/1/2005
Viaggiatori: in gruppo · Spesa: Da 1000 a 2000 euro
Stravolta per secoli dalle colonizzazioni, devastata dalla miseria,
ancora oggi la Repubblica Dominicana vive
il difficile ruolo della povera isola di lusso.
Dieci giorni nella Repubblica Dominicana, ed ho la testa rintronata. Il merengue non da tregua, martella da ogni altoparlante disponibile. Esce a torrente dal cruscotto dei taxi, dalla radio degli autobus dipinti a mano. Fa da sottofondo continuo nei bar, nei ristoranti, nei self service, addirittura nei Mc Donald’s. Probabilmente anche nelle case, negli uffici, forse anche nelle scuole. Altra musica pare non esistere, niente rock da queste parti, al massimo qualche sdolcinata canzone francese e la solita musica internazionale anglofona. Passa un’auto, non senti il motore, ma le trombette acute del merengue, le vibrazioni ne minacciano la carrozzeria, anche le orecchie, di ricchi e di poveri, nelle ville in collina o in riva al mare, o nelle catapecchie sperdute in montagna. Ma i timpani resistono, mi chiedo come possa resistere il cuore. Perché il merengue non è una musica qualunque, che si ascolta e passa. E’ un inno perpetuamente suonato, un allucinogeno acustico collettivo, una gigantesca coperta di Linus sonora che copra il Paese e ne soffoca dolori e pene. Ti prende, ti fa muovere il corpo, fa sudare di fatica e piacere, poi arriva al cervello. Senza trasmettere messaggi, perché i testi delle canzoni puntano sempre sul cuore che fa rima con amore, parlano di brucianti passioni finite, di lei che se se ne va, o di lei che, meno male, se ne torna. Quel che conta è il ritmo, facile, ripetitivo, non ci si può difendere. I toni secchi delle percussioni, le frequenze alte dei fiati vanno direttamente alla mente, al cuore. La sera sul malecon di Santo Domingo sono queste le due parti più sollecitate e coinvolte. Malecon vuol dire semplicemente lungomare, quasi tutte le città di mare sulla costa hanno un malecon, ma qui nella capitale è una parola magica. E’ qui che la metropoli, quando fa buio, scarica sulla riva del mare le sue ansie, le sue paure, le sue grandi tristezze. E’ qui che si viene a dimenticare povertà materiali e miserie spirituali, per ritrovare questa esibita felicità collettiva, l’allegria travolge tutto, pare autentico, forse qualcosa di vero c’è. Nella strada trasformata in una strana balera all’aperto, lunga e stretta, piena di auto, rumore e musica, c’è una folla di snodati dominicani.
Tanti colori di pelle, cioccolati chiari prevalentemente, ambre, bianchi e prietos, i neri. Le discoteche, i casinò, i piano bar assomigliano a quelli degli States. Macchine americane, qualche volta capita anche una bella arrogante Ferrari, vanno forte le Mercedes, l’importante è che siano vistose. Depositano clienti che arrivano, ne riprendono altri che se ne vanno. Una bella passerella, la porta girevole non si ferma mai. Hei, amiga, cosa cerchi? Dimmi cosa cerchi, voglio aiutarti. Cammini sul marciapiede nel trambusto di gente, e procacciatori di tutto elencano merce e possibilità di svaghi, tra fanciulle color cioccolata che ammiccano, la musica non si interrompe mai. Cammini entrando ed uscendo da bolle di suono. Poi si spengono le luci nelle case del vecchio centro, si abbassano le tapparelle, l’aria è fresca, il rumore del mare fa da sottofondo, la musica ed il rhum hanno intorpidito tutti, il buio nasconde le cose, così l’illusione è perfetta. Fino a che impietoso non rispunta il sole. Il merengue lascia il posto al rumore del traffico, la brezza del mare, il cielo terso. E pochi chilometri più in là, l’oceano cristallino, la sabbia bianca e fine come zucchero a velo, gruppetti di baracche di legno unite tra loro solo da un cavo elettrico, paesini di pietra sprofondati. Ci sono cose che nemmeno mille parole potrebbero raccontare. I catamarani, la barriera corallina, le stelle marine in mano che si gonfiano orgogliose. Le mangrovie, le fregate. I pappagalli ara, gli aironi, i cormorani, i trigoni, le tartarughe marine giganti, gli alligatori. Gli zoccoli dei cavalli sulle lingue di sabbia. Le sorgenti d'acqua sotterranea, le piscine naturali. Il paesaggio poetico e lunare della notte, l'odore di salmastro. I vecchi pescatori, i loro racconti tramandati sui pirati spagnoli. I mercati, il brillante folklore dominicano, le fabbriche di sigari. La Grotta delle Meraviglie, le sue cinquecento pittografie di arte rupestre, le formazioni carsiche. L'eco della storia. E' in questo acquario naturale che Jaques Cousteau confermò la presenza di corallo nero. Repubblica Dominicana non si può portare via niente, nè la sabbia, nè le conchiglie trovate, nè pietre non lavorate. Alla dogana non fanno passare niente, al massimo un litro di rhum ed una ventina di sigari lunghi
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