Lambratesi in venezuela

1 Agosto - Caracas Dopo il solito volo interminabile in compagnia di bambini molesti, arriviamo a Caracas circa alle 10 di sera. Fuori dall'aeroporto, stuoli di tassisti abusivi e non, ci importunano per la corsa e per cambiare i soldi. Essendo già buio, l'opzione autobus per raggiungere la città non la prendiamo neanche in considerazione. Non...
 
Viaggiatori: fino a 6

1 Agosto – Caracas Dopo il solito volo interminabile in compagnia di bambini molesti, arriviamo a Caracas circa alle 10 di sera. Fuori dall’aeroporto, stuoli di tassisti abusivi e non, ci importunano per la corsa e per cambiare i soldi. Essendo già buio, l’opzione autobus per raggiungere la città non la prendiamo neanche in considerazione. Non vorremmo arrivarci con una mano davanti e l’altra dietro. Scegliamo un tassinaro dall’aria e dal mezzo affidabile, la cifra notturna che riusciamo a spuntare è 140 bolivares, e decidiamo di condividere il viaggio con una coppia di spagnoli un po’ ronciosi. Caracas si presenta, nell’estrema periferia, come una serie di colline illuminate da migliala di piccole luci. Sono i barrios, agglomerati urbati dei più poveri, casette di mattoni che si inerpicano sui pendii quà e là ancora boscosi. Poi, l’autopista raggiunge la valle della capitale, la taglia in due, i barrios lasciano il posto a grattacieli-dormitorio, per poi raggiungere il centro dove diversi palazzi moderni danno un po’ di lustro a una città malconcia. Proviamo a cercare un hotel in zona Altamira, ma presto rinunciamo poichè sono tutti pieni. Ne troviamo uno poco distante, si chiama El Escorial ed è sufficientemente insapore per esordire a Caracas. Una doppia ci costa 60 dollari. L’autista si offre anche di cambiarci i soldi, una volta arrivati in albergo. Ad agosto 2008, la situazione del cambio in Venezuela è questa: in banca per 1 euro vi danno 3 bolivares, sul mercato nero ve ne danno quasi 5. Decidiamo di uscire a fare due passi, nonostante la zona non sia delle più rassicuranti, spinti dalla fame. Il portiere, dopo averci messo in allerta su criminali e poliziotti corrotti, ci indirizza verso un posticino di fiducia. Infatti, lo scopriamo presto, vi cucinano le più immangiabili arepas di tutta la nazione. Torniamo in hotel un po’ sconsolati e affamati. Prima di andare a letto, fumo una sigaretta sul pianerottolo dell’hotel, affacciato al balconcino. Di notte Caracas, anche se è brutta, è affascinante. Mentre sto rientrando, mi accorgo che dalla camera di fianco si è affacciato un travone, guarda la città pure lui. Il riposo è pesante e senza sogni.

2 Agosto – Choroni Viaggio da Caracas (stazione La Bandera, circa 5 euro) fino a Maracay in autopista, poi verso Choroni con un autobus coloratissimo che si arrampica sui tornanti, salsa a tutto volume e imponente clacson a corda. La stradina passa in messo a montagne e foreste, spesso quando incontriamo qualche mezzo che arriva in senso opposto dobbiamo fare più manovre per passare entrambi. Ci addentriamo nel parco Henry Pittier, riserva naturale, per un’ora saliamo fino alle cime nebbiose, l’ora successiva scendiamo verso il mare. Puerto Colombia, a pochi minuti da Choroni, è un piccolo paese di pescatori, ma è anche meta del turismo balneare venezuelano. Sono rari gli occidentali in giro. Cerchiamo un hotel sotto il sole cocente, ma non ne troviamo, per il weekend sono tutti pieni, una serie interminabile di cartelli “Todo completo” e “No hay habitaciones”. Alla fine, in una vietta un po’ laterale, troviamo una posada molto “rustica” (una ludreria) per 20 euro a notte. Il paese consiste in un vialetto centrale di un centinaio di metri in cui si radunano ristorantini e posade, oltre al mercato del pesce. Riconoscete gli uomini del posto perchè alla sera si avviano verso casa con un piccolo tonno, o tre aringhe, in mano. Attorno, viette con abitazioni e posade magari meno in vista ma non male. Il porto è veramente a dimensione umana, con immancabili vecchietti che giocano a domino e bancarelle di piccolo artigianato. Fra le spiagge vicine, la più popolare è senz’altro Playa Grande, raggiungibile con 10 minuti di passeggiata. E’abbastanza affollata, la sabbia è superba, un chilometro di palme interrotto dalle alture a est. Ci dedichiamo ai primi bagni e ai primi texas hold’em. La tecnica di approcio alla spiaggia del venezuelano medio è arrivare con una cava, ossia una cassa di polistirolo isolante piena di hielo (ghiaccio), alcolici, cibo, bibite; per poi spaparanzarsi sotto l’ombrellone e dedicarsi a qualche bagno rinfrescante. Nessuno nuota, i più arditi galleggiano dove l’acqua è più alta. Alle quattro e mezza i bagnini fanno uscire le gente dall’acqua, la spiaggia “chiude”. Alla sera, ceniamo in uno dei ristoranti al porto, un enorme pesce chiamato pargo con un bel contorno e un paio di cuba fatti col Santa Teresa.

3 agosto – Puerto Colombia Dopo una colazione a base di banane, ci siamo diretti al Playon per passare l’intera giornata al mare. Era gremita, le onde erano alte anche un paio di metri e ci siamo divertiti un sacco a sguazzarci dentro e a fare “human surf” come alcuni ragazzi del luogo; i bagnini-Collina fischiavano come dei pazzi. Notiamo che nel pezzo di mare di fronte al centro della spiaggia, c’è una corrente abbastanza forte che porta fuori, decidiamo di starne alla larga prima che ci ritrovino ad Aruba. Abbiamo conosciuto dei ragazzi di Caracas e Macaray, fra cui Rosangela e Clarissa. Erano fornitissimi, ci hanno offerto da bere e ci hanno invitati a contattarli quando torneremo a Caracas. Loro il weekend prossimo vanno a Morrocoy, dicono che è molto più bello di qua. Vedremo. Dopo la giornata al mare, cerchiamo un internet point, per comunicare a casa e agli altri in arrivo che siamo vivi. Dopo le comunicazioni, torniamo in posada a fare un sonnellino, visto che i cavalloni e il sole cocente ci hanno un po’ sfiancato. Per cena, visto che stiamo spendendo troppo, ci accontentiamo di una hamburgesa (gigante con todo). Poi, il piccolo porto si anima di bancarelle, dei ragazzi neri suonano il bongo e ballano, la gente tiene il tempo e viene invitata ad unirsi alle danze.

4 agosto – Puerto Colombia Altra giornata sul Playon. Vinciamo la naturale riluttanza ad aprire il portafoglio e prendiamo un ombrellone e due sdraio, per evitare di flambarci completamente, per ora siamo di un rosso sotto controllo. L’acqua è un brodo azzurro limpido, puoi nuotarci dopo mangiato senza neanche fare il ruttino. Le onde spettacolari ci tengono impegnati. Ogni 10-15 onde turchesi, ne arrivano 1-2 di un blu cupo, alte almeno un paio di metri in cui o ti tuffi, o tenti di cavalcare abbracciandole, come fanno i ragazzi del luogo. Dal mare arriva una brezza fresca che ci concede una pausa dalla calura; diversi uccelli volano sopra la baia, principalmente stormi di pellicani e dei rapaci con la testa lunga e bianca. Il sentiero che va al Playon è costeggiato da mini-negozietti e ristoranti seminterrati sul ciglio. Passando in una traversa del porto ci facciamo accalappiare da un moderno lounge-bar, dietro la promessa di un ottimo cuba, e da lì allo stuzzichino il passo è inevitabile. Diventerà la nostra cena. Passiamo la serata nella piazza del paese. Per il nostro aspetto inconsueto (alti e biondi) raduniamo attorno a noi un folto gruppo di persone, che ci chiedono dell’italia, del milan, di cosa pensiamo del venezuela, ed insistono per fare delle foto con noi. Le mille domande ci danno l’occasione di parlare un po’ di spagnolo. Verso mezzanotte decidiamo di fare un salto al Bar Rumba, ma è semivuoto. Dopo la serata di mondanità paesana, torniamo nella nostra piccola camera, dove le zanzariere ci proteggeranno dagli insetti che popolano la notte tropicale.



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