Samana’ – ovvero l'isola dei famosi

La prima cosa che penso quando mi arriva la mail con scritto SAMANA’ è: “e dove c…o è?!”. Il viaggio è una meravigliosa offerta nei carabi trovata su internet, dove paghi il volo poche lire, e ti buttano su qualche ...

  • di Ale&Tommi
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: in coppia
    Spesa: Fino a 500 euro
 

La prima cosa che penso quando mi arriva la mail con scritto SAMANA’ è: “e dove c...O è?!”. Il viaggio è una meravigliosa offerta nei carabi trovata su internet, dove paghi il volo poche lire, e ti buttano su qualche aeroporto caraibico, a scelta tra Messico, Repubblica Domenicana, Cuba, Honduras e Jamaica. Inutile dire che si casca in piedi, perciò aspettare fino a 5 giorni prima per sapere il dove non è un problema. Io speravo Cuba, Tommi Honduras, ma in realtà andava bene tutto. OVVIAMENTE J

E’ un metodo di viaggio che neanche Tommi aveva mai provato prima, e ci pare quasi impossibile poter viaggiare verso destinazioni così belle a prezzi così bassi...Sarà una bufala?! Ce lo chiediamo fino all’ultimo, impauriti che la mail con la comunicazione della destinazione neanche arrivi, e invece...

Samanà, repubblica domenicana. Il primo commento che ricevo è di Mau, il mio coinquilino: “dove hanno girato l’isola dei famosi!!”

Perfetto. Il paradiso del turismo italiano, Santo Domingo, villaggi, albergoni, prezzi alle stelle, etc.

Niente di piu’ sbagliato.

Posto paradisiaco, la Rough Guide dice che è una delle zone più belle del paese, e ci credo.

Zero turisti (neanche un italiano in una settimana), sole a gogò, spiagge bianchissime, palme a perdita d’occhio, e mare cristallino.

E’ una settimana a inizio luglio, abbiamo prenotato solo il volo, e vogliamo evitare il più possibile il turismo di massa e gli all-inclusive a 5 stelle. Questo significa solo una cosa: zaino in spalla con infradito, 2-3 costumi, un paio di magliette e i pantaloncini.

Viaggiamo leggeri.

Andiamo via da Firenze il 3 luglio, un giorno prima, di volata ci catapultiamo sul primo treno subito usciti dal lavoro, è arrivato l’sms, dice: “anticipato il volo alle 8 di mattina” (...Speriamo di essersi ricordati tutto: ok passaporto e biglietti ci sono). Possiamo dormire da Valentina, la cugina di Tommi che ha casa a Milano. Non c’è in questi giorni, ma riesce a farci avere le chiavi tramite un’amica.

4 luglio – Milano > Milano Malpensa > Aeroporto di Samanà > Samanà

Partiamo da Milano Malpensa (qualche difetto questo volo a poco deve pur averlo no?!), e viaggiamo di giorno, arrivando là alle 12.00 circa (il fuso è di meno 6 ore).

All’aeroporto già ci sentiamo un po’ diversi rispetto al resto: la maggior parte dei turisti parte con grosse valige piene di vestiti, probabilmente diretti ai resort tutto compreso tanto pubblicizzati dalle agenzie di viaggio.

La fortuna è di essere gli unici passeggeri con ben 4 posti a disposizione (una fila intera) così che possiamo dormire tutta la traversata come pascià. J il tipo davanti a noi soffre di ernia, e chiede alla hostess se sia possibile sedersi al nostro posto; lei ci spiega il problema e Tommi, con una supercazzola da oscar, le dice di si e chiede a lui come sta, ma alla fine il viaggio comodo ce lo facciamo noi, e nessuno si azzarda a chiederci altro... :-?

UNICI SENZA PASSAGGIO

Appena fuori dall’aeroporto nuovissimo di Samanà si è formato un grosso capannello di gente, sono tutti gli italiani con i grossi trolley intorno all’omino del tour operetor che fa l’appello. Ci avviciniamo per sbirciare la lista. Ci siamo anche noi, l’omino ci spunta, dirige tutti verso i vari pullman... Eccoci, siamo rimasti soli! Non ci sono guagua o altri mezzi, ci avvicinano tassisti improvvisati, chiedono circa 50 dollari. Che si fa? Monta va, non c’è alternativa.

L’impatto è poderoso: le persone, il paesaggio, e più di tutto l’aria, caldissima e umida.

L’impressione avuta già dall’aereoporto (una cattedrale nel deserto) a Samanà è di un paese povero, non nel senso di gente che non ha di che sfamarsi, ma piuttosto di gente che vive con poco: uno stile ed un tenore di vita a noi completamente sconosciuto. Per me che non ero mai uscita dall’Europa è amore a prima vista. ♥

Al tassista dobbiamo dare i 50 dollari in pesos domenicani (l’unica spesa rilevante della settimana), e ancora non ci siamo resi conto di quanto poco valga. Preleviamo 600 $, che ci sembrano una cifrona, e invece non sono neanche la metà. Ci facciamo lasciare al mercato cittadino: un insieme disordinato di baracchini sporchi, ma colorati e pieni di frutta tropicale e altre cose per noi apparentemente prive di interesse. Beviamo una coca cola, servita da una centometrista di natura, in bottiglie di vetro da mezzo litro, chiaramente riciclate, e ci mettiamo alla ricerca di un posto per dormire.

Troviamo un hotel un po’ bruttino (ma è comunque bello il contesto) e facciamo un giro sui paesini dei dintorni noleggiando una moto: la pratica per il noleggio è snella: si paga e un tipo ti accende la moto e ti spiega come funziona. Montiamo sulla moto, gli autoctoni ci guardano attentamente come per capire se il loro motorino è capitato in buone mani o c’è da preoccuparsi. 2 sgassate, prima seconda e via... Alle spalle si sente un commento rassicurato: “AHH!! MOTORISTA!!”

Il paesaggio scorre fra casette e baracche colorate allineate sulla strada costiera che sale e scende continuamente, divisa dal mare solo da un po’ di vegetazione. Ci fermiamo ad una spiaggia a fare un bagno: IL MIO PRIMO BAGNO AI CARAIBI. Il mare non è eccezionale, ma le palme, i bambini neri che giocano nell’acqua, e un vecchio che tesse un’immensa rete da pesca bastano a rendere l’atmosfera unica.

Più tardi ci addentriamo verso le rovine di Samanà: 2 isolotti collegati alla terraferma da ponti molto lunghi, dove inizialmente era prevista la costruzione di complessi alberghieri. In realtà è rimasto tutto allo stadio iniziale, e ci ritroviamo così all’ora del tramonto in una giungla disabitata circondata da mare, dove però si incontrano scale, vecchie cucine, terrazze. Inizia a rabbuiare e l’ambiente diventa quasi inquietante, così torniamo verso la cittadina e mangiamo pollo alla griglia ad un comedor (baracchino che vende cibo) sul lungomare, mentre da tutte le parti arrivano note di merengue.

La comida criolla, una scoperta meravigliosa, composta da una pietanza principale, come il pollo, che viene accompagnata da riso, platanos (banane) fritte, e frijoles (fagioli neri)... NUTRIENTE, GUSTOSA E non LEGGERA. J

Dopo cena facciamo 2 passi: beviamo un’ottima Presidente, la birra nazionale, che ci servono nella bottiglia di vetro, ma messa dentro una bustina di carta, e ci uniamo alla gente del luogo in quello che è il passatempo principale degli adulti: il DOMINO (i giovani giocano a baseball ovunque ci sia un prato). Ci ritroviamo in una situazione stranissima: io e Tommi seduti ad un tavolo, uno di fronte all’altra, e ai nostri lati un ragazzino di 10 anni e un muto.

Non avendo mai giocato a domino in modo professionale non conosciamo le regole, e così seguiamo un po’ l’intuito. Ci sembra di capire che apre chi ha il doppio 6, e la partita prosegue in 4...

Ad un certo punto il nino si alza e giochiamo in 3. Nessuno di noi ha il doppio 6 (è probabilmente tra le tessere non distribuite), e il muto apre allora con il doppio 3. Intanto torna il nino. Io lì per lì non capisco la mossa e gli chiedo ripetutamente PORQUE?? Lui prova a spiegare, ma come fa?! Escono solo suoni inarticolati dalla sua bocca emessi con sforzo sovrumano. Tommi chiede aiuto al bambino “Que dice?”, e il piccolo risponde severo “no sé, es muto!”.

5 luglio – Samanà > Las Galeras

Il secondo giorno, il 5 luglio, prendiamo un guagua e ci dirigiamo a Las Galeras, che la guida definisce come un paradiso. I guagua sono i mezzi di trasporto del paese, e sono come taxi collettivi: furgoncini da 8-10 posti circa, in cui lo stereo e le casse sono più importanti del motore e delle ruote, che ti portano più o meno dove vuoi, anche fino a casa a volte, pagando cifre piuttosto basse (per noi).

Scesi a Las Galeras notiamo che il posto ha una parvenza leggermente più turistica, per i ristorantini e gli alberghetti della strada principale, ma è comunque un piccolo agglomerato di case chiaramente destinate ad accogliere un turismo di nicchia. Ci catapultiamo subito a vedere la spiaggia, e rimaniamo inevitabilmente a bocca aperta.

Signore e signori: i caraibi.

Una spiaggia di sabbia bianchissima, con una striscia di palme a perdita d’occhio, e mare cristallino e trasparente. All’entrata della spiaggia un baracchino con Zacarias Ferrera dalle casse, che prepara una pina colada che ti avvicina a Dio (se hai pazienza 20 minuti, direttamente in un ananas gigante scavato dentro, dove resta parte della polpa, ci versa un litro di Brugal Blanco, latte di cocco e non so che altro), e un “ristorante” con tetto di paglia, “Ana Maria” (una simpatica vecchietta), dal quale proviene un inconfondibile profumo di pesce a la plancha (alla griglia). Ci buttiamo subito in acqua, ed è caldissima, e soprattutto solo per noi: ci saranno si e no 5 turisti, oltre a un po’ di gente del posto, che scopriremo poi passa le giornate a scorrazzare su e giù per la strada principale con la moto (sono tutti aggeggi che non superano mai i 150 di cilindrata), di solito in 3 senza casco, ma a volte anche in 4, senza fare molto (almeno questa è l’idea che abbiamo avuto).

Ci sistemiamo al “Paradiso Bungalow”, una serie di cabanas (casette) piuttosto spartane che si affacciano su un giardino tropicale molto bello. Il prezzo è ottimo, e i gestori preparano ottime colazioni. Conosciamo così John e Rubi. Lei è francese, lui americano. Stanno insieme e fanno proprio una strana coppia: uno più magro dell’altra, bianchi bianchi, e lei con evidente necessità di una seduta dall’estetista per il problemino che riportano i suoi polpacci...

Passiamo il primo giorno a sbraconi sulla playa, e conosciamo un tipo del posto, tale Miguel detto “el bomba”, che ha una bellissima Yamaha rossa nuova fiammante. Tommi fa una contrattazione estenuante per prenderla a noleggio il giorno successivo per dirigerci a Playa Rincon, un altro luogo altamente raccomandato dalla guida.

6 luglio – Las Galeras > Playa Rincon > Las Galeras

Ed eccoci diretti a questa spiaggia con la moto del bomba. Dire che la strada è in pessime condizioni è un complimento: l’ultima parte sterrata è piena di buche allagate, in una delle quali affondiamo fino al manubrio ma per fortuna ne usciamo a motore acceso, arrivando finalmente a destinazione, con la moto che è marrone di fango, e noi pure. Ci aspetta però un altro spettacolo naturale: uno spiaggione semi-deserto con palme e acqua bellissima, e dietro una selva-giungla. Ci sono anche 3 “ristorantini” sulla spiaggia, in realtà un ristorantino in muratura e 2 comedores nelle baracche, uno sulla sinistra e gli altri 2 sulla destra. 2 ragazzini ci vendono del pan di cocco, un roba buonissima, e dopo aver sonnecchiato al sole siamo assaliti dai morsi della fame: sediamo a uno dei 2 ristorantini sulla destra, dopo aver attraversato la spiaggia sotto le palme, con la moto in continuo rischio ribaltamento per la troppa sabbia. Consumiamo gamberi e pescado e ci ributtiamo al sole, e poi al Rio Frìo, un fiume con acque trasparenti che scende fino al mare in fondo alla spiaggia, dove si dice le persone si sciacquino dal sale. La sera ci ritroviamo a fumare sigari e bere rum con John e Rubi (siamo gli unici clienti). Non si sa se per colpa dei sigari o del rum, ma John esagera, comincia a promettere tende, notti su spiagge deserte con fuochi accesi, che Lui c’è stato , per il suo compleanno, che Lui c’ha tutto, che ci porta anche a noi, che organizza tutto Lui... Ci consigliano quindi una notte su Playa Fronton, un posto al quale si può arrivare solo via mare, oppure via terra facendo 6 ore di mulo attraverso le montagne. Ci sembra un’idea meravigliosa: loro ci prestano la tenda (mi-raccomando-attenti-alla-tenda-che-qui-non-si-trovano!!) e ci indicano un tìo, Deomar, che ci porterà con una lancia (barchetta).

7 luglio – Las Galeras > Playa Fronton

Dopo 2 notti al Paradiso Bungalow andiamo alla scoperta di questa playa misteriosa, della quale non parla neanche la guida, ed è l’ennesima meraviglia: una striscia di terra, sovrastata dalle montagne che sorgono appena alle sue spalle, con bellissima sabbia e acqua, palme e barriera corallina a 20 metri dalla riva. John e Rubi vengono con noi e ci aiutano a montare l’igloo sotto le palme. Scopriamo che ci sono degli abitanti del luogo: una famiglia, di cui almeno 8 bambini, che vive in una capanna in fondo alla spiaggia. Il più bello è quello fiero della sua pettinella in testa, ci tormentiamo per scoprire la funzionalità della trovata, ma poi arresi si conclude che è per bellezza. Comunque il pettinella e il suo amico sono troppo ospitali, ci offrono un cocco a testa rigorosamente preso dalla palma e aperto a colpi di macete, poi si allontanano verso la loro capanna. John ci ha lasciato anche il macete, non ci manca nulla, il problema è solo arrivare in cima alla palma, eppure l’amico del pettinella c’ha messo un attimo, ci provo anche io!?!. In effetti la salita è fattibile, con sforzo bestiale arrivo ai cocchi, ne stacco uno e guardo in basso ...La paura mi gela, boia come sono alto, e ora come scendo?? le braccia cominciano a cedermi allora stringo le gambe e comincio a farmi scivolare giù abbracciato al tronco, Merda! Pensavo fosse più liscio!, sento l’interno delle cosce e delle braccia in fiamme ma continuo a scivolare, ora manca poco, volo e atterro sulla sabbia. Oddio che fatica! Mi visito e sono tutto graffiato, ma il cocco c’è. Aprirlo col macete diventa una passeggiata. Pronto! La sorsata è una delusione profonda, è acerbissimo! Alzo lo sguardo e vedo i cocchi fratelli di quello che ho in mano, in effetti il colore è un po’ più scuro, ma la pelle che mi chiede pietà mi convince che sarà meglio lasciarli maturare ancora un po’. La giornata vola e quando tutti se ne vanno rimaniamo solo noi. Verso il tramonto 3 di loro vanno a pescare e noi ci aggreghiamo volentieri: con un filo spesso ed un chiodo legato ad esso riescono a prendere qualche pesce... incredibile...

Ci cucinano la cena sopra fornelli arrangiati (un fuoco acceso su pietre), ed è chiaramente pesce freschissimo e buonissimo. Il tutto alla luce di una lanterna (speriamo non ci siano lische troppo grosse...). Torniamo verso la tenda con il solo ausilio di una torcia e delle stelle, e ci mettiamo a dormire con il rumore del mare in sottofondo.

8 luglio – Playa Fronton > Las Galeras > El Limon

La mattina dopo cadono 2 gocce di pioggia, ma smette subito e viene fuori un bel sole. Dopo un po’ di snorkelling sulla barriera corallina e d’esplorazione dietro la spiaggia, dove si trova una costruzione tipo capanna preistorica (Rubi ci ha spiegato che qui hanno girato “Survivor”, ossia “L’isola dei famosi” statunitense), accendiamo un fuocherello e tiriamo fuori le provviste, è il nostro turno di “Survivor”. Mangiamo pane arrostito con i pomodori comprati il giorno prima al supermercato. Verso le 15.00 vengono a prenderci, e così torniamo fra la civiltà, a Las Galeras.

Ogni giorno si dimostra più bello del precedente...

Da lì salutiamo e ringraziamo john e rubi e ci spostiamo a malincuore, con il guagua, verso l’interno, ed esattamente verso il paesino di El Limon. Troviamo da dormire da Santi (uno spagnolo sposato con una domenicana del luogo), l’unico posto dove credo sia possibile, ed è una fortuna: le cabanas sono tutte piene, così ci mettono in quella dove solitamente sta l’hermana de su esposa. La camera è attaccata alla casa, e la cosa non pare un problema (scopriremmo poi la mattina dopo che il bagnetto al figlioletto la mattina alle 7 è una cosa moooolto rumorosa. Sembra che il nino stia subendo una interminabile tortura medievale finchè Tommi urla “e bastaaaa!! E l’è pulitooo!!!”).

9 luglio – El Limon > Salto El Limon > El Limon > Playa Moron > El Limon

La mattina, dopo una buonissima colazione nella quale assaggiamo il pane di mais (mhhhhhhh) ci organizzano l’escurzione al Salto El Limon, una cascata altissima nella giungla, alla quale si può arrivare solo a cavallo... e che cavallo!!! 2 muli, Moreno e Rosalito, magrissimi e abituati alle maniere rudi, con la guida che li esorta di continuo “vai rosalito vai” - frustata, e così via per tutto il tragitto. Poverelli...Alcuni tratti del percorso sono in stradine ripide, strette fra la vegetazione, e piene di fango. Non so come possano restare in piedi le 2 bestie, tant’è che scivolano di continuo, e la “cavalcata” è tutt’altro che rilassante, ma tuttavia non priva di fascino, per l’attraversamento del fiume in 2 tratti, e comunque l’ambiente della giungla che è nuovo ed emozionante. Scroscia un acquazzone, ma è acqua calda. Arriviamo ad un’altura dove si lasciano i cavalli, e proseguiamo per un tratto a piedi, fino ad una cascatella minore, per giungere poi al vero e proprio salto, sotto il quale si può fare il bagno e rilassarsi un po’. L’escursione è un po’ una turisticata, ma il paesaggio è molto bello e il bagno alla cascata è rinfrescante. Menomale abbiamo le scarpe da ginnastica, perché per colpa delle piogge dei giorni precedenti ci tocca assistere a diversi scivolamenti nel fango di alcune turiste in infradito.

Una volta tornati in paese troviamo un tipo che ha una moto (purtroppo qui non ci sono motonoleggi), e pagandogli qualche soldo ce la facciamo prestare per un paio d’ore. Secondo Tommi è ridotta malissimo: non entrano le marce e non riesce ad andare in salita. Infatti si ferma un paio di volte e io temo che dovremo tornare al paese a piedi. In realtà, nel momento più cupo, ci dà una mano un tipo per strada che riesce a farla ripartire... Purtroppo quello NON è il momento più buio: incappiamo in una decina o più metri di puro fango, ma non un po’ di fango, SOLO FANGO!!! Uno spessore molto preoccupante. E’ una conca e non si va né avanti né indietro. Io propongo di proseguire a piedi, ma Tommi non demorde, e con un enorme sforzo di muscoli e ciabatte riusciamo a superare l’ostacolo... Ci dirigiamo quindi a Playa Moron, altra promettente meta indicata dalla guida, e ancora una volta non rimaniamo delusi.

Un meraviglioso palmeto su un letto di morbida erba, con qualche cavallo al pascolo, dove c’è un guardiano che fa lasciare la moto e proseguire a piedi, ed in fondo alla stradina una spiaggia bellissima e deserta, con l’oceano che diventa profondo dopo pochi metri. Anche qui appena altre 2 persone oltre noi.

La notte dormiamo di nuovo da Santi, stavolta in una delle cabanas, e di nuovo veniamo svegliati la mattina presto, non dal bambino in lacrime ma dal gallo che canta a squarciagola davanti alla nostra porta (Tommi urla “ora ti tiro il collo!”).

10 luglio – El Limon > Las Terrenas

Partiamo di nuovo alla volta di Las Terrenas. Siamo ormai all’ultimo giorno di vacanza. Arrivati al paese, un po’ più grande e turistico di quelli trovati fino ad adesso, noleggiamo uno scooter e ci dirigiamo verso Playa Las Ballenas, indicata come fra le più belle dalla fidata Rough Guide, che non ci ha mai deluso.

Ancora una volta un noleggio, stavolta ci tocca lo scooter 50, poveretto in due con gli zaini.

Troviamo dei bellissimi posti per dormire, con cabanas grandi e accoglienti e giardino tropicale tutto intorno, proprio davanti a Playa Bonita. Sarà l’ultima sera e decidiamo di viziarci un po’ (anche se alla fine spendiamo comunque poco). Il proprietario è un tedesco: ci rendiamo conto allora di come tutte le strutture turistiche più confortevoli che abbiamo incontrato siano in mano a stranieri...

Appoggiamo le nostre cose in camera e andiamo a vedere Playa Coson, altra perla della penisola, e anche quest’ultima si rivela una maravilla, mare e spiaggia bellissimi, palme, 3 persone oltre noi, e la vegetazione alle spalle. Ci godiamo l’ultimo giorno di mare, mangiando ad un comedor sulla spiaggia, “Luis”. Il servizio si sa non è da fast food, a volte pensi che il pesce ordinato sia ancora da pescare, ma la birra te la portano subito e se la lasci lì si scalda.. Siamo credo al terzo giro ancora non abbiamo masticato nulla di solido, mi giro e vedo l’Ale con 2 occhini clamorosamente a mezz’asta e un sorriso da ebete stampato in faccia. Toglietele tutto ma non la sua Presidente. Dopo pranzo pennica al sole e poi verso l’alloggio. Ceniamo lì, e io mi addormento sull’amaca, con ancora una birra a mezzo. Siamo a fine vacanza, e si sente la stanchezza dei 7 giorni di viaggio.

11 luglio – Las Terrenas > Aeroporto di Samanà

La mattina dopo ci attardiamo a Playa Bonita fino alle 13.00, per poi lasciare la camera e dirigerci verso il paese. Compriamo qualche souvenir, e scoppia la prima rissa: con solo un’oretta di tempo, Tommi perde 40 minuti per contrattare il prezzo di un batik... bellissimo certo, ma così resta poco tempo per il resto (fortuna che all’aeroporto ci sono i negozietti dell’ultimo minuto!!).

Siamo nel dubbio su quale mezzo prendere per raggiungere l’aeroporto, distante circa un’oretta da Las Terrenas, e vorremmo evitare il taxi perché un po’ caro; valutiamo allora l’opzione motoconcho: persone che in possesso di motociclette le adattano con i pedali per il terzo passeggero, e le usano come taxi. In quello stesso momento, come un angelo sceso dal cielo appare lui, ROBERTO: “motoconcho?!”. Credo fosse il domenicano più grasso che avessimo visto in una settimana, però aveva la cara (faccia) simpatica. Ci dice che per l’aeroporto sono circa 40 minuti, e il prezzo è 500 $, ma si può fare. Adesso ci trovavamo davanti ad una difficile decisione: lui + noi 2 = praticamente 4 persone su una moto + 2 zaini... VENGA VALE (va bene)!!!

Roberto si rivela un pilota da GP, il motore è evidentemente “ritoccato”, raggiungiamo velocità impressionanti per quelle strade tortuose in mezzo alla giungla, che spero conosca a memoria. I batik arrotolati in mano e l’Alessandra frapposta tra me e lui mi impediscono di raggiungerlo con i cazzotti in testa per farlo decelerare. Urlo ripetutamente “Robertoooo demasiado rapidooooo ...Tengo miedoooooo!!!” ma Robetino (“Robertino”?! Robertone!!!) ride e si esalta in pieghe impossibili mentre il motore canta a mille giri ...Speriamo fonda!

Il gordo padella clamorosamente la strada per entrare all’aeroporto, come se gli dispiacesse farci scendere, ma per fortuna c’è l’Ale che ha un radar per i cartelli e lo costringe a riportarci sulla giusta rotta.

Arriviamo a destinazione distrutti, io schiacciata come una sottiletta fra i 2 hombres, Tommi con le gambe dolenti perché i pedali per il 3° passeggero sono montati piuttosto alti, però sorridenti come non mai: la ciliegina sulla torta per questa vacanza meravigliosa.

Nella fila del check-in ritroviamo molte delle persone che c’erano anche all’andata, coi loro trolley e valigioni per vacanza all-inclusive, e ci sentiamo soddisfatti perché in una settimana più di così non avremmo potuto fare.

È stata una settimana che c’è sembrata un mese. Abituati come siamo alla gente locale siamo ancora immersi nella loro cultura, nella loro musica, nella lingua, nei ritmi ...Una domanda con accento milanese mi disturba, è un po’ come quando la mamma ti dice “sveglia che è tardi” mentre stavi facendo un sogno. Va bè è finita ...C’è anche quello dell’ernia. Sentiamo un po’ se sta meglio... ma forse c’è ancora uno spiraglio, sembra che siano finiti i posti, overbooking?? Macchè ci sistemano.

Nel negozio dell’area d’attesa dobbiamo finire i pochi soldi che ci rimangono, e compriamo così 2 bottiglie di ron (rum) Brugal blanco, e una bottiglia di mamajuana, un’erba tipica che mescolata con altri ingredienti dovrebbe costituire un alcolico. Alla cassa del bar il tipo davanti a me si congeda dalla cassiera lasciando il resto: “HOLA!” ...Rimango interdetto. Ma dove è stato lui? Cerco di immaginare come possa essere stata la vacanza pacchetto nell’all-inclusive, ma non posso, sono ancora troppo immerso nel “mio viaggio”.

L’aereo parte in orario, e ci vediamo abbandonare questa fantastica penisola di Samanà con tanta voglia di tornarci prima o poi, e con la speranza che resti sempre così, intatta e poco battuta dalle rotte del turismo, una perla che pochi conoscono...

...Solo un grido ci rimbomba nella testa per tutto il viaggio di ritorno:

ROBEEEEEEEEEEEEEEEEERTOOOOOOOOOOOOOOOOOO!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

Ci piloterà mica anche l’aereo??

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