Il Paese dei balocchi

Cultura pop, tradizione, shopping, gastronomia: Tokyo con gli occhi dei bambini!
 
Partenza il: 21/12/2016
Ritorno il: 04/01/2017
Viaggiatori: 4
Spesa: 2000 €

21-22 DICEMBRE: MILANO – TOKYO – NAGANO – YUDANAKA

È il 21 dicembre, i bambini non stanno andando a scuola da due giorni perché sta girando una fastidiosa influenza (la Giapponese, così si chiama quest’anno) che, memore dell’anno scorso, non voglio che nessuno di noi si becchi.

Usciamo di casa alle 6.30, andiamo al solito parcheggio che ci lava anche la macchina mentre siamo via (l’unico momento dell’anno in cui la macchina viene lavata), e poi decolliamo per Zurigo e da lì per Tokyo. Due voli tranquillissimi. I ragazzi non hanno fatto una piega.

Atterrati a Tokyo, stravolti, assonnati, non possiamo fermarci. In aeroporto cerchiamo la posta e prendiamo la pocket wi-fi. Poi compriamo i biglietti per lo Skyliner che ci porta alla stazione di Ueno, da lì trasciniamo i nostri valigioni sudando come caproni (per inciso… non doveva fare freddo? No bello, ma mi aspettavo 5 gradi, ce ne sono 14 e noi siamo imbacuccati!) alla stazione degli Shinkansen, compriamo un biglietto per Nagano e ci mettiamo a dormicchiare senza grandi risultati (troppa adrenalina, troppa roba da vedere).

A Nagano andiamo alla ricerca della linea per Yudanaka, facciamo il biglietto e saliamo sul treno e scendiamo 45 minuti dopo a destinazione.

A questo punto non ci resta che prendere un taxi e siamo all’ostello. La cosa straordinaria è che è andato tutto così. Come l’ho scritto. Liscio così, senza intoppi, senza disguidi, senza ritardi, tutto sincronizzato. Alle 8.55 siamo atterrati, alle 14.30 eravamo all’ostello di Yudanaka (che per inciso sta un po’ in culo ai lupi, nel mezzo del Giappone a 350 km dall’aeroporto in cui siamo atterrati).

Arrivati in ostello siamo ufficialmente stanchi. L’ostello è tradizionalissimo. Nulla di che, ma in ordine, coi tatami, i futon, il kotatsu (https://it.wikipedia.org/wiki/Kotatsu), bagno. Le docce sono giù, in stile giapponese, comuni, divise per sesso. Scendi, ti spogli, ti lavi per bene seduto sul seggiolino di legno e ti vai a squagliare nelle vasche termali all’aperto. Bellissimo.

Yudanaka è un paesino, sperduto come dicevo, famoso per due cose:

1) Le onsen, ossia le vasche termali. Ogni riokan o ostello ha le sue e in più ci sono quelle pubbliche: si possono affittare i kimono e gli zatteroni e fare il giro di tutte spalmandosi da una all’altra finché non ti crolla la pressione sotto i piedi e anneghi felice;

2) Il Jigokudani Park, che è il motivo che ci ha portati fin qui.

A Yudanaka non ci sono vie di mezzo: o l’ostello scrausello o il riokan figo. Un’ottantina di euro a notte oppure 300-400 euro a notte. Ora, siccome noi non eravamo lì per le onsen ma per il parco e siccome i bambini le onsen più di tanto non le possono fare e siccome i bambini smorzano un filo il romanticismo di una onsen, abbiamo optato per non sbattere via soldi inutilmente. Va da sé che in altre circostanze o magari in un altro viaggio, un bel riokan con delle onsen da occhi a cuore sarebbe d’obbligo. Un’altra volta, un altro viaggio.

Non possiamo dormire proprio ora, altrimenti non ingraneremo mai col fuso, quindi ci sistemiamo un po’ in camera, usciamo a fare due passi, scendiamo all’onsen e poi andiamo in un ristorantino di ramen per la nostra prima cena giapponese.

Yudanaka è IL PAESINO giapponese. Come uno se lo immagina, come se ne sono visti in mille film e mille anime. Ecco così. Perfetto. Un quadretto. Manca solo la neve.

E poi a letto, dove dormiamo senza sosta dalle 20 alle 7.30, svegliandoci brillanti (io Mia e Zeno… Ric ha avuto cuore di svegliarsi alle 5 e non riuscire più a riaddormentarsi).

23-24 DICEMBRE: JIGOKUDANI PARK e RIENTRO A TOKYO

Dicevo che non siamo venuti fino a Yudanaka per le onsen. Nemmeno per provare l’ebbrezza di uno Shinkansen e nemmeno per sciare. Siamo qui per il Jogokudani Park, che poi non è un parco, ma più un posto dove vai e sai che succede sempre la stessa cosa: ogni inverno, un folto gruppo di famiglie di macachi giapponesi sverna godendosela alle onsen. Appena arriva il freddo, loro si immergono nella pozza calda e ci passano diverso tempo, godendosela, spulciandosi, coccolandosi, litigando, giocando. Il top prevede che il tutto sia incastonato da una bella nevicata, ma come dicevo, non fa freddo come dovrebbe porca miseria.

Maledetto l’effetto serra, ci vestiamo, usciamo, andiamo in un negozietto a comprarci un certo numero di mochi (https://it.wikipedia.org/wiki/Mochi_(gastronomia)) e ci incamminiamo per il cuore del parco. Quasi tutti prendono il bus, ma a noi piace camminare e ci andiamo a piedi. Il bus al massimo lo prenderemo al ritorno. Faremo un anello invece del classico bus-sentiero, sentiero-bus.

Mentre iniziamo la camminata, apriamo i mochi. Abbiamo provato ad aggirare la domanda dei ragazzi “cosa c’è dentro?” con un generico “marmellata”. Non ci sono cascati e si sono accorti che i giapponesi i dolci li riempiono di una cosa sola: fagioli azuki. Ora, a me piacciono, a Ric anche… ai bambini è un sapore che non va granché giù. E vabbé, abbiamo ancora qualche avanzo che mi ero portata per il viaggio nel caso il pranzo in aereo fosse stato pessimo come spesso accade (ma non lo era affatto!) e mangiano quello.

In meno di un’ora ci siamo. Non ci sono grandi cose da dire. Emozione. Le foto sul blog parlano da sole (http://bagagliamano.files.wordpress.com/). Dico solo che il posto non è affatto grande, ma noi siamo rimasti lì più di tre ore nonostante il freddo.

Tornati tra gli esseri umani, ci fiondiamo in un ristorantino a conduzione famigliare di ramen fatti a mano con la farina integrale. È talmente a conduzione famigliare che il menù è solo in giapponese, non ci sono foto e l’inglese nemmeno a spanne. In qualche modo ci capiamo e ne tiriamo fuori un pranzo davvero ottimo (il ramen più buono della vacanza).

Usciti dal ristorante vediamo arrivare un bus e saltiamo su, sperando che da un posto così sperduto passi un solo bus e che sia quello che serve a noi e non uno che va in Hokkaido. Per il biglietto, ci limitiamo a tirare fuori le monete dalle tasche e a rimetterci al giudizio del conducente, che si prende quel che gli serve e ci fa salire.



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