Tibet: in barca sul tetto del mondo

Si è voluto svelare solo alla fine di questi incredibili venti giorni: quasi volesse metterci alla prova, noi e la nostra ansia di arrivare, vedere e subito ripartire, il più in fretta possibile. E invece no, non questa volta: il ...

  • di Letizia1973
    pubblicato il
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  • Viaggiatori: in gruppo
 

Si è voluto svelare solo alla fine di questi incredibili venti giorni: quasi volesse metterci alla prova, noi e la nostra ansia di arrivare, vedere e subito ripartire, il più in fretta possibile. E invece no, non questa volta: il monte Everest, dall’ alto dei suoi oltre ottomila metri, con la sua vetta eternamente innevata, è lì a ricordarci che il tempo in Tibet va assaporato, soprattutto va rispettato.

Un nodo in gola alla vista meravigliosa del picco più famoso al mondo: è il nostro saluto al Tibet, l’ ultima emozione che il viaggio di nozze ci regala.

Tutto inizia a bordo di un fuoristrada 4x4 che da Zhangmu, al confine nepalese, ci condurrà fino a Lhasa, il cuore del Tibet.

La sveglia è alle due del mattino: con l’ aiuto dei simpatici autisti tibetani, carichiamo gli zaini, ancora un po’ frastornati ed inconsapevoli di ciò che ci attende. La strada è lunga, l’ auto non certo confortevole, ma lo spettacolo ripaga di ogni scomodità: siamo in mezzo all’ Himalaya, la stiamo letteralmente attraversando! Alla nostra destra la montagna, così imponente, così vicina che quasi la sfioriamo; a sinistra lo spazio infinito, il vuoto che incute timore perché a malapena è illuminato dai fari del fuoristrada, ma che, alle prime luci, si apre su scenari grandiosi: cominciamo a capire chi in Italia ci parlava di commozione a tale vista.

L’ alba ci sorprende a cinquemila e duecento metri e quella luce non la scorderemo mai: tra rosa, arancione, rosso, e il bianco abbagliante della neve ancor più in alto. E poi lo spazio ed il silenzio: ti colpiscono, sono loro i protagonisti, i padroni, tu sei solo un essere minuscolo cui la natura sta facendo un regalo meraviglioso.

Superato il passo, incontriamo i primi veri villaggi tibetani: nessuna carta ne indica il nome, sono piccoli agglomerati di case di fango e mattoni, dove si conduce una dura vita di montagna e ci si scalda con la legna, dove non c’è luce e chissà se c’è l’ acqua, ma ugualmente ti viene offerta una tazza di tè al burro di yak (è un tè salato, difficilissimo berlo, ma non puoi rifiutare!), e dove i bambini, numerosissimi, hanno un sorriso disarmante. La testa comincia a farsi pesante, un improvviso senso di nausea, il mal di montagna, ci coglie tutti, rendendo difficile l’ ultimo tratto in fuoristrada. Ma finalmente siamo a Sakya, la nostra prima tappa importante. La visita del sito è rimandata a domani: è già tardo pomeriggio, e come primo giorno in Tibet non c’è male! Ora bisogna solo dormire, e permettere al fisico di acclimatarsi completamente.

L’ indomani, infatti, il mal di montagna è sparito: ci è costato solo mezza giornata di sofferenza; ora siamo pronti a scoprire il primo dei tanti monasteri buddisti che visiteremo nell’ arco del viaggio.

E’ il monastero di Sakya, nella storica provincia dello Tsang, la quale per molto tempo controllò l’ intero altopiano, e dette i natali ad uno dei principali ordini moderni del buddismo tibetano: quello dei Sakyapa. Insieme agli altri – Nyingmapa, Kagyupa e Gelugpa (l’ ordine dell’ attuale Dalai Lama) – l’ ordine Sakyapa crebbe dall’ XI secolo in poi, fino a dominare la società tibetana, mentre il paese assumeva la forma che avrebbe conservato per un millennio: uno Stato religioso chiuso in se stesso. Prima della Rivoluzione Culturale, era uno dei monasteri più grandi del Tibet, capace di ospitare oltre tremila monaci, impegnati in studi tantrici.

E’ un giovane ragazzo tibetano, nostra guida (che qui chiameremo semplicemente T.), a spiegarci tutto ciò, nel suo inglese un po’ stentato, e ad introdurci all’ intricata storia del Tibet e del buddismo. Ci rendiamo conto di due cose: il buddismo che qui è giunto dall’ India e che così fortemente si è caratterizzato, mescolandosi alla religione preesistente nel territorio (la religione bon) ed accogliendo anche elementi hindu, ha dato vita ad una vasta schiera di divinità, sia adirate che benevole, ciascuna rappresentante un diverso aspetto dell’ animo umano. E’ diventato così molto più complicato di quanto ci aspettassimo, e di certo non si riduce all’ idea superficiale che avevamo prima di partire, di una fede ascetica, che rinuncia all’ io per intraprendere un cammino di meditazione

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