In viaggio con il cuore nel cuore del Tibet

Si sono chiesti in molti cosa mi portasse ad affrontare un viaggio fatto (anche) di disagi in Tibet. La risposta era ed è ora più che mai: il popolo tibetano. Mi ha colpito la profonda fede che li contraddistingue, ancorata ...

  • di Dodi
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: in gruppo
    Spesa: Da 1000 a 2000 euro
 

Si sono chiesti in molti cosa mi portasse ad affrontare un viaggio fatto (anche) di disagi in Tibet. La risposta era ed è ora più che mai: il popolo tibetano. Mi ha colpito la profonda fede che li contraddistingue, ancorata alle loro radici nonostante l’invasione del lontano 1949. Purtroppo la realtà è che esteriormente il Tibet sta davvero trasformandosi in una qualunque provincia cinese come effettivamente è, almeno sulla carta e negli atlanti. Ma non nel cuore dei Tibetani e di chi gli vuole bene. Grandi alberghi e ristoranti stanno sorgendo a un ritmo vertiginoso un po’ ovunque, non solo nelle grandi città. Si trovano Internet café nei villaggi attraversati da un’unica strada mezza dissestata, dove uomini e donne spaccano pietre e costruiscono muri, dove decine di cani spauriti e diffidenti sonnecchiano senz’ombra di energia. Lhasa e Shigatse sono spaccate in due dai quartieri tibetano e cinese ma lungo le larghe arterie cittadine munite di piste ciclabili percorse dai risciò, le insegne sono inequivocabilmente cinesi.

Prima tappa, Kathmandu di cui serbavo un bel ricordo, che negli anni si era affievolito e si è risvegliato più forte che mai. Bella Kathmandu con il suo Durbar Square di templi in legno intarsiato e il Thamel, zeppo di negozi e ristoranti e traffico assordante e convulso, così come Patan e il suo Durbar Square. Mistica Kathmandu con Pashpatinath dove ho potuto appurare che c’è una distinzione sociale anche nella morte, dove la povera gente viene deposta su una semplice pira a cui viene dato fuoco senza particolari cerimonie mentre invece i defunti delle famiglie più abbienti vengono accompagnati da un corteo con banda musicale e cremati dalla parte opposta del ponte con rituali piuttosto complessi e lunghi. Il sempre impressionante Swayambhunath, detto anche Monkey Temple che domina la collina con il suo sguardo severo. Cordiale la gente di Kathmandu, sorridente e disponibile, per niente insistente e piena di orgoglio e dignità. Maestose le montagne circostanti, con viste mozzafiato come dall’albergo di Dhulikel dove ogni camera era provvista di terrazza e ogni bagno aveva una grande vetrata dove si poteva fare una doccia “panoramica” indimenticabile.

Prima notte in Tibet a Nyalam, paesino di passaggio a 3600 m di quota. Il primo segnale che con l’altitudine non c’è da scherzare, non si è fatto attendere. La prima notte, alzandomi di botto per la necessità di raggiungere l’improbabile bagno all’aperto sul piano, la pressione mi è precipitata improvvisamente oscurandomi la vista, spaventandomi a morte e facendomi barcollare nella disperata ricerca della via della camera. Si è risolto tutto in breve tempo, cercando di calmarmi e sedendomi a terra nell’aria pungente. La seconda notte è stata molto meno traumatica e il secondo risveglio con l’acqua, rigorosamente fredda, dei lavandini in comune, portatore di buon umore e battute.

Su consiglio del nostro tour leader ci siamo sforzati di bere 3-4 L di acqua al giorno per contrastare i disagi dell’altitudine. Se all’inizio era imbarazzante dover fermare gli autisti delle jeep per un impellente “toilet stop”, dopo la decima volta la ricerca di gruppo dell’opportuno cespuglio era fonte di risate e complicità.

Dopo una giornata di viaggio abbiamo raggiunto Tingri a 4200 m dove inaspettatamente abbiamo fatto la piacevole scoperta che nel complesso simil-bungalow c’era una gettonatissima doccia per cui ci siamo messi in coda; quanto è stato piacevole quel filo d’acqua (calda) sulla pelle, quale miglior modo per rendersi conto delle comodità a cui siamo abituati. Qui i disagi dell’altitudine si sono acuiti un po’ per tutti, con conseguenze disastrose per alcuni e un fastidioso mal di testa per me. Ma la vista sull’Everest e la vita che transitava fuori dalle finestre della sala da pranzo comune ripagava di questi fastidi

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