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Memorie di un volontario

CIRO DI FIORE ITALIA AFRICA Era la notte del 9 Luglio 2006, la notte della finalissima Italia- Francia. Durante il volo Roma - Lisbona tutti i passeggeri si chiedevano spasmodicamente chi stesse mai vincendo. Appena atterrato, il pilota proclamò: “Italia ...

  • di kuros
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: da solo
    Spesa: Da 500 a 1000 euro
 

CIRO DI FIORE ITALIA AFRICA Era la notte del 9 Luglio 2006, la notte della finalissima Italia- Francia. Durante il volo Roma - Lisbona tutti i passeggeri si chiedevano spasmodicamente chi stesse mai vincendo. Appena atterrato, il pilota proclamò: “Italia campione do mundo” scatenando l’applauso e le urla degli africani e dei pochissimi italiani. Dopo la coincidenza, appena poi scesi dall’aereo proveniente da Lisbona era notte inoltrata in Africa, all’aeroporto di Sal. Mentre scendevo dalla scaletta dell’aereo, nella pista buia del piccolo aeroporto con dei poliziotti con dei cani antidroga che abbaiavano feroci, pensai, mezzo rimbambito dal viaggio: “Ecco, ora finalmente tra pochi secondi potrò dire di aver messo il piede fuori dall’Europa...” Ricordo chiaramente che dal primo passo che feci in quella vita fui colpito da questo: che non trovavo in essa nulla di particolarmente singolare, insolito, o, per meglio dire, inaspettato. Mi pareva che tutto ciò mi fosse apparso nella mente già prima, quando io, incamminandomi verso *** mi sforzavo d’indovinare anticipatamente quale sarebbe stata la mia sorte. Ma ben presto una quantità di fatti strani, inattesi, eccezionali cominciò a fermarmi quasi ad ogni passo. Soltanto dopo aver passato molto tempo in *** capii pienamente tutta l’eccezionalità, tutto l’inaspettato di quell’ esistenza, e sempre più ne fui stupito.

Sal è la più orientale delle dieci isolette nell’Oceano a largo del Senegal scoperte pochi decenni prima dell’America. Caldo meno soffocante di quello che pensavo per un paese a Sud del Tropico del Cancro. Un taxista quella notte mi chiese un paio di euro per portarmi a una cittadina a pochi Km di distanza dove fra Silvino, dello storico Convento dei Cappuccini, mi aveva prenotato la pensioncina. Accettai con una punta di paura. Prima non ero mai uscito dall’Europa, al massimo ero arrivato a Creta. Paesaggio lunare, niente luci, qualche casetta in lontananza. Polvere, terreno assai secco. La ragazza del piccolo Hotel, nera nera, non parlava inglese, ma ci capimmo lo stesso. La stragrande maggioranza della popolazione qui non conosce l’inglese. Alla fine mi rimproverò bonariamente: “Prossima volta dillo subito che es italiano”. La mattina dopo mi regalò una bottiglietta d’acqua. Dopo un inquieto sonno di tre-quattro ore presi dunque il breve volo per Mindelo, seconda città della Repubblica di Capo Verde. Cittadina di circa Sessantamila abitanti, nonché centro culturale dell’arcipelago. Quell’alba giunsi al piccolo aeroporto di Sao Vicente, quindi riconobbi subito fra Silvino, unico bianco ad attendere. Sotto i cinquanta, barba, torinese, occhi chiari, tau sulla camicia, volto sereno. Con lui avevamo organizzato un piccolo corso di italiano di sette settimane per dei ragazzi di lì che dovevano poi studiare a Torino. Dopo avrebbero aperto tre centri sociali. Silvino mi portò un po’ a conoscere la cittadina con il suo mitico furgone, aperto dietro, dove talvolta trovavano spazio fortunati viandanti. Vento forte, sole che spaccava la pietre. Popolazione per lo più mista. Ragazze bellissime, alte e slanciate, gli occhi neri neri e i capelli raccolti in miriadi di pettinature. Ti guardano con curiosità, mentre il vento alza un po’ le loro gonne sottili, ma tendenzialmente tendono a diffidare degli stranieri. Quando però capiscono (e un po’ce ne vuole!) che non sei un turista sono molto aperte e cordiali. Ma purtroppo sempre piuttosto attente a non farsi coinvolgere troppo. Spesso accettano di parlare un po’ con te, ma poi ci ripensano e ti danno buca agli appuntamenti. Mi è capitato almeno cinque, sei volte. Quando glielo raccontavo, Silvino rideva come un matto: “Stavolta pure *** non è venuta? Ahaha” Ma se si è caparbi qualcosa decisamente si ottiene. Il paesaggio di Sao Vicente è desertico, solo ogni tanto c’è qualche sparuto alberello. Le case sono molto spesso di mattoni grezzi, senza intonaco e, mi spiegava Silvino, molte sono senza acqua corrente né fogne. Capre, galline e rari asinelli nei loro pressi. Niente fontane che sprecherebbero questo bene preziosissimo, spesso niente asfalto. Le macchine alzano alti polveroni. Vidi una mamma che faceva una improvvisata doccia al suo bambino versandogli lentamente addosso un secchio davanti l’uscio. Il bimbo piangeva disperato. Pescatori con rozze lenze cercavano qualche pesce nell’Oceano, pescosissimo, penso più per mangiarlo che per rivenderlo. A Mindelo infatti c’è un fiorente mercato ittico e i pesci costano pochissimo. Soprattutto certe specie, tipo il tonno. Alcuni dei ragazzi, sulla ventina e più, a cui dovevo fare lezione abitavano in periferia. Gu, Ben, Notch, Nathy e poi Teresa. Mi accolsero con grande cortesia. A casa di Ben ci aprì la cuginetta, che fu così felice di vedere fra Silvin che ci fece un sorriso a trentadue denti. La nonna volle accendere la Tv (qui spesso è una forma di cortesia), ma noi rifiutammo, meglio parlare un po’. La nonna poi mi salutava sempre quando mi incontrava. Anche da Nathy c’era la tv accesa, senza volume. I capoverdiani, mi spiegò ancora fra Silvin, spesso ascoltano lo stereo dando ogni tanto un’occhiata alla tv, poi, quando c’è qualcosa di interessante, spengono lo stereo e alzano il volume del televisore. Le ragazze in casa ti guardano incuriosite. Quando conoscono un ragazzo europeo non più giovanissimo sospettano sempre che sia sposato. Non credono che uno a trent’anni possa essere celibe. Pensano spesso che menta e che abbia almeno una moglie e tre ragazzini a casa che lo aspettano ignari. Sabato sera fummo dunque invitati dal padre di uno dei ragazzi, che ci offrì la famosa “cachùpa”, una sorta di zuppa di fagioli con pancetta, pesce e uovo, assai nutriente, (economicissima) e gustosa. Anche il formaggio di capra era squisito. Il senhor mi disse orgoglioso che il sapore era dovuto al fatto che non permetteva alla capra di andare in giro a mangiare robaccia come cartone ed erba di cattiva qualità. Quando alla fine della serata lo ringraziai disse: “Non mi chiamare Segnòr, di Segnòr ce ne è Uno, e sta lassù”

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