In Sardegna c’è uno dei luoghi più isolati d’Europa, ma dagli anni ’90 il suo nome lo conoscono tutti

Un trekking verso il villaggio nuragico nel cuore della Barbagia
Scritto da: Coccola
in sardegna c'è uno dei luoghi più isolati d’europa, ma dagli anni '90 il suo nome lo conoscono tutti

“Non si teme il proprio tempo, è un problema di spazio, geniali dilettanti in selvaggia parata, ragioni personali, una questione privata, la facoltà di non sentire, la possibilità di non guardare, il buon senso, la logica, i fatti, le opinioni, le raccomandazioni. Occorre essere attenti per essere se stessi. Occorre essere attenti.” Con queste parole tratte dalla canzone Linea gotica, del gruppo musicale C.S.I., ci accoglie Filippo Aresu, una guida appassionata, che ci accompagna verso il villaggio di Tiscali, nel cuore della Sardegna più nascosta, nella Barbagia.

E davvero occorre essere attenti per liberarci di tanti luoghi comuni, tante sovrastrutture che condizionano un ascolto ed un vedere liberi da catene. Il percorso ha più di una possibilità. Noi lo intraprendiamo dalla sorgente di Su Gologone, uno zaffiro d’acqua incastonato in una gola carsica nelle campagne di Oliena. Un saluto all’acqua ed uno sguardo ingenuo e commosso alla chiesetta campestre di Nostra Signora della Pietà.

Ci lasciamo alle spalle un boschetto di eucalipti mormorante di acque e foglie e percorriamo con l’auto la valle di Lanaittu. Il significato del nome in sardo arcaico dovrebbe essere “lana folta” e la lana è la fitta vegetazione che ha da sempre ricoperto la valle. Verde degli alberi, bianco del calcare dei monti, blu del cielo che si intravvede a sprazzi anche quando ci sono le nuvole. Questi sono i colori che si prendono cura di chi percorre questa valle. Occorre essere attenti per guardare tutto ciò.

Siamo una piccola carovana di due auto ed un pulmino, un gruppo di amici italo-cechi coordinato da Filippo che ci fa da guida con uno zaino pieno di libri e che accompagna scandendo i passi con la poesia e la suggestione letteraria. La passione per ciò che fa è prepotente anche nel tono della sua voce dolce e severa.
Questa che percorriamo è la Sardegna senza il mare, non perché le si neghi la marittimità, ma perché il mare che è il protagonista misterioso e renitente di questa isola, un lungo tempo bugiardo ha voluto convincerci che i sardi lo temessero e lo ignorassero.
E il mare, circondandola, continua difenderne segreti e bugie.

Arriviamo ad un punto di incontro ai piedi del monte, qua lasciamo le vetture e, con i motori spenti, l’immersione in un mondo fuori del tempo e dello spazio diventa una realtà. I rumori della natura sono lenti ed eterni e le nostre quotidianità ci abbandonano lasciando lo spazio ad altre sensazioni. “Io sono stato qui e nessuno racconterà la mia storia” Luis Sepulveda. Mi ripeto la verità di questa frase mentre cominciamo a inerpicarci per i sentieri segnati dal CAI stando attenti a dare un ritmo ai nostri passi e a tendere e rilassare i muscoli delle gambe che non devono ragionare sulla fatica. Devono sorreggerci in un equilibrio elastico. I nostri passi sono dettati dalla roccia.

In tanti sono stati qui e in pochi hanno narrato le loro storie. Le abbiamo potute immaginare attraverso la fatica e lo stupore cui andiamo incontro in un frammento di presente. Nessuno ha raccontato la storia di chi riusciva a camminare leggero in tanta asperità, anche le storie dei banditi che, probabilmente, qui sono state numerose, nessuno le ha mai conosciute davvero.
Il sentiero è pavimentato di lamelle di calcare sottili e parallele, sulle quali i piedi diventano abili e sicuri. Le scarpe da trekking sembrano diventare calzature per ballerini. Ci arrampichiamo e la vista può spaziare sulla vallata circondata, nascosta, protetta dalle montagne.

“Passavamo sulla terra leggeri…come acqua che scorre, salta giù dalla conca piena della fonte…a parte la follia di ucciderci l’un l’altro per motivi irrilevanti, eravamo felici”. (Sergio Atzeni – “Passavamo sulla terra leggeri”).

Camminiamo e quasi ci dimentichiamo della nostra vita per cercare di capire quella di chi ci ha preceduto negli anni, nei secoli, nei millenni passati. È facile immaginare la presenza dei banditi, quelli che sequestravano i ricchi per chiedere un riscatto.

Le innumerevoli grotte sicuramente hanno offerto riparo, nascondiglio e prigione. Qui vicino c’è la grotta di Corbeddu, famigerato bandito di metà ottocento. Ci sono le grotte come Sa Oche ‘e Su Bentu, la voce del vento, che aprono le porte ad un mondo che vive nel cuore della terra. È facile immaginare la presenza del divino, di riti che si esprimono in un patto di non belligeranza con la natura. Si intravvede una dolina che probabilmente era un luogo sacro, ci si imbatte in un albero attorcigliato dal vento, in cespugli fioriti che spuntano solitari dalle rocce, in piccoli tappeti di ciclamini. Un mondo paradossale. Si sale, si sale, si arriva alla vetta di monte Tiscali. Poco più di 500 metri, ma con un altezzoso atteggiamento da alta montagna.

Ci sono diverse versioni sul significato del nome Tiscali, la più suggestiva e romantica è “terra d’orgoglio”, mentre giocando sul gioco di parole Tiscali – ti scali, paghi meno e comunichi anche da uno dei luoghi più isolati d’Europa, il nome ha battezzato una famosa compagnia telefonica. Dall’alto si domina il cratere della dolina in cui, a ridosso della parete interna, si nasconde il villaggio di Tiscali. Un villaggio di circa sessanta capanne nuragiche. Il tempo si ferma, la stanchezza scompare, si immagina il passo lieve dei camminanti leggeri di quindici secoli fa, nell’Età Nuragica. Forse prima.

Bisogna scendere faticosamente per vederlo, bisogna fare ancora della fatica per sentirci orgogliosi di averlo finalmente raggiunto. La sua posizione probabilmente l’ha reso inespugnabile a tanti, quasi sicuramente ai romani che invasero l’isola nel III secolo a.C. Tanti strati di storia, misteri e silenzio. È stato scoperto ai primi del ‘900, abbandonato, danneggiato, ritrovato ed ora racconta o lascia immaginare finalmente di quando questo popolo misterioso lo abitava.
“Cominciavo a intuire che la storia narrata era la storia delle donne e degli uomini che hanno vissuto prima di noi nell’isola dei danzatori, madri, padri forse a noi simili per dolcezza e sorrisi o per la follia che non sappiamo dove nasca.” (Sergio Atzeni, opera citata)


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