Tibet: quel che rimane del tetto del mondo

Sono stato con mia moglie in Tibet nell’agosto ‘07 per una settimana, visitando Lhasa, Shigatze e Gyantze e tornando poi in Cina con il treno Lhasa-Beijing, il treno “più alto del mondo” perché supera due passi oltre i 5.000 metri. ...

  • di episteme
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: in coppia
    Spesa: Da 1000 a 2000 euro

Sputi. L’usanza praticata da tutti i maschi tibetano (ma in Cina è lo stesso) è di pulirsi la gola con un rantolo agghiacciante e poi sputare per terra il catarro raccattato dalle profondità della trachea. Dal momento che quasi tutti soffrono di bronchite cronica tosse e sputi sono molto comuni.

Cinesi. Dopo aver occupato il Tibet nel 1950 devastando 6.000 templi e massacrando 1,2 milioni di tibetani stanno attuando ora un raffinato completa annichilimento della cultura e storia locale. I grandi eventi religiosi pubblici sono vietati (ad es. Il Monlan Chen, la grande festa religioso che raccoglieva a Lhasa oltre 20.000 monaci per il festeggiamento del capodanno tibetano), l’accesso alla classe monacale è limitato e controllato, a scuola si studia la storia del vittorioso comunismo cinese e non più quella locale o il buddhismo, la televisione martella programmi e spot cinesi addirittura peggiori di quelli che vediamo in Italia, la classe dirigente è cinese, la classe media è anch’essa cinese. A Lhasa su 200.000 abitanti oltre 50.000 sono cinesi, attirati in Tibet da stipendi raddoppiati, alloggi ad hoc e vantaggi fiscali. La cultura e religione tibetane andranno a scomparire perché le nuove generazioni hanno come modelli di riferimento quelli imposti dalla scuola (cinese) e dalla televisione (cinese). Man mano che vanno a morire gli anziani, muore anche (e per sempre) la cultura tibetana.

Esercito di occupazione, pardon, di “liberazione” cinese. In Tibet ci sono oltre 200.000 soldati cinesi, un vero e proprio esercito che fa da forza di dissuasione nei confronti di ogni tentativo di espressione autonomista. A Lhasa, a guardia di ogni strada di accesso alla città, ci sono immense caserme formicolanti di soldati. Lungo la ferrovia che conduce in Cina, ogni 3-5 km in territorio della Tibet Autonomous Region, c’è un soldato cinese che fa la guardia (agli yak?). Quando passa il treno, si pone sull’attenti guardando, serio in volto, il nulla.

Sicurezza. Nessun problema, però sempre prestando la massima attenzione alle persone che ti sono attorno e ai luoghi da visitare.

Polizia. Non vi passi per la testa di esporre un’immagine del Dalai Lama: questa sarà strappata immediatamente da un poliziotto o da una spia in borghese e l’incauto finirà direttamente in prigione. Infatti in tutti i templi ogni immagine, foto, statua del Dalai Lama in esilio è stata accuratamente distrutta.

Bambini. Per lo più stanno a guardare timidi i turisti che puntano sui loro faccini sporchi i mirini delle loro macchine fotografiche. Ma ci sono anche quelli cinesizzati che vi rincorrono urlando “Money! Money!”. E se non vi fermate può arrivarvi da qualche ragazzino un bel “fuck you!”, questo sì pronunciato bene.

Visto di ingresso. Lo abbiamo ottenuto senza alcun problema attraverso il tour operator cinese. Bisogna mandare lo scanner del passaporto. Non è assolutamente vero che bisogna far parte di un gruppo per poter entrare in Tibet.

Conclusione: la natura e quello che resta dei monasteri sono stupendi, si vive (da turisti) bene, si viaggia facilmente (con auto, autista e guida), il cibo è abbondante e a costo contenutissimo. La storia, la cultura e la religione del Tibet “before the time”, come dicono i tibetano, cioè prima dell’invasione cinese, ne fanno un paese che lascia nel visitatore, un po’ consapevole, un segno profondo, indelebile. Ma mentre scrivo queste righe mi si riempie il cuore di tristezza e di amarezza al ricordo delle persone che ho incontrato, degli anziani che hanno subito le torture dei cinesi o dei bimbi che non potranno mai vivere in libertà.

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