Oltre i Pirenei: il viaggio on the road nel “Nord selvaggio” che nasconde le spiagge più belle d’Europa

Migliaia di chilometri, quasi 3 settimane di viaggio e decine di luoghi tra città d’arte, università, canyon, spiagge e siti religiosi. La Spagna del Nord non è solo un angolo (enorme) della Penisola iberica, ma una concezione di viaggio che si basa su un modo diverso di concepire questo territorio così ricco e variegato. Meno affollato, più concreto e reale, un vero gioiello da scoprire, luogo dopo luogo, e di cui innamorarsi.
Indice dei contenuti
Diario di viaggio in Spagna del Nord
Giorno 1 – Reina Sofia, Palacio Real, Catedral de la Almudena
Ecco giunte, finalmente, le tanto desiderate ferie estive … Quest’anno faremo però un viaggio molto semplice, restando nella cara, vecchia Europa, ma sarà comunque un itinerario intenso, ricchissimo di luoghi da esplorare. Andremo, infatti, a Madrid e da lì, noleggiando un’auto, faremo il tour di tutta la Spagna del nord. La giornata inizia prestissimo, quando fuori è ancora notte fonda, tant’è vero che la sveglia suona alle 3:00 e mezzora più tardi siamo già pronti a lasciare casa verso nord. Così facendo ci avviamo per strade ancora deserte e dopo meno di un quarto d’ora entriamo in autostrada A14, quindi, alle 4:20, giungiamo al parcheggio Park to Air di Calderara di Reno a lasciare in deposito l’auto per l’intera durata della vacanza. Da lì poi, con la navetta gratuita, guadagniamo l’Aeroporto Marconi di Bologna.
Imbarchiamo i bagagli e oltrepassati i controlli di sicurezza ci concediamo una buona, seppur cara, colazione, quindi ci mettiamo in attesa del nostro volo (IB 1244) alla porta numero 4. In questo modo alle 6:20 cominciano puntuali le operazioni di imbarco e alle 7:10, in leggero ritardo, il Bombardier CRJ1000 di Iberia Air Nostrum stacca da terra diretto nella capitale spagnola. Dinnanzi a noi si dipana così un volo tranquillo, che ci permette di recuperare anche un po’ di sonno, ma non troppo, infatti già alle 8:59 (stesso fuso orario italiano) atterriamo nell’Aeroporto Barajas di Madrid.
Scesi dal vettore ci rechiamo al ritiro bagagli, dove ritroviamo tutti i nostri, poi andiamo alla Alamo a prendere l’auto noleggiata fin da casa e lì ci consegnano una fiammante Nissan Qashqai grigia (targata 1621 MZL), con la quale partiamo subito verso il centro di Madrid, capitale e città più popolosa di Spagna, con i suoi 3.300.000 abitanti, e l’Hotel Dwo Yuste Alcalà, che ci ospiterà per la notte. In breve arriviamo a destinazione e chiediamo di poter lasciare i bagagli in deposito (visto che non è ancora l’ora del check-in) e l’auto in parcheggio. Permesso accordato, anzi, ci consegnano anche la camera, inquanto già disponibile, e ancor prima delle 11:00 siamo pronti a partire per il primo giorno di visite alla città.
Sfruttiamo la vicina stazione della metropolitana di Suanzes, della Linea Verde, per andare verso il centro storico della capitale e prima di tutto facciamo una breve sosta per vedere, solo esternamente, la Plaza de Toros de Las Ventas, costruita tutta in mattoni rossi e in stile mudéjar, che, potendo contenere oltre 23.000 spettatori, è la più grande arena di Spagna, nonché una delle più capienti al mondo.
Ripresa la metro arriviamo poi alla Estación del Arte, nei pressi del palazzo che ospita il Museo Reina Sofía, importante pinacoteca di arte modera e contemporanea, istituita nel 1982, che siamo intenzionati ad esplorare, seppur limitatamente alla sua sezione più importante, vista la nostra modesta conoscenza della materia. Facciamo così una rapida carrellata del solo secondo piano, che contiene numerose opere, in particolare, di Salvador Dalí e Pablo Picasso. Di quest’ultimo è il dipinto più famoso del museo, ovvero il Guernica, una enorme tela che fu presentata dall’autore all’Esposizione Universale di Parigi del 1937, solo due mesi dopo il bombardamento della cittadina basca da cui prende il nome.
Quasi alle 13:00 usciamo dal museo e con la metro ci spostiamo ancor più verso il centro, nei pressi del Teatro Real. Lì troviamo un negozietto nel quale acquistare il necessario per il pranzo al sacco, consumato il quale ripartiamo, mentre il caldo dell’estate madrilena comincia a farsi sentire. Giungiamo così di fronte al grandioso Palacio Real che, fatto costruire dal primo re Borbone Filippo V nel 1735, dopo l’incendio del precedente, con le sue 3.418 stanze è la più grande residenza reale d’Europa. Non ci dedichiamo però subito alla visita del palazzo, perché abbiamo la prenotazione per le 15:30, e andiamo a dare un’occhiata alla dirimpettaia Catedral de la Almudena, imponente edificio neoclassico iniziato nel 1879 e terminato oltre un secolo più tardi quando, nel 1993, venne consacrato da papa Giovanni Paolo II. L’interno è un po’ deludente, ma dalla sua scalinata si ha il miglior colpo d’occhio sul Palacio Real.
Dopo una piccola sosta in una vicina area verde entriamo finalmente anche a Palazzo Reale, i cui interni sono davvero sontuosi, a cominciare dal monumentale scalone di accesso, per continuare lungo la sfilata di stanze, magnificamente decorate ed arredate, e giungere allo sfarzoso Salón del Trono, l’ambiente più rappresentativo dell’intero complesso.
Tornati alla rovente aria aperta camminiamo a sud del Palacio Real fino alla barocca Basílica de San Francisco El Grande, una delle più vaste chiese della capitale, ma la troviamo chiusa, allora torniamo sui nostri passi per imboccare la centralissima Calle Mayor, che conduce alla magnifica Plaza Mayor.
Cuore pulsante della capitale spagnola, Plaza Mayor è stata la cornice di molti eventi cruciali nella storia del paese. Fatta costruire da re Filippo III ed inaugurata nel 1619, stupisce per la sua uniformità architettonica nello stile cosiddetto herreniano, con i portici lungo il perimetro e tutti gli edifici dipinti di rosso.
Da lì guadagniamo poi un altro spazio cardine della città, ovvero l’iconica Plaza Puerta del Sol, centro delle celebrazioni nazionali e chilometro zero della rete stradale spagnola, sulla quale prospetta anche la grande insegna luminosa dello sherry Tio Pepe, nonché la statua simbolo ufficiale di Madrid, El Oso y el Madroño (l’orso e il corbezzolo).
Camminiamo poi per le animate Calle Alcalà e Gran Via, entrambe fiancheggiate da splendidi palazzi realizzati nei più rinomati stili di inizio Novecento, e così facendo conquistiamo Plaza de España, vasto quadrilatero, con al centro il monumento a Cervantes (autore di Don Chisciotte), circondato da palazzi che furono la gloria dell’architettura franchista negli anni Cinquanta del secolo scorso, fra i quali spicca la colossale sagoma a gradoni dell’Edificio España.
Da lì, ormai stanchissimi, saliamo infine sulla piccola altura che ospita il Templo de Debod, un vero e proprio tempio dell’antico Egitto, risalente al II secolo a.C.. Fu donato dal governo egiziano alla Spagna, in segno di gratitudine per la sua assistenza nel restauro di Abu Simbel, e qui ricostruito pietra su pietra.
In questo luogo meriterebbe aspettare il tramonto, che però ci sarà fra oltre due ore, in più manca un elemento importante, ovvero l’acqua nel laghetto antistante il tempio e noi siamo ormai a pezzi, in piedi da quasi 15 ore, così decidiamo di cenare a Plaza de España, al Restaurante Tapaspaña, e poi rientriamo subito all’hotel, per non uscirne prima di domani e consumare il meritato riposo, al termine di una positiva ma devastante prima giornata di vacanze iberiche.
Giorno 2 – Museo del Prado, Parque del Retiro, Stadio Bernabeu
Sveglia e colazione in hotel, poi, già prima delle 8:30, siamo in viaggio sulla metro diretti verso il centro di Madrid per completarne la visita. Anche questa mattina ci rechiamo alla Estación del Arte, questa volta però per andare a visitare il Museo del Prado, il più noto ed esauriente della capitale per quanto riguarda l’arte pittorica. Prima però passiamo a vedere l’originale Caixa Forum, un edificio industriale di fine Ottocento, ristrutturato con l’inserimento di elementi architettonici moderni e affiancato da un folto giardino verticale, poi vorremmo fare anche una breve passeggiata all’interno del Parque del Retiro, la più vasta area verde ubicata nel centro storico di Madrid, la cui sistemazione risale al XVII secolo, ma troviamo ancora chiusi i cancelli a noi più vicini e dobbiamo rinunciarvi perché abbiamo i biglietti per entrare al Prado entro le 10:15 e non possiamo fare tardi.
All’ora stabilita entriamo così nel grande museo, non c’è che dire, straripante di eccezionali opere d’arte, ma noi siamo un tantino ignari in materia, allora seguiamo un percorso studiato a tavolino che ci permette di vedere le tele più famose, come l’Annunciazione del Beato Angelico e la Maya desnuda di Francisco Goya, ma poi tanti altri capolavori di Raffaello, Tiepolo, Caravaggio, Tiziano, Tintoretto, El Greco, Rubens e Velazquez. È una totale immersione della durata di oltre un’ora, fra innumerevoli dipinti di grande bellezza e valore inestimabile.
Tornati all’aria aperta percorriamo a piedi l’ampio viale alberato del Paseo del Prado fino alla rotatoria con Calle Alcalà, sulla quale prospetta il monumentale Palacio de Cibeles, costruito nel 1909 come palazzo delle poste e telecomunicazioni, ma che oggi ospita il Municipio di Madrid. Purtroppo però la sua elaborata facciata in stile eclettico è controsole e completamente nell’ombra, allora facciamo quattro passi verso est fino alla Puerta de Alcalà, imponente struttura neoclassica che nel XVIII secolo era il principale varco di accesso alla città.
Riconquistata la rotatoria, da lì facciamo poi uso della metropolitana per raggiungere il luogo dell’ultima visita madrilena. In questo modo emergiamo dal sottosuolo proprio di fronte alla gigantesca mole del rinnovatissimo Estadio Santiago Bernabéu, inaugurato per la prima volta nel 1947 e che a noi italiani riporta alla mente il mondiale di calcio qui vinto nel 1982. Lo stadio, capace di quasi 80.000 posti a sedere, è la casa della squadra di calcio del Real Madrid e proprio qui è stato allestito un museo che ne ripercorre i fasti. Un museo che ci apprestiamo a visitare, grazie al biglietto pre-acquistato per le 12:30 odierne. Appena si spalancano le porte ecco la mitica coppa dalle grandi orecchie, solo una delle quindici che ha conquistato il glorioso Real … ma è incredibile la mole di trofei vinti, non solo nel calcio, ma anche nel basket, infatti riempiono stanze e stanze, che percorriamo fino ad affacciarci anche sugli spalti dello stadio, un’emozione per qualsiasi sportivo! Peccato solo che manchi il campo da gioco, probabilmente in manutenzione. Usciamo dal Bernabéu dopo un’ora abbondante, sentendoci un po’ ignoranti per avergli dedicato lo stesso tempo speso per il Prado, e subito dopo saliamo sulla metro per far ritorno all’hotel, recuperare auto e bagagli e partire per il tour itinerante nel nord della Spagna.
Ironia della sorte però, tanto per cominciare, andiamo a sud della capitale e, lasciandoci alle spalle la Comunidad de Madrid, raggiungiamo la località di Aranjuez, dove si trova un grande Palazzo Reale settecentesco, costruito e ricostruito nell’arco di due secoli, che vale la pena essere visto, almeno esternamente. Così, mentre ci sono quasi quaranta gradi, parcheggiamo l’auto e a piedi ci rechiamo a fotografare la fastosa facciata occidentale, in stile herreniano, quindi riprendiamo il viaggio. Un po’ in ritardo sulla tabella di marcia ci muoviamo a sud-ovest di Aranjuez, lungo il corso del fiume Tago, e poco prima delle 17:00 andiamo a lasciare l’auto in un parcheggio sotterraneo nei pressi dell’Alcázar di Toledo. Toledo è una storica cittadina medievale dichiarata Patrimonio dell’Umanità nel 1986, che sorge su di una collina dominante il paesaggio ed una grande ansa del Tago. Attuale capoluogo della Comunità Autonoma di Castiglia-La Mancha, fu anche capitale di Spagna, fino al 1561, ed è nota per la coesistenza, all’interno delle sue mura, di tre culture: araba, ebraica e cristiana.
Appena usciti all’aria aperta ci dedichiamo alla visita dei monumenti più importanti della città, a cominciare proprio dall’Alcázar che, risalente al X secolo ma ricostruito dopo la guerra civile spagnola del 1936, con la sua grande mole caratterizza tutte le vedute d’insieme di Toledo. Per stretti vicoli arriviamo poi alla Catedral Primada, la cui costruzione iniziò nel XII secolo sui resti di una precedente moschea e terminò nel XV. Il risultato è una delle più belle cattedrali gotiche di Spagna, con elaborati portali ed un ricchissimo interno, nel quale spicca il tripudio di sculture e stalli in legno intagliato del coro.
Passeggiando per le vie centrali del nucleo storico di Toledo guadagniamo anche il Monastero de San Juan de los Reyes, fondato nel XV secolo dai re cattolici Isabella e Fernando, provocatoriamente nel cuore dell’allora quartiere ebraico per dimostrare la supremazia della loro fede. Presenta una bella chiesa ed uno strepitoso chiostro a due livelli: quello inferiore tardo gotico e quello superiore in stile mudéjar, decorati con elaborati pinnacoli, statue ed archi. Nelle vicinanze del monastero diamo un’occhiata pure alle ex sinagoghe di Santa Maria La Blanca e del Transito, edifici che hanno la particolarità di essere stati realizzati in stile moresco, in una regione cristiana, ad uso dei residenti di fede ebraica.
Da lì torniamo poi in direzione della cattedrale e, passando per Plaza de Zocodover, la principale piazza della città vecchia, andiamo a fotografare l’elaborata porta in stile plateresco dell’Hospital de Santa Cruz e riguadagniamo l’Alcázar. Sono già passate le 19:00 quando recuperiamo l’auto e puntiamo il navigatore sull’alloggio di questa sera, l’Hotel Beatriz Toledo, al quale giungiamo una manciata di minuti più tardi. Ci facciamo consegnare le chiavi della stanza, saliamo a rinfrescarci e verso le 21:00 usciamo per cena, nei paraggi, allo spartano Restaurante El Chuletero, che però ha una bella terrazza con vista su Toledo illuminata. Lì mangiamo buona carne ad un prezzo onesto e poi torniamo all’hotel per la notte, concludendo una piacevole giornata.
Giorno 3 – Toledo, Ávila
Come al solito, grazie a Dio, nel giorno di Ferragosto siamo sempre in giro per il mondo e quest’anno ci svegliamo in Spagna, a Toledo. Consumiamo la colazione in hotel e partiamo per completare, prima di tutto, proprio la visita di Toledo. Ci rechiamo così allo scenografico Puente de Alcántara, di origine romana, ma ricostruito nel XIII secolo, che oggi ha carattere solo pedonale, ma un tempo scavalcando il Tago era il principale accesso orientale alla città. Da qui il corso del fiume abbraccia poi letteralmente l’abitato, offrendo uno splendido colpo d’occhio, che possiamo osservare dal vicino Mirador del Valle.
Il panorama è però ancor più bello se osservato dalla sovrastante Piedra del Rey Moro, che raggiungiamo con una breve ma erta scarpinata. Un luogo, disseminato di massi granitici che esaltano la scena, dove secondo la leggenda fu sepolto il principe moro Abul Walid, il cui fantasma si aggirerebbe ancora nei paraggi.
Subito dopo lasciamo Toledo verso nord, percorrendo svariate superstrade e autostrade, che sfiorano anche il vasto agglomerato urbano della capitale, e verso le 11:30 arriviamo nella località di El Escorial, nota per il suo grandioso Real Monasteiro de San Lorenzo, sito Unesco dal 1984. Edificato nel XVI secolo per volere del re Filippo II, è considerato un autentico gioiello dell’architettura rinascimentale e le sue dimensioni sono titaniche: 208 metri per 162 in pianta, con 4.000 stanze, 7.600 finestre, 86 scaloni, 16 cortili, 15 chiostri e 88 fontane!
Acquistato il biglietto nel palazzo di fronte ci dedichiamo così alla sua esplorazione, partendo dal Patio de los Reyes, dominato dalle statue dei re, che ci osservano dall’alto, per passare alla splendida Biblioteca, capace di 45.000 antichi e preziosi volumi e magistralmente affrescata dall’italiano Pellegrino Tibaldi.
Passiamo in rassegna le sale capitolari, ma dobbiamo rinunciare a vedere la Basilica perché sono in corso di svolgimento le funzioni religiose. Scendiamo allora ai panteón reali, prima al cosiddetto Panteón de los Infantes, dove riposano i principi e altri membri della famiglia reale, quindi al solenne Panteón de los Reyes, che custodisce le spoglie di tutti i sovrani spagnoli di origine asburgica e borbonica.
Esploriamo infine tutto il Palacio de los Austrias, il principale edificio residenziale del complesso, nel quale alloggiava la famiglia reale, e quando usciamo all’aria aperta andiamo a dare un’occhiata anche all’attiguo Jardín de los Frailes, dove, fra le accurate geometrie delle siepi, si godono belle viste sul Real Monasteiro de San Lorenzo.
A El Escorial pranziamo con in nostri panini e alla ripartenza ci spostiamo solo di una decina di chilometri, sulle vicine alture, alla Valle de los Caídos (di recente ribattezzata Valle de Cuelgamuros), un grandioso e controverso monumento funebre eretto fra il 1940 ed il 1956 in memoria delle vittime della guerra civile del 1936. È formato da una grande Basilica scavata nella roccia, oltre una monumentale facciata sovrastata da un’immensa croce in pietra alta 150 metri (la più grande croce autoportante del mondo). Fu fatto costruire dal generale Francisco Franco in persona, l’ex dittatore spagnolo al potere fino al 1975, che ne fece anche il suo mausoleo, fino al 2019, quando le sue spoglie furono trasferite a Madrid. Parcheggiata l’auto andiamo a visitare la basilica, dalle ragguardevoli dimensioni. Percorriamo tutti i suoi 262 metri di lunghezza, fino all’altare, dove era sepolto il generalissimo, poi, ritrovata la luce del sole e il nostro mezzo, ci rechiamo anche alla grande spianata sulla quale prospetta una vasta Abbazia Benedettina, e da lì riprendiamo l’itinerario.
Scendiamo dalle alture e poco dopo entriamo in autostrada diretti a ovest. Procediamo spediti quando, ad un certo punto, sulla nostra sinistra, notiamo strane nuvole che offuscano la luce del sole. Sono molto strane, infatti, non sono nuvole, ma il fumo di un vasto incendio che, per fortuna, rimane sempre a debita distanza. In questo modo giungiamo in vista della cittadina di Ávila, al Mirador de los Quatro Postes, dal quale si ha la miglior vista dell’antico nucleo abitato, circondato da mura praticamente intatte … solo con, in lontananza, l’inquietante fumo dell’incendio.
Da lì andiamo poi a lasciare l’auto in un parcheggio sotterraneo nei pressi del centro di Ávila, storica cittadina che, posta a 1.131 metri sul livello del mare, è il capoluogo di provincia più alto dell’intera Spagna. Riemersi dal sottosuolo fiancheggiamo in passeggio un tratto delle splendide mura e, prima di tutto, andiamo a visitare la Basílica de San Vicente che, costruita nel XII-XIII secolo, è un piccolo capolavoro del romanico spagnolo e, fra l’altro, ospita al suo interno il sarcofago di San Vicente (o cenotafio dei Santi Martiri), un’opera magistrale, in pietra policroma, della scultura medievale. Subito dopo entriamo della cinta muraria e arriviamo di fronte alla superba Catedral del Salvador, uno dei più antichi esempi di architettura gotica della penisola iberica, anche se la sua abside fortificata, integrata nelle mura della città, le conferisce un aspetto di fortezza.
Ne esploriamo minuziosamente anche gli interni, ricchi di storia, e poi all’uscita, vagabondando per il centro di Ávila, passiamo per Plaza del Mercado Chico e raggiungiamo la Basílica de Santa Teresa, un pregevole edificio dalla facciata barocca che custodisce alcune reliquie della più nota santa cittadina. Usciti dalle mura per Puerta Santa Teresa ne passiamo in rassegna un bel tratto che ci riporta al varco nei pressi della cattedrale e da lì saliamo anche sulla Muralla de Ávila, risalente al XII secolo e annoverata fra le fortificazioni meglio conservate d’Europa, con più di ottanta torri disseminate lungo i suoi 2,5 chilometri di lunghezza, così percorriamo i camminamenti di ronda in due punti e, in questo modo, oltre che goderci il panorama facciamo sera anche oggi, prolungandoci ben oltre le 19:00.
Ora non ci resta che andare, piuttosto stanchini ma soddisfatti, verso l’odierna sistemazione, l’Hotel II Castillas Ávila, che si trova nella periferia orientale della città. Saliamo in camera e dopo una rinfrescante doccia scendiamo per cena, nelle vicinanze, al Parilla Casa Guillermo, dove si mangiano solo verdure e carne alla griglia. Tutto molto spartano, ma gustoso ed economico (poco più di dieci euro a testa) … e in questa maniera concludiamo un’altra dura ma bella giornata, nella quale il caldo l’ha fatta da padrone.
Giorno 4 – Sierra de Gredos, Salamanca
Prendiamo il via, intorno alle 9:00, da Ávila in direzione ovest. In questo modo cominciamo a salire ben presto sulle alture della Sierra de Gredos. Superiamo il Puerto de Menga, un passo posto a 1.566 metri di quota, e dopo tante curve arriviamo, a metà mattinata, nei pressi del paese di Navacepeda de Tormes, al primo luogo di interesse della giornata. Parcheggiamo l’auto e tramite una breve passeggiata andiamo a vedere il Pozo de las Paredes, una piscina naturale formata dal letto del Rio Barbellido, laddove le forze della natura nel corso dei secoli sono riuscite a scolpire due imponenti pareti di roccia (da cui il nome del luogo), fra le quali scorre il fiume, impreziosite dalla presenza di un antico ponte medievale, pare di origine romana, che ne esalta le suggestive vedute.
Subito dopo riprendiamo il viaggio, mentre poco più a sud si intravvede un altro incendio, uno dei tanti che, a quanto pare, stanno devastando la Spagna continentale in questa torrida estate 2026. Seguendo il nastro di asfalto, che si dipana su e giù per monti e vallate, ci arrampichiamo così anche sulla Sierra de Francia, dove ci fermiamo a pranzare in un’area di sosta prima di arrivare nel villaggio di La Alberca, iconica cittadina rurale che fu la prima nel suo genere ad essere dichiarata Monumento Storico Nazionale. Lasciamo il nostro mezzo a bordo strada e ci concediamo una passeggiata nel piccolo centro storico di La Alberca, caratterizzato da splendide case tradizionali a graticcio, la cui peculiarità è quella di sporgere ad ogni piano, tanto che i tetti prospicienti gli stretti vicoli finiscono quasi per toccarsi. Gli edifici, ben curati e dai balconi fioriti, si affacciano anche sul suggestivo quadrilatero della Plaza Mayor (attrezzata per un imminente evento di tauromachia) e intorno alla bella ma semplice Parrocchiale de la Asunción, creando angoli davvero folcloristici.
Conclusa in questo modo una bella esperienza riprendiamo strada, accompagnati da un temperatura fin qui clemente (non oltre i trenta gradi). Scendendo però di quota la colonnina di mercurio s’innalza vertiginosamente, fino a raggiungere i 38 gradi alle porte dalla città di Salamanca, nostra prossima meta e sede di tappa.
Salamanca, dichiarata Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco nel 1988 e dimora della più antica università di Spagna (fondata nel 1218), è un agglomerato di architetture rinascimentali e barocche, ma le sue origini risalgono all’epoca romana, quando il suo nome era Helmetica. Prima di tutto ci fermiamo, infatti, a fotografare la vista sulla città e il Ponte Romano, formidabile struttura fatta erigere nell’anno 89 dall’imperatore Traiano per scavalcare l’alveo del fiume Tormes. Lungo 400 metri e largo 3,5 è sorretto da 26 archi a tutto sesto, dei quali 11 originali e gli altri rifatti fra il Cinquecento ed il Seicento. Subito dopo andiamo a lasciare l’auto in un apposito parcheggio, funzionale alla visita di una parte del centro storico di Salamanca, che poi completeremo domani mattina.
Vediamo così il grande Convento domenicano de San Esteban, costruito fra il 1524 ed il 1610, la cui facciata è uno dei più begli esempi di plateresco spagnolo, mentre all’interno spicca il magnifico Claustro de los Reyes, a due piani. Da qui passò anche Cristoforo Colombo, per incontrare il priore Fray Diego de Deza, confessore di Isabella la Cattolica. Il suo scopo era quello di esortare i domenicani a convincere la regina di finanziare il suo viaggio nelle Indie.
Lì accanto si trova anche il Convento de las Dueñas, fondato nel 1419 per ospitare le monache dell’Ordine di Santo Domingo e di questo ci gustiamo, soprattutto, l’elaborato ed armonioso chiostro pentagonale a due piani, decorato con figure grottesche, quindi andiamo verso la Cattedrale, o meglio le cattedrali, sì perché Salamanca ne ha due, accessibili una dall’altra: la Catedral Vieja, risalente al XII secolo, e la Catedral Nueva, chiesa tardogotica realizzata fra il 1513 ed il 1733, con l’imponente torre che domina la città dall’alto dei suoi 110 metri. Cominciamo dalla cattedrale più recente e dai suoi elaborati esterni, oggetto di un restauro nel 1992. In quell’occasione alcuni artisti, piuttosto burloni, hanno inserito, fra i decori della secondaria Puerta de Ramos, un paio di curiosi dettagli: un astronauta ed un drago che tiene in mano un cono gelato. Li individuiamo e poi entriamo nell’immenso spazio religioso, ricco di opere d’arte, e da lì accediamo poi alla Catedral Vieja, disseminata di capolavori più datati.
Usciti all’aria aperta, a breve distanza dalle cattedrali, andiamo a vedere il cinquecentesco palazzo della Universidad: la Escuelas Mayores, sede della storica Università di Salamanca, dalla stupefacente facciata in pietra arenaria, che è un tripudio di decorazioni scultoree plateresche, raffiguranti eroi mitologici, scene religiose e stemmi araldici, oltre ad una piccola ma celebre rana, riprodotta sopra un teschio, a metà altezza del fabbricato … riuscire ad individuarla si dice porti fortuna e noi non manchiamo di farlo. Vediamo anche gli interessanti interni dell’università, con le sue centenarie aule, quindi dalla piazzetta antistante il palazzo (il Patio de Escuelas) accediamo anche alle Escuelas Menores, un palazzo plateresco della stessa epoca del suo fratello maggiore, nel quale spicca il magnifico patio.
Per terminare la giornata di visite ci manca solo il rinascimentale Palacio de la Salina, così chiamato perché in origine era un magazzino del sale. All’interno si trova un interessante cortile plateresco, ma le ombre della sera sono ormai troppo lunghe per esaltarne le qualità, allora andiamo subito a recuperare l’auto per dedicarci alla ricerca, nella periferia di Salamanca, dell’Hotel Corona de Castilla, che ci ospiterà per la notte. Ovviamente lo troviamo e poco più tardi usciamo anche a cena nei paraggi, al Restaurante Los Arcos, di buon livello, nonostante si trovi in un’area industriale. Mangiamo bene e poi rientriamo in hotel a riposare, al termine di un altro positivo episodio della vacanza.
Giorno 5: Salamanca, León
Dopo colazione all’Hotel Corona de Castilla ci dedichiamo quindi al completamento della visita si Salamanca. Lasciamo l’auto in un altro parcheggio vicino al centro e da lì c’incamminiamo. Passiamo così accanto al Palacio de Monterrey, grande abitazione nobiliare costruita nel 1540, e in breve giungiamo alla monumentale e vasta Plaza Mayor, un quadrilatero imperfetto di circa ottanta metri per lato, considerato una delle più belle piazze di Spagna e d’Europa. Fu realizzata fra il 1729 ed il 1755 in stile barocco su progetto di Alberto Churriguera e presenta una straordinaria uniformità architettonica. Da lì guadagniamo infine la Casa de las Conchas, uno dei più noti palazzi della città: una dimora signorile dell’epoca dei Re Cattolici, nella quale si combinano gli stili tardogotico, rinascimentale e mudéjar. La sua costruzione iniziò alla fine del XV secolo ed il nome si deve alle oltre trecento conchiglie rappresentate sulla facciata, disposte in uno schema romboidale, tipico proprio dello stile mudéjar. Visitiamo anche il patio della Casa de las Conchas e poi, tornati all’auto, riprendiamo l’itinerario on the road diretti ad ovest, con all’orizzonte i fumi di un altro incendio.
Attraversiamo anche una zona completamente bruciata e prima di mezzogiorno arriviamo nel paese di Aldeadávila de la Ribera, quindi una manciata di chilometri ci portano nei pressi dei cosiddetti Arribes del Duero, noti anche come fiordi spagnoli. In questa zona il fiume Duero (o Douro), il terzo corso d’acqua più lungo della penisola iberica (quasi 900 chilometri), marcando il confine con il Portogallo, attraversa per più di 110 chilometri un lungo canyon e in questo esatto punto le pareti della forra sono le più alte in assoluto.
Una prima escursione di circa due chilometri, che affrontiamo subito, ci porta al Mirador del Fraile, dove una parete di roccia, alta circa trecento metri, scende a picco sul Duero e dove si trova anche una piattaforma a sbalzo di quasi quindici metri, dalla quale la vista spazia sull’abisso fluviale e sulla Diga di Aldeadávila della Iberdrola, il più grande produttore di energia idroelettrica in Spagna. Il canyon è spettacolare e si vedono volteggiare pure diversi rapaci (probabilmente grifoni), appollaiati anche sulle pareti della forra … Peccato solo che un grosso incendio sulla sponda portoghese, non direttamente visibile, inondi tutto il paesaggio di fumo, sminuendo decisamente lo spettacolo.
Rientrati dalla prima escursione pranziamo in un’area attrezzata con tavolini e poi rinunciamo alla seconda, che ci avrebbe dovuto portare al Mirador El Picón de Felipe: tutta fatica sprecata visto il fumo persistente. Cambiamo così un po’ il programma odierno e riprendiamo ben presto strada diretti nella città di León, dove avremmo comunque fatto tappa, ma che dovevamo visitare domani mattina.
Dopo 250 chilometri e circa tre ore di viaggio, intorno alle 16:00, giungiamo allora a León, il cui nome deriva dal latino legio, poiché il primo insediamento da cui si sarebbe sviluppata la città fu, nel 70 d.C., un avamposto romano, dove era stanziata la settima legione, soprattutto per il controllo delle miniere situate poco più ad ovest. Nel medioevo fu poi capitale dell’omonimo regno, precursore dell’unificazione spagnola. Parcheggiamo vicini al centro e ne iniziamo immediatamente la visita, a partire dalla Casa Botines, una delle poche opere che l’architetto Antoni Gaudí realizzò, a fine Ottocento, al di fuori della Catalogna. Di fronte all’edificio, su di una panchina, si trova anche una scultura in bronzo, che raffigura Gaudí seduto mentre legge, una irresistibile tentazione per scattare una foto in sua compagnia. Poco più a sud, in Plaza de San Marcelo, si affaccia invece il Palazzo del Municipio, nei cui pressi, da un tombino, emerge un leone in bronzo di recente realizzazione, che rappresenta il simbolo della città.
Passeggiando per la bella Calle Ancha, principale arteria del centro storico, arriviamo poi in Plaza de Regla, al cospetto della grande Catedral de Santa Maria, capolavoro del gotico maturo spagnolo, realizzato fra il XIII ed il XV secolo, con la facciata caratterizzata da due imponenti torri diverse una dall’altra e l’enorme rosone centrale. Ciò che salta maggiormente all’occhio negli interni sono infatti le sontuose vetrate, che si estendono, con i loro colori sgargianti, per circa 1.800 metri quadrati, raccontando storie dell’Antico Testamento. A breve distanza dalla cattedrale ci rechiamo quindi a vedere la Plaza Mayor, il cuore della vita sociale di León, che seppur parzialmente in restauro rimane un bell’esempio di architettura barocca del XVII secolo.
A questo punto, ormai nel tardo pomeriggio, ci resta ancora da visitare, a qualche isolato di distanza, la Basílica de San Isidoro, un pregevole edificio in stile romanico che è un imprescindibile fulcro della storia cittadina. Infatti, accanto alla chiesa (liberamente accessibile) si trova il Panteón de los Reyes, antico monumento sepolcrale dei Re di León, oggi pomeriggio chiuso, ma anche tutto domani, peccato.
Sulla via del ritorno, per chiudere il cerchio del nostro itinerario turistico, fiancheggiamo anche un tratto della Muralla romana di León e passiamo davanti al Convento de San Marcos, fastoso edificio rinascimentale costruito in origine per accogliere i pellegrini del Cammino di Santiago, che oggi ospita un lussuoso Parador, poi, giunti al parcheggio, in breve raggiungiamo l’Hotel Crisol Riosol, distante poche centinaia di metri. La vicinanza dell’hotel al centro ci permette, più tardi, di uscire a piedi per cena, mentre però la presenza di alcuni incendi nei paraggi ha saturato l’aria di fumo e svariate persone indossano anche la mascherina protettiva.
Consumiamo una buona paella alla Confitería Artesana, in Calle Ancha e poi facciamo una passeggiata a fotografare i principali monumenti illuminati di León, assillati nel frattempo dal pensiero per gli incendi, che pare assedino buona parte della zona nella quale dovremo andare domani.
Giorno 6: Astorga, Ponferrada
Le premesse non sono quelle di una giornata eccezionale, ma indimenticabile forse sì! … Quando apriamo la finestra ci accoglie infatti un grigio paesaggio, ma non di nuvole, bensì di fumo, con un diffuso odore acre e anche tracce di cenere depositata sulle auto … e pensare che l’incendio più importante si trova ad almeno cento chilometri da León. Partiamo intorno alle 10:00 dall’Hotel Crisol Riosol e andiamo ad ovest, lungo la superstrada AP-71 per una cinquantina di chilometri, fino a raggiungere la cittadina di Astorga, nota in età imperiale romana col nome di Asturica Augustea.
Appena scesi dall’auto, nell’irreale scenario saturo di fumo, andiamo alla ricerca di una farmacia per acquistare tre mascherine, ma alla prima erano esaurite e le troviamo solo in una seconda. Le indossiamo, evocando i tempi cupi del Covid, e con quelle ci dedichiamo alla visita di Astorga, in uno strano ambiente, avvolti da un’anomala foschia, con il sole che si affaccia, pallido, al di sopra della grigiastra caligine.
Vediamo così il bellissimo Palacio Episcopal, progettato nel 1887 dall’architetto Antoni Gaudí, dopo la distruzione per un incendio (particolare oggi inquietante) del precedente palazzo. La costruzione, realizzata in stile neogotico, all’esterno ricorda un castello, con fossato, merlature e coperture coniche, mentre all’interno assomiglia di più ad una chiesa, con gli ambienti che si sviluppano intorno alla splendida cappella, decorata con particolari tipici del genio di Gaudí. Di fianco al palazzo diamo anche uno sguardo, solo esternamente, alla gotica Catedral de Santa Maria quindi, recuperata l’auto, ci muoviamo, con tante incognite, verso la regione di Las Médulas, particolarmente martoriata dagli incendi.
Nel I secolo d.C. i romani iniziarono a sfruttare i giacimenti auriferi di questa zona utilizzando una tecnica basata sulla forza idraulica. In tal modo, nel corso di 250 anni, estrassero oltre 1.600.000 chili d’oro, a scapito di una profonda devastazione del territorio. Questa devastazione, a distanza di quasi due millenni, è diventata una sorta di bellezza naturale e un’attrazione turistica, inserita addirittura nel Patrimonio dell’Unesco.
Dalla località di Ponferrada cominciamo a salire sulle vicine montagne e appena imboccata la strada per il paese di Orellán notiamo le prime aree devastate, qualche giorno fa, dalle fiamme, compresa una casa. Fiamme che hanno graziato Orellán, ma non il suo Mirador, posto qualche chilometro più in alto.Percorriamo così un erto tratto di asfalto, fra due ali di vegetazione incenerita che danno tanta tristezza, fino al parcheggio del punto panoramico. Ci siamo solo noi, ma non incontriamo divieti, allora a piedi raggiungiamo il Mirador, pesantemente danneggiato dal fuoco, comprese la terrazza panoramica e la biglietteria di accesso alla Galeria de Orellán, che ovviamente non potremo esplorare. È un antico condotto, realizzato dai romani, la cui funzione era quella di inondare di acqua la montagna per estrarre l’oro. Circa cento metri di tunnel che sbucano nel bel mezzo di una parete verticale.
Possiamo comunque affacciarci da una zona limitrofa ancora accessibile e scrutare il paesaggio, che spazia di fronte a noi sulla sottostante vallata di Las Médulas, disseminata di conformazioni rossastre, che spiccano fra il verde, in gran parte, per fortuna, risparmiato dalle fiamme, ma con tanto fumo che satura ancora l’ambiente.
Nel parcheggio del Mirador pranziamo e poco più tardi, quando torniamo ad Orellán, troviamo la via sbarrata, nella direzione da cui veniamo … avranno messo la transenna mentre noi eravamo su. La spostiamo e proseguiamo per la strada che in una manciata di chilometri ci porta nella località di Las Médulas, dove abbiamo prenotato l’Hotel Medulio per questa notte. Arriviamo alla struttura, che è intatta, ma contornata da vegetazione incenerita e con il fabbricato di fronte, che era il centro visitatori del Parque de Las Médulas, completamente bruciato! La porta è chiusa, ma li avevo contattati ieri sera e mi avevano assicurato che erano aperti. Infatti, di lì a poco, arrivano due persone in auto e ci fanno entrare: siamo i primi e unici tre clienti post-incendio!
Portiamo i bagagli in camera. Ci fermiamo un attimo a meditare sulla situazione e intorno alle 16:00 usciamo, intenzionati a seguire, nonostante tutto, la Senda de las Valiñas, un facile percorso di trekking che dovrebbe raggiungere alcune conformazioni all’interno del parco. Il sentiero è aperto, anche se in certi punti il fuoco lo ha lambito, mettendo a rischio castagni secolari, che sono veri e propri monumenti. Seguiamo così il cammino, che si snoda fra il bosco ed alcuni picchi rossastri. Una bella esperienza, che sarebbe stata ancor più bella se la vegetazione intorno a noi fosse stata tutta verde e non, in parte, annerita e se il cielo fosse stato azzurro e non bianco di fumo … e poco importa se possiamo goderci il luogo in completa solitudine e non in compagnia di un’orda di turisti.
Un grosso albero carbonizzato intralcia il sentiero, ma non ci fermiamo e arriviamo al punto più alto dell’escursione, laddove si trova la Cuevona, un’enorme cavità scavata nella roccia, e La Encantada, una complessa grotta artificiale che penetra la montagna, poi torniamo sui nostri passi e dopo meno di due ore dal via, in tutta tranquillità, siamo nuovamente all’Hotel Medulio, dove ci hanno assicurato la cena, anche se siamo gli unici ospiti. Più tardi consumiamo così il nostro pasto, mentre il sole tramonta oltre le vetrate della sala ristorante e in un contesto un po’ dantesco si vedono, in lontananza, altri incendi, che però domani dovremmo lasciarci finalmente alle spalle.
Giorno 7: Vilouxe, Santiago de Compostela
La giornata non inizia nel migliore dei modi. Alle 8:30 scendiamo, come concordato, per la colazione, ma le luci sono tutte spente e non c’è nessuno. Aspettiamo fino alle 9:00 e anche oltre, ma invano. Allora saliamo in camera, chiudiamo le valigie, lasciamo le chiavi sul bancone della reception e ce ne andiamo, mentre il cielo è ancora caliginoso.
Seguiamo la strada prevista dal nostro itinerario, che secondo Google Maps è aperta, e così facendo entriamo anche nella Comunità Autonoma di Galizia. Facciamo spesa e rifornimento nella località di O Barco, poi, poco più avanti, attraversiamo un’area completamente bruciata, ma è l’ultima, prima che il cielo torni ad essere azzurro e sparisca il tanto detestato fumo.
Poco prima di mezzogiorno arriviamo così, immersi in un verdissimo ambiente, nella zona del Cañon do Sil, una severa gola, lunga circa 35 chilometri e profonda in alcuni punti anche 500 metri, entro la quale scorre il placido corso del fiume Sil, prima di affluire nel Rio Miño e sfociare nell’Oceano Atlantico, al confine con il Portogallo.
Innanzitutto andiamo ad osservare lo spettacolo dal Mirador Balcón de Madrid, il più noto fra i punti panoramici, anche se da lì non è certo possibile vedere Madrid. Questo però era il luogo scelto dalle donne del posto per osservare i loro mariti mentre si avviavano lungo il fiume, in viaggio verso la capitale.
Subito dopo ci rechiamo poi nel remoto villaggio di Vilouxe, dal quale a piedi guadagniamo l’omonimo Mirador, per noi sicuramente il più spettacolare, con la vista che spazia su di una selvaggia ansa rocciosa. A Vilouxe pranziamo e poi ripartiamo per raggiungere una delle città più iconiche del viaggio: Santiago de Compostela, capoluogo della Galizia. Il suo centro storico, Patrimonio dell’Unesco fin dal 1985, è testimone ogni anno di uno dei più grandi fenomeni di pellegrinaggio cristiano dell’umanità: il Camino de Santiago, uno sciame infinito di fedeli (più o meno credenti) che giungono in città dopo aver percorso centinaia di chilometri a piedi, per pregare sulla tomba dell’apostolo Santiago, qui rinvenuta nel IX secolo. Arriviamo così intorno alle 15:30. Lasciamo l’auto in un parcheggio interrato vicino al centro e in breve conquistiamo Plaza do Obradoiro in compagnia di tanti altri turisti, fra i quali molti pellegrini, giunti al capolinea del loro viaggio.
Questa è la principale piazza di Santiago, sulla quale prospetta la grandiosa Catedral, che svetta in uno splendido miscuglio di guglie e sculture. Fu costruita nel corso di diversi secoli e la sua bellezza è frutto di un mix di stili, dall’originario romanico alle più recenti fioriture gotiche e barocche. Sul vasto spazio si affacciano però altri storici edifici come l’Hospital de los Reyes Catolicos, nato come ostello per i pellegrini, che oggi ospita invece un lussuoso Parador, il Palacio de Rajoy, attuale municipio, e il Colegio de San Xerome, rettorato dell’università di Santiago.
Da lì intraprendiamo quindi il giro esterno della cattedrale, passando per la ridotta Plaza de las Platerías, sulla quale dà l’omonima porta, affiancata dalla Torre do Reloxo, in stile barocco, come quasi tutti gli altri edifici presenti, mentre al centro spicca la bella fontana, denominata Fuente de los Caballos. Attraversiamo poi Plaza de la Quintana, caratterizzata dalla Porta Santa della cattedrale, e Plaza de la Inmaculada, dominata da un’altra porta e dalla facciata barocca dell’ex Monasteiro de San Martiño Pinario, oggi sede di un albergo, e facciamo ritorno, chiudendo il cerchio, in Plaza do Obradoiro.
Si è fatta così l’ora di entrare, da Plaza de las Platerías, dentro la cattedrale, dove spicca l’altare maggiore, fantasticamente elaborato, in stile churrigueresco, sotto al quale si trova la Cripta Apostolica, che ospita le spoglie di Santiago, ma non riusciamo ad accedervi perché c’è una lunghissima coda e noi abbiamo una prenotazione alle 17:00 per salire, con una visita guidata, sui tetti della Cattedrale.
Ci presentiamo così in perfetto orario all’ingresso, posto sulla sinistra dell’edificio, in Plaza do Obradoiro e, insieme ad una manciata di altri turisti, consumiamo una bella esperienza fra elaborate guglie, che si stagliano su magnifiche viste della città.
Scesi dai tetti andiamo a visitare il Museo della Cattedrale, compreso nel prezzo del biglietto, dal quale si accede anche al bel chiostro cinquecentesco, quindi alle 19:00, come previsto, ci presentiamo all’ingresso che conduce allo strepitoso Pórtico de la Gloria, il nartece della cattedrale, che ospita un vero e proprio capolavoro della scultura romanica. Si tratta di oltre duecento figure di eccellente fattura, scolpite fra il 1168 ed il 1188 dal Maestro Mateo, che si sviluppano su tre portali. Un tempo erano dipinte anche a colori policromi, ma oggi rimane solo qualche traccia delle tinte.
Alla fine di tutto riproviamo ad entrare nella Cripta Apostolica, ma ha già chiuso i battenti e riaprirà solo domani mattina, quando noi saremo altrove, allora non ci resta che andare alla ricerca dell’hotel, il Santiago Apóstol, che si trova nella prima periferia della città e che raggiungiamo dopo una piccola disavventura per uscire dal parcheggio (non avevamo ritirato il biglietto all’ingresso).
Portiamo i bagagli in camera e dopo una rinfrescante doccia scendiamo a cenare nella caffetteria della struttura, mettendo fine ad un positivo capitolo del viaggio durante il quale, oltre agli incendi, ci siamo lasciati alle spalle anche il grande caldo, con la frizzante aria dell’Oceano Atlantico che si fa già sentire nella fresca serata di Santiago de Compostela.
Giorno 8: Castro de Baroña, Cascada de Ézaro
Oggi ci aspetta la tappa più lunga del viaggio, per questo motivo dobbiamo partire abbastanza presto e la sveglia suona alle 7:00, quando fuori è ancora buio. Alle 8:30 prendiamo così il via da Santiago de Compostela e andando verso ovest ben presto arriviamo in vista dell’Oceano Atlantico, ma prima di tutto facciamo una veloce visita nell’interno, fra i boschi della Sierra de Brabanza, dove si trova il Dolmen de Axeitos.
Conosciuto anche come Pedra do Mouro e risalente ad un periodo compreso tra il 4000 ed il 3600 a.C., il Dolmen de Axeitos è uno dei meglio conservati della regione, meritando l’appellativo di Partenone del megalitismo galiziano, ed è formato da otto pietre verticali sovrastate da una grande lastra che misura 3,5 x 4,5 metri … uno spettacolo per gli appassionati del genere come il sottoscritto.
Scattate tutte le foto del caso riprendiamo quindi l’itinerario e dopo una manciata di chilometri giungiamo al parcheggio del sito preistorico di Castro de Baroña, l’insediamento archeologico più importante dell’età del ferro in Galizia.
Risalente al I secolo a.C. e collocato su di un promontorio roccioso in riva all’oceano, il luogo è sicuramente di grande suggestione e non delude affatto le nostre aspettative, soprattutto per la posizione, nonostante gli scarni resti di numerosi edifici dalla forma ovale.
Riconquistata l’auto proseguiamo per la strada costiera, che si sviluppa lungo il prospiciente golfo, in fondo al quale si trova la località di Noia (una sensazione che non ci appartiene, vista l’intensità del viaggio) e così facendo arriviamo nel paese di Carnota, un piccolo comune di 4.200 anime.
Parcheggiamo vicini al minuscolo centro e a piedi andiamo alla scoperta dell’Hórreo de Carnota. L’hórreo è una struttura tradizionale, concepita per l’essicazione del grano e la conservazione di altri prodotti agricoli, molto comune nella regione, ma quello di Carnota, con i suoi 33 metri è il più lungo di tutta la Spagna e fa bella mostra di sé fra il centro abitato e la campagna galiziana.
A pochi chilometri da Carnota, verso nord, ci rechiamo poi nella Praia Boca do Rio: una vasta spiaggia bianca, abbastanza scenografica, caratterizzata da numerose rocce di granito levigate dalle forze della natura e bagnata da acque azzurre e trasparenti, ma in breve si addensano sul posto grossi nuvoloni, attirati dal vicino Monte Pindo, e di lì a poco comincia anche a piovere.
Scappiamo così da Praia Boca do Rio e una volta aggirato il monte, un po’ più a nord, ritroviamo il sole e ci fermiamo, non senza fatica, nel parcheggio presso la Cascada de Ézaro, uno scenografico salto d’acqua del Rio Xallas, noto per essere l’unico in Europa a gettarsi direttamente nell’Oceano. Per favorire l’esplorazione del luogo sono state realizzate piattaforme di osservazione e passerelle panoramiche, che percorriamo fin quasi alla base di una bella cascata, sufficientemente ricca d’acqua, nonostante la stagione estiva.
Soddisfatti per la visita, pranziamo con i nostri panini presso il centro visitatori quindi, nel primo pomeriggio, ci spostiamo sul promontorio che già si vedeva di fronte a noi, noto come Cabo Finisterre, che non è il punto più ad ovest del continente europeo ma che, nell’antichità, era considerato la fine del mondo conosciuto, nonché il luogo in cui moriva il sole. Lasciata l’auto nell’area di sosta a piedi raggiungiamo, fra splendide vedute di un severo paesaggio costiero, il Faro de Finisterre, costruito nel 1853 a 138 metri sul livello del mare, che, nonostante non sia più in funzione è uno dei fari più visitati d’Europa.
Nei pressi si trova anche un simbolico chilometro zero del Camino de Santiago, il luogo infatti è il capolinea di una estensione del percorso, che alcuni pellegrini seguono dopo essere arrivati a Santiago de Compostela, così come la variante al vicino promontorio di Muxía, distante una trentina di chilometri verso nord, che raggiungiamo subito dopo. Lì, in suggestiva posizione sulle scogliere, si trovano il Santuario da Virxe da Barca ed il monumento La Herida, in ricordo del grave naufragio, nel novembre 2002, della petroliera Prestige ed il successivo disastro ecologico nelle coste galiziane.
Quest’ultima destinazione non era prevista nell’itinerario, inquanto suggerimento (a giusta ragione) dell’ultimo minuto di un conoscente, per cui risultiamo in ritardo sulla tabella di marcia quando, verso le 17:15, arriviamo a La Coruña, importante porto e centro più popoloso della Galizia, presso la Torre de Hércules.
Il simbolo più rappresentativo della città è questo faro romano dell’antica Brigantium, risalente al II secolo d.C., all’epoca di Traiano, che fu ristrutturato nel 1788 per ordine di re Carlo IV e che ancora oggi svolge le sue funzioni, dominando il promontorio a nord dell’abitato.
Impieghiamo un po’ di tempo a parcheggiare, ma alla fine riusciamo a fare una piacevole passeggiata fino alla base del monumento e nel tratto di costa antistante, poi riprendiamo strada che sono già passate le 18:00.
Dobbiamo percorre ancora un centinaio di chilometri per chiudere la tappa nella storica città di Lugo, fondata dai romani tra il 26 ed il 12 a.C. con il nome di Lucus Augusti, in onore dell’imperatore Augusto, che non ha nulla a che vedere con Lugo di Romagna a breve distanza da casa nostra, e lì arriviamo quando son già le 19:30.
Le lunghissime giornate estive spagnole e soprattutto galiziane ci permettono però di avere ancora luce a sufficienza per visitare i luoghi più significativi della città, a partire dalla facciata neoclassica della Catedral (già chiusa), per finire con la stupefacente Muralla, l’unica cinta muraria romana, risalente al III secolo d.C., giunta integra ai giorni nostri e per questo inserita nella lista dei beni Patrimonio dell’Unesco. Ne percorriamo così, alla sommità, l’intero perimetro, che si sviluppa per 2.120 metri, ad un’altezza che oscilla fra gli otto e i dieci metri, supportati da uno spessore di circa quattro, intervallato da ben 71 torrioni e dieci porte (delle quali cinque aperte nell’Ottocento).
Dopo questa avvincente esperienza, alle 20:40, guadagniamo anche l’Hotel Los Olmos, nella periferia di Lugo, per trascorrervi la notte, e per fortuna la struttura possiede anche un ristorante, così, senza perdere tempo, possiamo subito consumare lì la cena, prima di ritirarci in camera al termine di una intensissima ma bella giornata.
Giorno 9: Lugo, Luarca
Partiamo da Lugo verso nord con … la nebbia, neanche fosse, proprio, Lugo di Romagna a novembre. Ben presto però si dissolve, mostrando un cielo pieno di nuvole e poco più avanti, in cima ad un passo montano, a 700 metri di altezza, comincia anche a piovere, poi smette e quando giungiamo in vista dell’oceano le nuvole lasciano filtrare qualche timido raggio di sole. Intorno alla 9:30 guadagniamo così il vasto parcheggio di Praia As Catedrais, la spiaggia delle cattedrali, considerata uno degli spettacoli naturali più belli e particolari dell’intera Spagna. Detta anche Praia de Augas Santas è stata ribattezzata col nome di spiaggia delle cattedrali per la presenza di maestosi archi, che ricordano le grandi architetture gotiche, in questo caso però non create dall’uomo ma da Madre Natura.
Arriviamo anche in perfetto orario, perché c’è un momento ben preciso (anzi due) durante la giornata nel quale le condizioni sono ottimali per esplorare la spiaggia: durante la bassa marea, che oggi è prevista per le 9:57. In quel particolare contesto, infatti, le scogliere emergono totalmente dalle acque e mostrano le loro straordinarie peculiarità.
Per l’occasione, oltre a noi, ci sono anche tanti altri turisti, nonostante il luogo sia già da tempo a numero chiuso nel periodo estivo e richieda una prenotazione, che ovviamente abbiamo. In questo modo, scendendo un’apposita scalinata, accediamo alla spiaggia e cominciamo a camminare sulla sabbia che fra qualche ora sarà il fondo del mare. Vediamo faraglioni alti più di trenta metri e fantasiosi archi di roccia per quasi due ore e poi risaliamo intenzionati a seguire il sentiero che si affaccia dall’alto delle scogliere, ma è chiuso e non percorribile per ragioni di sicurezza, decisamente esagerate!
Partiamo allora, in anticipo, e andiamo lungo la costa verso ovest, in senso contrario rispetto al nostro itinerario, causa la necessità di essere stati a Praia As Catedrais proprio con la bassa marea, e dopo circa un’ora di strada giungiamo, in un severo tratto di litorale, al cosiddetto Banco de Loiba: un bel sito naturale caratterizzato da scenografiche scogliere.
Purtroppo non c’è il sole, allora pranziamo, con la speranza che arrivi … Speranza vana. Dobbiamo allora fare, in condizioni non ottimali, la breve passeggiata alla sommità dei dirupi, accompagnati da meritevoli viste, fino alla più famosa e panoramica panchina di questo tratto di costa galiziana, denominata, con un pizzico di presunzione, la panchina più bella del mondo.
Subito dopo riprendiamo strada per spostarci non di molto in linea d’aria, ma abbastanza in termini di tempo, tanto che quando arriviamo, dopo un’oretta, al superlativo Cabo Ortegal, proteso fra l’Oceano Atlantico ed il Mar Cantabrico, splende un bellissimo sole, così possiamo goderci lo spettacolo del piccolo faro biancorosso, posto alla sommità di un aspro promontorio roccioso, che si staglia fra l’azzurro del cielo e l’immensità del mare.
Le visite di giornata a questo punto sarebbero terminate e per concludere la giornata mancherebbe solo un lungo tratto di strada per tornare verso est, circa 170 chilometri di agevoli carreggiate, ai quali però decidiamo di aggiungerne altri 20, fino al paese costiero di Luarca, dove vorremmo passare un po’ di tempo, visto il netto anticipo sulla tabella di marcia. Passando per l’interno e seguendo anche un buon tratto del percorso già fatto in mattinata, rientriamo sulla costa proprio nei pressi di Praia As Catedrais e continuando sulla litoranea autostrada verso le 18:00 arriviamo a Luarca, ridente villaggio che è un importante porto di pesca fin dal medioevo.
Nel piccolo centro però è in corso una festa popolare e parcheggiare è impossibile, così riusciamo a vedere il pittoresco porticciolo solo dall’alto di un promontorio che lo sovrasta, dove si trova anche una bianca chiesetta, poi puntiamo il navigatore sull’Hotel Restaurante Las Camelias, che si trova nei pressi della località di Navia, già nella regione delle Asturie, e lì prendiamo alloggio, consumandovi più tardi anche una discreta cena.
Giorno 10: Cabo de Peñas, Oviedo, Niembru
Secondo previsioni pare ci attenda una giornata piena di nuvole, invece quando prendiamo il via da Navia splende un bel sole. Dobbiamo percorrere inizialmente solo una trentina di chilometri, così, poco dopo le 8:30 siamo già a Playa de Campiechos, una remota insenatura, raggiungibile per anguste strade secondarie, incastonata fra grandi pareti rocciose e bagnata dal Mar Cantabrico.
Lasciamo l’auto in un minuscolo parcheggio e scendiamo in una spiaggia fornata da grossi ciottoli, dove ci siamo solo noi, oltre ad un pescatore che lancia la sua lenza dalla battigia. C’è anche la bassa marea, come previsto, che ci permette di camminare, sulla sinistra della baia, in mezzo a pietraie altrimenti sommerse, fino ad una punta dove, fra gli scogli, si trova una grotta e di fronte, poco più al largo, alcune formazioni rocciose, la più imponente delle quali è un arco naturale detto Roca Puerta de San Pedro. In questo modo possiamo scattare anche noi la foto più famosa del luogo, che raffigura l’arco immortalato dall’interno della grotta … Tutto molto bello!
Tornati al punto di partenza ci spostiamo poi di una manciata di chilometri, verso est lungo la costa, fino alla Playa del Silencio, considerata una delle spiagge più scenografiche delle Asturie, incastonata com’è fra impervie scogliere, nella natura incontaminata..
È abbastanza presto quando arriviamo dall’alto sull’insenatura e la probabile orda di turisti non si è ancora palesata, così, con belle vedute, scendiamo un po’ lungo il sentiero che conduce alla spiaggia, mentre il silenzio regna sovrano e rende onore al nome del luogo. Peccato solo che non si sia ancora manifestato completamente neanche il sole e buona parte della spettacolare baia sia attualmente nell’ombra.
Comunque soddisfatti, dopo un po’, lasciamo anche Playa del Silencio e, seguendo le indicazioni, in un’oretta di strada guadagniamo il Cabo de Peñas, un severo promontorio che è il punto più settentrionale delle Asturie. Parcheggiamo l’auto e c’incamminiamo per esplorare il luogo, dominato dall’emblematico faro, costruito nel 1852 ad oltre cento metri di altezza sul livello del mare, il tutto accompagnati però da tante dispettose nuvole che coprono il sole.
Un sole che poi torna a splendere quando ci spostiamo di una cinquantina di chilometri verso l’interno e, poco dopo mezzogiorno, giungiamo nella città di Oviedo, capitale delle Asturie. Lì, lasciata l’auto in un’area di sosta interrata nei pressi del centro, in breve guadagniamo Plaza Alfonso II El Casto, il principale spazio cittadino sul quale, oltre a storici palazzi, si affaccia anche la Catedral de San Salvador, importante edificio gotico eretto fra il 1388 ed il 1556. Dedichiamo così un po’ di tempo alla cattedrale, nel cui interno spiccano le tombe dei re asturiani, il chiostro e due reliquie dal profondo significato religioso: il Santo Sudario, il lenzuolo che avrebbe coperto il volto del Cristo morto, ed un pezzo di Lignum Crucis, ovvero il legno della croce di Gesù. Di seguito, recuperato il nostro mezzo, ci spostiamo sulle prime alture che circondano la città, dove si trovano le significative chiese preromaniche di San Miguel de Lillo e Santa Maria del Naranco, entrambe fatte costruire nel IX secolo dal sovrano Ramiro I, ma la seconda inizialmente utilizzata anche come palazzo reale. Vediamo solo esternamente gli edifici, che per il loro pregio architettonico sono stati inseriti nel Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco, poi pranziamo nel parcheggio a loro dedicato e subito dopo partiamo per la seconda parte di giornata.
Torniamo sulla costa e ci muoviamo sull’autostrada A-8 per un buon tratto verso est, fino all’uscita per la località di Niembru e da lì, dopo qualche altro chilometro, ci affacciamo dall’alto sulla splendida Playa de Torimbia, una perfetta mezzaluna di sabbia chiara, bagnata da acque azzurre e bordeggiata di verdissime colline, peccato solo che a mancare sia il sole, coperto da nubi che, dispettose, stazionano sulla costa, mentre al largo il cielo è sereno.
Purtroppo nelle stesse condizioni vediamo anche tutte le altre cose di giornata, sparse nel territorio circostante, a partire dalla curiosa Playa de Gulpiyuri. Qui, in un passato molto lontano nel tempo, il crollo di una grotta e l’incessante lavoro delle maree hanno creato una minuscola spiaggia lunga 40 metri (fra le più piccole al mondo), nascosta fra le colline delle Asturie, a cento metri di distanza dal mare.
Raggiungiamo il luogo con una breve scarpinata e restiamo allibiti alla vista di una mezzaluna di bianca arena, bagnata da un mare che non si vede, ma fa giungere fin qui le sue acque attraverso un intricato sistema di gallerie sotterranee, poi allunghiamo la nostra passeggiata e arriviamo fino al mare vero e proprio, che si infrange su severe scogliere.
Facciamo poi un inutile passaggio per Playa Cuevas del Mar, straripante di bagnanti, ma la cui grotta è sommersa dall’alta marea di questo pomeriggio, infine guadagniamo il tratto di costa nel quale si manifestano i famosi Bufones de Pría, getti d’acqua simili a geyser che fuoriescono da fratture nella roccia, originati dall’alta marea e dalle cattive condizioni del mare. L’alta marea c’è, ma il mare oggi è calmo, così i bufones, ovviamente, non ci sono, ma almeno le scogliere prospicienti sono poderose e meritevoli della giusta attenzione. Concludiamo la giornata con una veloce sosta nella vicina località di Ribadesella, antico borgo di pescatori alla foce del fiume Sella, dove una breve passeggiata ci conduce al piccolo promontorio, chiamato anche Monte Corberu, dove si trova il bianco Eremo de la Guía, ospitante l’omonima vergine, patrona dei marinai locali, che offre un bel colpo d’occhio sulla sottostante cittadina.
Da lì ci spostiamo quindi, in conclusione della tappa, ad una manciata di chilometri di distanza, all’Hotel La Ribera, dove, oltre a prendere possesso della camera, ceniamo anche, concludendo una giornata iniziata bene ma finita… benino.
Giorno 11: Picos de Europa
Intero episodio del viaggio dedicato ai Picos de Europa, possente catena montuosa, con vette che superano i 2.600 metri di altezza, situata non distante dalla costa settentrionale della Penisola Iberica, così chiamata perché da sempre sono le prime montagne europee visibili per le navi che arrivano dall’America.
Prendiamo il via alle 8:15 dall’Hotel La Ribera, al termine di una scarna colazione. Accendo l’auto e questa mi segnala il livello dell’olio basso … non un buon inizio. Così, per precauzione, dopo una decina di chilometri, mi fermo in un’area di servizio e faccio controllare la cosa, ottenendo una spiacevole sentenza: siamo quasi completamente a secco di lubrificante! … Ne faccio aggiungere allora ben due litri e poi ripartiamo, ma con un pizzico di apprensione.
In questo modo arriviamo nella località di Cangas de Onís, che è un po’ la porta d’ingresso al Parque Nacional de los Picos de Europa, dove, fra l’altro, vediamo anche l’interessante Ponte Romano, che scavalca in maniera suggestiva il fiume Sella, e lì ci fermiamo a fare spesa.
In quell’occasione guardo sotto al motore dell’auto e vedo scendere delle gocce, che sono indiscutibilmente di olio! … Troppo rischioso proseguire. Cerchiamo allora la più vicina agenzia di noleggio della Alamo, che si trova nella stazione dei treni di Gijón, ad una settantina di chilometri di distanza, e, incrociando le dita, puntiamo il navigatore su quella destinazione.
Verso le 10:30 arriviamo così, senza problemi, alla meta e lì ci rechiamo al banco della compagnia, dove troviamo persone gentilissime che, appurato il guasto, si prodigano subito per la sostituzione della vettura, che aveva solo 20.000 chilometri e quindi era praticamente nuova. Di lì a mezzora ci consegnano così un’altra Nissan Qashqai, questa volta blu elettrico (targata 3984 MVM), e con quella ripartiamo, rivoluzionando però i programmi di giornata, perché ormai è impossibile seguire l’itinerario previsto.
Non andremo nella parte sud-ovest del parco dei Picos de Europa, alla Ruta del Cares, un suggestivo percorso escursionistico attraverso la superba gola scavata dal fiume Cares, lungo tunnel e ponti in bilico sul baratro, che comunque le notizie in nostro possesso davano per chiuso, causa alcuni incendi che hanno interessato la zona nei giorni scorsi.
Andiamo invece a levante, per la costa delle Asturie, e ci fermiamo a pranzare presso la Playa de Torimbia, già vista ieri con tante nuvole, mentre oggi il cielo è tutto azzurro e splende il sole, poi andiamo oltre e nel primo pomeriggio, in prossimità dell’abitato di Unquera, giriamo verso l’interno per raggiungere la parte sud-orientale dei Picos de Europa.
Risalendo così la vallata del fiume Deva attraversiamo le strette gole chiamate Desfiladero de la Hermida e poi, deviando sulla destra nel villaggio di Potes, dopo un altro bel tratto di strada con le vette dei Picos a dritta, guadagniamo, verso le 15:30, la località di Fuente Dé.
Da questo paese parte l’omonima funivia, sulla quale vogliamo assolutamente salire, che porta sul massiccio centrale dei Picos de Europa. Di lì a poco ci ritroviamo così ai 1.823 metri della stazione di arrivo, detta El Cable, da dove si gode un vastissimo panorama, grazie anche alle ottime condizioni meteo odierne, che abbraccia quasi l’intera superficie del parco, con in lontananza anche il fumo di un incendio, per fortuna non troppo esteso.
Da El Cable intraprendiamo poi un breve trekking, che ci porta prima ai 1.933 metri della Horcadina de Covarrobres, al cospetto dei grandi picchi rocciosi, e poi in vista dello Chalet Real, un edificio in legno (attualmente chiuso) che all’inizio del Novecento ospitò il re Alfonso XIII come base per le sue cacce al camoscio nei dintorni, poi torniamo per lo stesso percorso e intorno alle 17:30 riprendiamo la funivia, questa volta in discesa.
Ritrovata la nostra nuova Qashqai seguiamo a ritroso la strada del pomeriggio in direzione della costa e, attraversando il Desfiladeros de la Hermida, giungiamo intorno alle 19:30 nel paese di Unquera, già nella Comunità Autonoma della Cantabria, all’Hotel Canal per prendervi alloggio. In serata poi andiamo a cena al Restaurante Riomar, proprio di fronte all’hotel, nel quale consumiamo buone pietanze locali, al termine di un travagliato episodio della vacanza, conclusosi però nel migliore dei modi.
Giorno 12: Cantabria
Ad una settimana esatta dalla fine della vacanza riprendiamo il viaggio da Unquera e ci spostiamo verso est sull’autostrada A-8, per una cinquantina di chilometri, fino all’uscita per la località di Vargas. Da lì poche altre migliaia di metri ci portano poi al paese di Puente Viesgo, la cui peculiarità è quella di essere sovrastato da un’altura calcarea, chiamata Monte Castillo e nota per ospitare un intricato labirinto di grotte frequentate dall’uomo per almeno 150.000 anni, ricche di arte paleolitica. Andiamo direttamente al Centro de Arte Rupestre de Cantabria a ritirare i nostri biglietti, già da tempo prenotati … e per fortuna visto che, per l’intera giornata le visite sono completamente esaurite.
Con il biglietto in mano ci rechiamo poi, ad un chilometro di distanza, nel parcheggio della Cueva de El Castillo, scoperta nel 1903 e contenente uno dei complessi rupestri più singolari e importanti della preistoria europea. Lì, in compagnia di altri quattro turisti (vi si può accedere, per la conservazione, a gruppi di massimo sette persone) ci dedichiamo alla visita guidata (in lingua spagnola) e così possiamo vedere incredibili pitture, risalenti al Paleolitico Superiore (36.000-10.000 a.C.), realizzate con pigmenti minerali e vegetali nelle tonalità del rosso, nero e giallo, applicati con le dita, pennelli rudimentali e tamponi in pelle o soffiando la polvere attraverso ossa cave. Nella Cueva de El Castillo si trovano tante autentiche raffigurazioni, fra le quali spiccano quelle di mani e bisonti, ed è un’emozione essere al loro cospetto rammentandone le origini. Proprio per l’autenticità delle opere abbiamo deciso di visitare questo antro, trascurando, nelle vicinanze, la ben più nota Cueva de Altamira, certamente più spettacolare, ma della quale se ne può esplorare solo una copia.
Verso le 11:00 usciamo dalla grotta e ripresa l’auto, dopo una trentina di chilometri, torniamo a vedere il mare nella Playa de la Arnía, una piccola spiaggia situata a breve distanza da Santander, capoluogo della Cantabria. Siamo venuti a Playa de la Arnía perché le scogliere che la circondano sono il frutto di un eccezionale fenomeno geologico, che ha portato gli strati rocciosi ad inclinarsi di novanta gradi rispetto al piano, un fenomeno che si può osservare soprattutto sulla sinistra dell’insenatura, dove le formazioni si sbizzarriscono in sorprendenti striature, messe in risalto anche dalla bassa marea, che abbiamo fatto in modo ci fosse al nostro arrivo.
Camminando verso ovest lungo la costa arriviamo poi sulle più erte falesie, di fronte alle quali si trova lo spettacolare Urro del Manzano (o Puerta del Mar), uno degli isolotti più fotografati del Mar Cantabrico, un piccolo arco, chiamato anche Canto del Diablo, rispetto al quale una leggenda narra che chiunque osi varcarne la soglia andrà diritto sul fondo degli abissi.
Presso il parcheggio di Playa de la Arnía pranziamo, seduti su di una panchina con bella vista sul litorale, e poi ripartiamo, diretti poco più ad ovest, nel paese di Cóbreces, dal quale una stretta strada secondaria conduce all’Acantilado El Bolao, un piccolo canyon che porta a sfociare scenograficamente in mare il torrente Arroyo de la Presa.
Lasciata l’auto in un parcheggio in mezzo alla campagna andiamo a vedere le stupefacenti scogliere di questo tratto di costa, in un verdissimo contesto che ricorda l’Irlanda, nelle quali, con un po’ di fantasia, si può individuare anche il profilo di un indiano. Nel canyon si trovano invece le rovine di un vecchio mulino, fiancheggiate da una scenografica cascata, oggi quasi in secca, e il tutto, visto il grande valore paesaggistico, è stato utilizzato anche come ambientazione di alcune pubblicità e scene del film Altamira con Antonio Banderas.
Ultimata la breve esplorazione dell’Acantilado El Bolao ci spostiamo poi di una decina di chilometri, nella cittadina di Comillas, località balneare eletta a fine Ottocento come luogo di villeggiatura da re Alfonso XII e la sua corte. Di quella dorata stagione il paese conserva alcune importanti testimonianze.
Parcheggiata l’auto nei pressi del centro andiamo così, prima di tutto, a visitare El Capricho de Gaudí, edificio progettato nel 1883 da un giovane Antoni Gaudí per Máximo Díaz de Quijano, cognato del Marchese di Comillas.
El Capricho è un fabbricato non di grandi dimensioni, ma contenente tutta la genialità dell’architetto catalano, dove spicca una torre affusolata che potrebbe sembrare un minareto e poi una facciata ricolma di energia e calore, il tutto con evidenti influenze arabe e tanti girasoli, che sono il motivo principale delle decorazioni.
Di fianco a El Capricho si trova invece il Palacio de Sobrellano, di proprietà del Marchese di Comillas e di proporzioni più importanti, che fu progettato in stile neogotico nel 1882, da Joan Martorell, del quale ne facciamo una visita guidata, così da apprezzare gli ambienti finemente decorati, fra i quali la splendida scalinata e la Sala del Trono.
Per concludere le esplorazioni di giornata subito dopo lasciamo Comillas e raggiungiamo, nelle vicinanze, il paese di San Vicente de la Barquera, vecchio rifugio di pescatori, sovrastato dalla collina dove si trova la duecentesca chiesa di Nuestra Señora de Los Ángeles, che guadagniamo con una breve camminata.
Da lassù ci godiamo discrete vedute poi, tornati all’auto, puntiamo il navigatore sul termine della tappa e un’ora e mezza più tardi giungiamo a destinazione, già nella regione dei Paesi Baschi (indecifrabili le scritte in basco lungo la strada), nella cittadina di Santurtzi, all’Hotel San Jorge, non molto distanti da Bilbao, che visiteremo domani.
Più tardi usciamo poi a cena nei dintorni, ma dobbiamo penare un po’, perché da queste parti i ristoranti sono quasi tutti chiusi la domenica sera e alla fine, ormai alle 22:00, ne troviamo aperto uno, il Fast Papa, un locale molto spartano nel quale ci sfamiamo con un hamburger, prima di trascinarci piuttosto stanchi in camera e mettere la parola fine anche su questa giornata.
Giorno 13: Bilbao
La sveglia a Santurtzi è sotto una sottile coltre di nubi ed una marcata foschia, non il massimo in previsione delle visite odierne, ma speriamo migliori.
Dopo colazione partiamo e in breve ci troviamo nel pieno centro di Bilbao, la quarta area urbana più popolosa di Spagna, ma non la capitale dei Paesi Baschi, che invece è la città di Victoria-Gasteiz, ubicata nell’interno della regione. Bilbao, inoltre, non possiede monumenti storici di rilievo e fino a qualche decennio fa era solo una grande città industriale. Nel tempo ha saputo però cambiare radicalmente la propria immagine, fino a diventare attualmente una delle città spagnole più visitate, nonché ad essere un esempio mondiale di riuscita trasformazione urbanistica.
Andiamo a parcheggiare nell’interrato dell’Euskalduna, il grande Palazzo dei Congressi e della Musica, inaugurato nel 1999 e subito diventato uno dei simboli della rinnovata metropoli basca.
Appena usciti all’aria aperta diamo poi il via al nostro itinerario a piedi nel centro storico, a cominciare dal vicino Estadio San Mamés, casa dell’Athletic Bilbao, principale squadra calcistica della città e orgoglio basco. Una moderna struttura inaugurata nel settembre del 2013 sulle ceneri del vecchio stadio.
Scattiamo un paio di foto al locale tempio del calcio e poi ci incamminiamo per la Gran Via, importante e lunga arteria a metà circa della quale si trova la monumentale e fiorita Plaza de Federico Moyúa, dove prospetta l’interessante Palacio de Chávarri, costruito in stile eclettico sul finire dell’Ottocento.
Arriviamo quindi a scavalcare il fiume Nervión sul Puente del Arenal e ci ritroviamo di fronte al Teatro Arriaga, apprezzabile opera neobarocca del XIX secolo. Da lì poi ci avventuriamo brevemente nel quartiere del Casco Viejo, fino alla sua ottocentesca piazza principale, che ironicamente si chiama Nueva, e che è purtroppo occupata da un enorme palco, allora torniamo sui nostri passi e ci incamminiamo sul lungofiume, dove fervono i lavori per lo smontaggio di numerosi stand inerenti una grande festa appena conclusa.
Così facendo passiamo di fronte al barocco Municipio di Bilbao e arriviamo all’avveniristico Puente Zubizuri, progettato dall’architetto Santiago Calatrava. Il Ponte Bianco, in basco, dalla forma sinuosa ed il pavimento in vetro, è stato inaugurato nel 1997 per diventare subito una delle icone della moderna Bilbao.
Sulla sponda opposta del fiume completano il quadro le torri gemelle disegnate nel 2008 da Arata Isozaki e chiamate Isozaki Atea (porta, in basco).
Attraversiamo il ponte proprio mentre, finalmente, esce fuori il sole ed il cielo si ripulisce velocemente dalle nuvole … quanto di meglio si possa desiderare in vista del prossimo punto di interesse, il più importante di Bilbao: lo straordinario Guggenheim Museum.
Con un lungimirante investimento, nel 1997, la città si è dotata di una costruzione iconica, progettata dall’architetto nordamericano Frank Gehry, che è diventata un vero e proprio simbolo dell’architettura contemporanea. Uno dei pochi casi in cui l’esterno del museo suscita più curiosità delle collezioni d’arte in esso esposte, l’edificio è infatti un bizzarro ammasso di plastiche forme rivestite in scintillante titanio.
Un’opera sensazionale il Guggenheim Museum, alla quale dedichiamo decine di foto, comprese quelle ai monumenti di contorno, come il Maman, un colossale ragno di bronzo, e Puppy, un enorme cane ricoperto di begonie, e non contenti andiamo anche a cercare le angolazioni migliori, percorrendo il vicino Puente de la Salve, poi proseguiamo per il nostro itinerario.
Passiamo per il pedonale Puente Pedro Arrupe, dal quale si possono fotografare i palazzi della zona universitaria, sovrastati dalla Torre Iberdrola, luccicante grattacielo alto 165 metri, poi, costeggiando ancora il fiume Nervíon, chiudiamo il cerchio all’Euskalduna, sul cui retro andiamo ad immortalare la scultura Terpsicore di Salvador Dalí.
Ormai in tarda mattinata andiamo così a recuperare l’auto e prima di lasciare Bilbao ripassiamo dall’Estadio San Mamés per fotografarlo col sole, quindi andiamo verso la successiva meta, che si trova poco più a nord della grande città basca, sulla costa del Mar Cantabrico.
In questo modo, mentre il cielo va rapidamente a coprirsi ancora di nuvole, verso le 12:30 giungiamo nel parcheggio dal quale parte il sentiero per San Juan de Gaztelugatxe, una piccola isola rocciosa, unita alla terraferma da una sottile e tortuosa passerella in pietra a strapiombo sul mare. Il luogo è famoso per essere stato la Rocca del Drago nella serie televisiva Il Trono di Spade, dove sulla cima si trovava un’inquietante fortezza. In realtà vi si trova solo un piccolo eremo, dedicato a San Giovanni. La leggenda narra che il santo vi approdò dalla località di Bermeo (distante circa sei chilometri in linea d’aria) in soli tre passi, l’ultimo dei quali è ancora visibile in cima alla scalinata.
Il sentiero (accessibile solo con una prenotazione, che ovviamente abbiamo) è lungo poco più di un chilometro, ma piuttosto impegnativo: prima scende, accompagnato da belle vedute, fino al mare, con importanti pendenze, che raggiungono il 35%, poi risale lungo i 241 scalini che portano alla sommità dell’isolotto, da dove si gode del panorama.
Il ritorno poi è la parte più faticosa, ma ne vale assolutamente la pena … peccato solo per la mancanza del sole. Un sole alquanto dispettoso, che torna a farci visita quando ripartiamo, dopo pranzo. In effetti era tutta colpa di un locale agglomerato di nubi, attirato dalle montagne che sovrastano San Juan de Gaztelugatxe.
Percorriamo poi un centinaio di chilometri verso est e nell’ultima parte del tragitto riappaiono le nuvole, con le quali oggi non abbiamo proprio un buon rapporto, così quando arriviamo, poco dopo le 16:00, nella località di Zumaia il cielo è completamente grigio, non il massimo per esplorare le vicine falesie.
Le scogliere di questa zona dei Paesi Baschi sono formate (un po’ come a Playa de la Arnía, in Cantabria) da un particolare tipo di roccia sedimentaria, chiamata flysch, originatasi sul fondo del mare durante il periodo Cretaceo e poi emersa, spesso ribaltata di novanta gradi. Successivamente eroso dal mare e dagli agenti atmosferici, il flysch dà vita a paesaggi a volte spettacolari, esaltati dalla bassa marea, che purtroppo non c’è durante la nostra visita, come il sole del resto e nonostante tutto ne usciamo abbastanza soddisfatti.
Riguadagnata l’auto andiamo poi rapidamente verso il termine della tappa. Passiamo dalla sommità del Monte Igueldo, l’altura che sovrasta la città di San Sebastían, per vederla dall’alto, ma ancora nel grigiore assoluto, quindi salutiamo il Mar Cantabrico e andiamo una decina di chilometri verso l’interno, nella località di Astigarraga per prendere alloggio nell’omonima Pensión.
L’hotel è ricavato all’interno di un fabbricato industriale, ma è accogliente, così come il Bar Restaurante Iretza, nel quale consumiamo un’ottima cena, accompagnata da una bottiglia di sidro, tipica bevanda del nord della Spagna. In questo modo addolciamo una giornata durante la quale abbiamo litigato un po’ troppo con la nostra beneamata stella, a parte, per fortuna, la parentesi dedicata allo splendido Guggenheim Museum.
Giorno 14: Pamplona
Partiamo da Astigarraga con il cielo coperto da una fitta coltre di nubi e strada facendo ci passiamo anche attraverso, mentre transitiamo alle quote più alte delle montagne che dividono la costa atlantica dai paesaggi collinari della Comunità Autonoma di Navarra. Poi, scendendo di livello, il cielo si apre e c’è un bel sole quando, riconquistate aree più aride del paese, giungiamo a Pamplona, iconica città spagnola, capoluogo della Navarra, fondata da Pompeo nel 75 a.C. come accampamento militare, ma universalmente nota soprattutto per l’encierro, la corsa dei tori che si svolge annualmente durante le Fiestas de San Fermín (dal 7 al 14 luglio).
Parcheggiamo nelle immediate vicinanze della Plaza de Toros, dove termina la corsa dei tori, e da lì andiamo verso il centro passando per la Avenida de Carlos III, dove si trova il Monumento al Encierro, dedicato proprio alla famosa manifestazione cittadina, e arriviamo in Plaza del Castillo, il cuore pulsante di Pamplona. Un’elegante piazza porticata, realizzata sul sito dell’antico castello medievale, circondata da storici edifici e caratteristici caffè.
Passeggiando poi per le vie limitrofe guadagniamo la piccola Plaza Consistorial, sulla quale prospetta la barocca facciata dell’Ayuntamiento, il Municipio dal cui balcone, il 6 luglio di ogni anno, viene lanciato un razzo cerimoniale (El Chupinazo) per annunciare l’inizio della festa di San Fermín.
Da lì poche centinaia di metri ci portano alla Catedral de Santa Maria la Real, dall’austera facciata neoclassica, ma dal fastoso chiostro gotico, con le sue elaborate sculture e i capitelli finemente decorati.
All’uscita dall’edificio religioso percorriamo infine tutta la stretta e rettilinea Calle de la Estafeta, una delle ambientazioni più suggestive dell’encierro, e torniamo a prendere l’auto per lasciare Pamplona.
Così facendo, verso mezzogiorno, ci spostiamo di una cinquantina di chilometri verso sud-est fino a raggiungere il medievale Castillo de Javier, che decidiamo di esplorare subito, in modo da pranzare al termine della visita.
Il complesso originario di torri e camminamenti merlati, affiancato da una più recente basilica, molto ben inserita nel contesto, danno vita ad un quadretto architettonico molto suggestivo, che merita attenzione, anche per la sua importanza storica, visto che è il luogo natale di San Francisco Javier, patrono della Navarra.
Siamo in netto anticipo sulla tabella di marcia quando dopo pranzo, nel primo pomeriggio, riprendiamo l’itinerario tornando a Pamplona e proseguendo verso sud-ovest, fino a Puente de la Reina, villaggio di origine templare, fondato dal re Alfonso I El Batallador nel XII secolo.
Lì diamo un’occhiata alla piccola Iglesia del Crucifijo, in stile romanico, edificata intorno all’anno 1150, e poi andiamo a fotografare il mirabile Puente Románico, che dà il nome al luogo, fatto costruire da una regina di Navarra verso la metà dell’XI secolo per attraversare con i suoi sei archi semicircolari il corso del fiume Arga e favorire così il passaggio dei pellegrini del Camino Francés verso Santiago de Compostela.
Una ventina di chilometri ci dividono poi dalla successiva meta: la cittadina di Estella, fondata nell’XI secolo da Sancho Ramírez, re di Navarra, nel cui centro storico medievale ci avventuriamo per andare alla scoperta di alcuni gioielli dell’architettura romanica in esso conservati, nonostante, a prima vista, si percepisca un po’ di decadenza.
Prima di tutto vediamo la Iglesia del Santo Sepulcro che, seppur chiusa dal 1881 e sconsacrata, risalta per la sua splendida facciata, con il grande portale a sesto acuto fiancheggiato da dodici nicchie con le statue degli apostoli, poi, attraversando lo scenografico Pente de la Cárcel, giungiamo alla duecentesca Iglesia de San Miguel, suggestivamente arroccata su di una piccola altura e raggiungibile con un’erta scalinata, al termine della quale si può ammirare anche un ragguardevole portale romanico.
Successivamente, mentre il cielo va rapidamente ad annuvolarsi, riattraversiamo il ponte e per la medievale Calle Rua Kalea arriviamo in una pittoresca piazzetta al cospetto del Palacio de los Reyes de Navarra, un bell’esempio di architettura civile romanica che molto probabilmente non fu mai, a dispetto del nome, residenza reale, e proprio di fronte saliamo pure la ripida rampa di scale che conduce alla chiesa cistercense di San Pedro de la Rúa, purtroppo chiusa, ma della quale riusciamo ad intravvedere l’accattivante chiostro romanico, poi torniamo sui nostri passi a recuperare l’auto.
Non sono ancora le 17:00 e abbiamo già terminato le visite di giornata. Poco male, anche perché il meteo non è proprio il massimo, così ne approfittiamo per arrivare un po’ prima del solito in hotel.
Percorriamo a ritroso quasi tutti i chilometri del pomeriggio e alle 17:30 siamo nella periferia meridionale di Pamplona, all’Hotel Holiday Inn Express. Saliamo in camera e ci riposiamo per un paio d’ore abbondanti, poi usciamo per cena e andiamo nei paraggi al Restaurante La Hacienda, chiudendo in questo modo il sipario di un altro positivo episodio della vacanza.
Giorno 15: Olite, Bardenas Reales, La Rioja
Anche oggi il meteo si preannuncia piuttosto incerto e quando partiamo da Pamplona il cielo è tutto coperto. Procedendo verso sud però pian piano si apre e, quando giungiamo nella località di Olite, sulla nostra testa ci sono ampi spazi di sereno. Olite è un paese che oggi conta poco più di tremila abitanti, ma possiede una lunga storia alle spalle, iniziata già in epoca romana e passata per un glorioso medioevo, quando, agli inizi del Quattrocento, fu anche sede della corte del Regno di Navarra.
Di quell’epoca resta un importante complesso monumentale che ci apprestiamo a visitare, a cominciare dal severo Palacio Viejo, la costruzione più antica, realizzata sulle fondamenta di una fortezza romana e oggi ospitante un Parador, poi l’accattivante chiesa gotica di Santa Maria la Real, con il suo elaborato portale affiancato dalle statue degli apostoli, ma soprattutto lo splendido Palacio de los Reyes de Navarra, capolavoro dell’architettura civile gotica del XV secolo, sapientemente recuperato e restaurato nel corso del Novecento.
Entriamo così a palazzo reale (oggi è gratis e non ne capiamo il motivo, ma va bene lo stesso) e lo esploriamo minuziosamente, percorrendo i camminamenti di ronda e salendo su alcune delle sue 15 torri, fra le quali quella dell’Homenaje è la più alta e spettacolare, mentre quella delle Tres Coronas risulta la più elaborata e singolare.
Verso le 10:30 lasciamo Olite e andiamo ancora più a sud, fra chiaroscuri di nuvole e sprazzi di sole, così, accompagnati da una marcata variabilità, addirittura pioviggina poco prima di arrivare alla nuova meta, il Parque Natural de las Bardenas Reales, istituito nel 1999 per proteggere una vasta area semidesertica ricca di formazioni geologiche plasmate dagli agenti atmosferici, che gli valgono l’appellativo di piccola Monument Valley spagnola. Quando poi entriamo nel parco si apre un beneaugurante squarcio di cielo sereno, ma le condizioni non reggono e di lì in avanti comincia la nostra lotta con le nuvole, che ci accompagnano per tutti i punti panoramici lungo il percorso. Un percorso ad anello su strada sterrata, della lunghezza di circa 25 chilometri, che affrontiamo in senso antiorario e ci fa passare dalle belle conformazioni di Los Blanquizales, poi dal Mirador de Juan Obispo, un punto panoramico posto sulla vetta di un labile e vertiginoso costone di argilla ed arenaria, quindi dalla scenografica zona di Blanquizales de Pisquerra, per giungere, quasi alla fine del circuito, alla formazione più famosa del parco, il Castildetierra, un pinnacolo alto circa trenta metri che si eleva con la sua foggia piramidale nel suggestivo paesaggio circostante.
Lì facciamo anche una breve passeggiata nel sottostante Barranco de las Cortinas, un piccolo canyon eroso in forme accattivanti e poi andiamo verso l’uscita del parco, non prima però di aver completato il tour con il Cabezo de las Cortinillas, una piccola altura, dalle mille sfumature comprese fra il giallo ocra ed il color ruggine, modellata dalle forze della natura, sulla quale tuttavia non saliamo, perché le tante nuvole e la foschia non ci invitano a farlo.
Quasi alle 14:00 passiamo così accanto ad un vecchio caseggiato, sul cui tetto avvistiamo uno splendido grifone, e ci lasciamo alle spalle il Parque Natural de las Bardenas Reales, che ci ha abbondantemente soddisfatto nei contenuti, ma non completamente, per ovvie ragioni … atmosferiche, e subito dopo ci fermiamo a pranzare nel vicino paese di Arguedas.
Alla ripresa delle ostilità con il nastro d’asfalto affrontiamo un lungo tratto di strada, che ci porta a toccare La Rioja, la più piccola regione continentale spagnola, poi sbagliamo ad inserire le coordinate sul navigatore e arriviamo in ritardo, ben oltre le 17:00, nella località di San Millán de la Cogolla, ma ancora in tempo per prendere parte all’ultima visita guidata del Monasterio de Yuso, risalente all’XI secolo. Nel grande complesso religioso, del quale fa parte anche il più antico Monasteiro de Suso (attualmente chiuso), spiccano la bella sacrestia, con affreschi settecenteschi, e la biblioteca, contenente preziosi documenti medievali, non per niente questi luoghi sono considerati la culla della lingua spagnola, poiché in essi sono state scritte le prime parole in castigliano.
Verso le 18:30 ripartiamo e dopo un altro buon tratto di strada, percorso in circa due ore, arriviamo nella città di Burgos, di nuovo nella Comunità Autonoma di Castilla y León, dove eravamo già passati nelle fasi iniziali del viaggio. Lì prendiamo alloggio all’Hotel Abadía Burgos Camino Santiago e per cena andiamo a piedi, nelle immediate vicinanze, da Telepizza, concludendo una bella giornata, che però poteva essere più fortunata.
Giorno 16: Burgos, Valladolid
Ci svegliamo con relativa calma e poco prima delle 10:00 parcheggiamo l’auto nei pressi del centro di Burgos, piccola città con un grande passato. Fu, infatti, capitale del Regno di Castiglia e León dal 1037 al 1492 e protagonista della Reconquista, visto che da qui iniziò l’avventura del Cid Campeador, il leggendario condottiero della cacciata dei mori dalla Spagna.
Attraversiamo a piedi il ponte sul Rio Arlanzón e ci troviamo subito di fronte al bellissimo Arco de Santa Maria, la più importante delle originarie dodici porte nelle antiche mura medievali. L’attuale magnifica facciata rinascimentale si deve però ad una significativa ristrutturazione, avvenuta nel XVI secolo per commemorare la visita dell’imperatore Carlo V, nel 1520. Il suo aspetto ricorda invece una castello, con torri merlate e decorazioni raffiguranti i personaggi più importanti della storia di Burgos.
Superiamo così il monumentale arco e ci palesiamo al cospetto della grandiosa Catedral de Santa Maria, Patrimonio dell’Unesco nonché uno dei più straordinari esempi di architettura gotica spagnola, la cui costruzione si protrasse per oltre cinque secoli, dal 1221 al 1756.
Ancora non c’è tanta gente e ci godiamo la visita degli interni, che sono un tripudio di opere d’arte e decorazioni, soprattutto splendide cappelle e in particolare la Capilla de los Condestable, al centro della quale si trova la favolosa tomba di Don Pedro Fernández de Velasco (conestabile di Castiglia) e la moglie Manrique de Lara. Ma all’interno della cattedrale, sotto la navata centrale, sono conservate anche le spoglie del mitico Cid Campeador. Una cattedrale, quella di Burgos, che si pone sicuramente al primo posto per bellezza fra tutte quelle viste durante il viaggio.
Usciti all’aria aperta passiamo poi davanti al gradevole portale gotico della Iglesia de San Nicolas de Bari e, girando intorno alla grande mole della cattedrale, giungiamo nella centralissima Plaza Mayor, fulcro della vita sociale della città.
Da lì, per vie laterali, guadagniamo quindi la pregevole facciata della quattrocentesca Casa del Cordón, uno degli edifici civili più emblematici di Burgos, all’interno del quale si sono tenuti numerosi eventi di importanza storica, fra i quali l’incontro tra i Re Cattolici e Cristoforo Colombo di ritorno dal secondo viaggio nelle Americhe.
Chiudiamo infine il cerchio all’Arco de Santa Maria e andiamo a recuperare l’auto, ma non per lasciare Burgos, bensì per spostarci nella prima periferia alla Cartuja de Miraflores, immersa nel verde di una ex tenuta di caccia.
Questo edificio nel Quattrocento fu, infatti, la residenza di villeggiatura del sovrano Enrico III, prima di essere ceduto ai frati certosini, che contribuirono a trasformarlo, nel corso del XV secolo, in un gioiello dell’arte gotica, la cui massima espressione si manifesta nel mausoleo reale di Giovanni II di Castiglia e la moglie Isabella del Portogallo, realizzato in alabastro, con finissimi dettagli scultorei.
Dalla Cartuja ci muoviamo poi di qualche chilometro fino al Monasteiro de las Huelgas, un interessante complesso religioso fondato nel XII secolo, che però ci accontentiamo di vedere solo esternamente, poiché necessiterebbe di una visita guidata in spagnolo, della durata di quasi un’ora, e si sta facendo tardi.
Pranziamo seduti su di una panchina, di fronte al monastero, e subito dopo ci lasciamo alle spalle la nobile Burgos. Imbocchiamo l’autostrada A-1 in direzione sud e ne usciamo percorsi una cinquantina di chilometri per giungere la località di Peñafiel, nota soprattutto per il suo castello, considerato uno dei più belli di Spagna, che si vede, in cima alla sua erta rupe, già molto prima di arrivare nel centro abitato.
In auto saliamo sull’asperità ospitante la fortezza che, costruita nel X secolo e più volte rimaneggiata, si caratterizza per un maschio svettante e presenta una forma allungata e stretta (210 metri per 35), che la fa assomigliare allo scafo di una nave arenato su quell’altura, da dove si possono scrutare ben tre valli. Non la visitiamo però, un po’ perché ospita solo un Museo del Vino, un po’ perché è anche chiusa e ci limitiamo a fotografarne la porta d’ingresso e l’inusuale prua.
In paese scendiamo poi a vedere la medievale Plaza del Coso, uno spazio rettangolare, con pavimentazione in terra battuta, delimitato da 48 tipici edifici dotati di balconi in legno, dai quali ci si affacciava per assistere alle corride. Un’usanza che si è mantenuta nel tempo, fino ai giorni nostri, e che rende il luogo davvero suggestivo, con in lontananza, sopra le case, l’inconfondibile sagoma del castello.
Pienamente soddisfatti della breve visita di Peñafiel riprendiamo strada e a metà pomeriggio arriviamo nella città di Valladolid, capoluogo della Comunità Autonoma di Castilla y León, anche se non ufficialmente designata, e importante centro che raggiunse, fra il XV e l’inizio del XVII secolo, il suo periodo di massimo splendore quando, dal 1601 al 1606, fu anche sede della corte e quindi capitale di Spagna.
Parcheggiamo l’auto proprio sotto la piazza principale e quando emergiamo dal sottosuolo ci ritroviamo nella bella Plaza Mayor, circondata da eleganti portici, con al centro del lato settentrionale l’imponente facciata neoclassica del Municipio, costruito nell’Ottocento.
Da lì, in breve, raggiungiamo poi la Catedral de Nuestra Señora de la Asunción, dal maestoso prospetto in stile herreniano, ma dagl’interni molto spogli, perché incompiuti, quindi, nelle vicinanze, il pregevole palazzo de la Universidad (fra le più antiche del paese, come fondazione), la cui facciata settecentesca, oltre che per le sue sculture, è interessante per i leoni posti sulle colonne che la precedono, i quali, secondo una leggenda, se contati da uno studente lo condannerebbero a non superare gli esami.
Sempre legato all’università, poco più in là, vediamo anche il rinascimentale Colegio de Santa Cruz e successivamente, tornando verso la cattedrale, giungiamo di fronte alla Iglesia Santa Maria de la Antigua, uno degli edifici religiosi più antichi della città e un piccolo gioiello dell’architettura romanica del XII secolo.
Un discreto tratto di strada ci porta quindi a passare di fronte all’interessante Casa del Sol per guadagnare, subito dopo, la fiabesca porta d’ingresso del Colegio de San Gregorio, una delle costruzioni più belle di Valladolid, realizzata in stile gotico fiammingo nel XV secolo. Oggi ospita il Museo Nacional de Escultura e vi accediamo, un po’ per vedere le antiche collezioni di sculture in legno policromo, ma soprattutto per ammirare lo splendido chiostro.
Usciti anche dal Colegio de San Gregorio quattro passi ci portano al cospetto della Iglesia de San Pablo, costruita nel corso dei secoli XIV e XV in stile gotico isabellino, dove furono battezzati due re e nella quale spicca l’elaboratissima facciata. Gli interni invece non sono attualmente visitabili.
Proprio di fronte alla chiesa, sulla stessa piazza, notiamo pure l’anonimo Palacio Real de Valladolid, prima di seguire le vie che ci riportano a Plaza Mayor per chiudere il cerchio e, in pratica, anche le visite di giornata.
A questo punto non ci resta che andare nella periferia meridionale della città, all’Hotel Alda Valladolid Sur per trascorrervi la notte, non prima però di aver consumato una cena, senza infamia e senza lode, al Restaurante El Prado, a pochi chilometri di distanza, nella località di Laguna de Duero.
Giorno 17: Medina del Campo, Sebulcor, Pedraza de la Sierra
Fa un freddo davvero inaspettato quando partiamo da Valladolid. Ci sono infatti appena 16 gradi. Detto questo, ci spostiamo verso sud di una quarantina di chilometri, fino alla cittadina di Medina del Campo, dove vorremmo visitare il Castillo de la Mota, una delle più grandi fortezze di Castiglia, risalente al XV secolo. Vorremmo perché in realtà non ci riusciamo. La zona infatti è tutta transennata e fervono i lavori per l’allestimento di un grande palco, per un concerto, in adiacenza al castello al quale non è possibile accedervi … Odio gli eventi organizzati in luoghi storici perché ledono la libertà dei turisti di poterli assaporare! È assurdo! I palchi vanno montati in periferia, magari nei campi sportivi!
Lasciamo un po’ indispettiti Medina del Campo e dopo altri quaranta chilometri giungiamo al bel Castillo de Coca e questo sì, finalmente, possiamo visitarlo.
Si tratta di un significativo esempio di arte militare mudéjar, costruito sulle rovine di una fortezza romana sul finire del XV secolo, che presenta originali merlature in laterizio molto prossime alle tipicità dell’architettura araba. Un’accattivante combinazione di stili meritevole di attenzione e della veloce visita a lui dedicata, che ci ha portato a salire fin sulla maestosa Torre del Homenaje.
Intorno a mezzogiorno riprendiamo strada e dopo un lungo tratto ci fermiamo a pranzare nel paese di Sebulcor, all’ingresso ovest del Parque Natural Hoces del Rio Duratón, un’area istituita nel 1989 per tutelare un tratto del Rio Duratón, affluente del Duero, che si sviluppa in spettacolari gole alte fino a cento metri, nelle quali vivono numerose specie animali, fra le quali, in particolare, una grande colonia di grifoni.
Da Sebulcor cinque chilometri di agevole sterrato ci portano ad una imponente ansa del Duratón. Il parco non sembra essere molto frequentato, infatti ci siamo solo noi, immersi in una splendida ambientazione, con le rovine del Convento de La Hoz in fondo al canyon, in un piccolo fazzoletto di terra ai piedi di pareti verticali di roccia e sopra la nostra testa decine di magnifici grifoni in volo. Un posto idilliaco la cui veduta è disturbata solo dalle tante, fastidiosissime mosche.
Da qui, ripresa l’auto, ci spostiamo poi di una ventina di chilometri per strada, ma poco più di uno in linea d’aria, in pratica qualche meandro più a nord, nel punto più conosciuto del parco, infatti nel parcheggio troviamo ben tre auto di altri turisti. Dall’area di sosta un sentiero ben segnalato, poco più lungo di un chilometro, ci porta all’Ermita de San Frutos, una costruzione romanica del XII secolo edificata sopra un preesistente eremo del VII secolo, fondato da San Frutos in persona, patrono della vicina Segovia. Un altro luogo spettacolare, collocato fra due strette e profonde anse del Duratón e tantissimi grifoni a volteggiare in cielo. In definitiva, una fantastica esperienza, che ci porta sicuramente a collocare il parco fra i luoghi più belli visti durante l’intero viaggio.
Per completare la giornata ci resta però da visitare ancora un villaggio, quello di Pedraza de la Sierra, situato ad una quarantina di chilometri di distanza e arroccato su di uno sperone roccioso, così ormai nel tardo pomeriggio giungiamo a destinazione e possiamo esplorarlo, avviandoci per i suoi vicoli medievali.
A Pedraza non esistono edifici nuovi, infatti la sua architettura appartiene per lo più ai secoli XVI e XVII, quando il paese era un importante centro per la produzione della lana. Passo dopo passo guadagniamo, in questo modo, la caratteristica Plaza Mayor, dove stanno allestendo l’arena per una manifestazione taurina (più accettabile di un palco, ma comunque invasiva), e poco dopo arriviamo di fronte al massiccio castello quattrocentesco, nel quale però non possiamo entrare perché chiude in anticipo, alle 18:00, causa concerto. Lo fotografiamo allora solo esternamente e poi, chiuso il cerchio, andiamo verso il termine della penultima tappa del nostro itinerario e giungiamo, poco prima delle 19:00, all’Hotel Puerta de Segovia, nell’omonima città. Più tardi, infine, usciamo per cena, mangiando pesce, con poca soddisfazione, al Restaurante San Marcos, ma poco importa perché non toglie nulla alla bella giornata appena conclusa.
Giorno 18: Segovia
Va ad iniziare così l’ultimo giorno intero in terra di Spagna. Facciamo colazione e usciamo all’aria aperta con il cielo nuvoloso, ma dovrebbe aprirsi a breve. Ci fermiamo a far spesa e poi il check-in online per il volo di ritorno, quindi andiamo a parcheggiare in pieno centro di Segovia, città dalle antichissime origini, Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco fin dal 1985. Abitata già nell’età del bronzo, fu conquistata dai romani nell’80 a.C. e secoli più tardi, durante la dominazione araba, divenne capitale, ma poi si spopolò, per risorgere fra il XIII ed il XV secolo, quando fu residenza dei re di Castiglia. Di tutti questi eventi Segovia conserva importanti testimonianze, a cominciare da uno dei suoi simboli, che vediamo appena usciti dal parcheggio: l’Acueducto Romano, una meraviglia architettonica che risale al I secolo d.C., riguardo la quale è impossibile non chiedersi come si sia potuto realizzarla in tempi così antichi. Le sue dimensioni sono infatti impressionanti, visto che raggiunge i 28 metri di altezza ed è composta da ben 167 archi in pietra, dal taglio perfetto. La ammiriamo stupefatti ma evitiamo di fotografarla perché lo faremo all’epilogo del nostro giro turistico della città, quando probabilmente ci sarà il sole, e ci avviamo per la centralissima Calle Juan Bravo.
Passiamo così per Plaza Medina del Campo, sulla quale prospetta la romanica Iglesia de San Martín, e arriviamo, insieme al sole, in Plaza Mayor, cuore pulsante di Segovia, circondata da edifici porticati fra i quali il Municipio e, sul lato occidentale, dall’abside della sontuosa Catedral de Nuestra Señora de la Asunción y de San Frutos, magnifico esempio di architettura gotica, realizzato nell’arco di ben duecento anni, a partire dal 1525.
Entriamo subito nell’edificio religioso e ci dirigiamo verso il punto di incontro per la visita guidata alla torre, prenotata per le 10:30. La torre che, con i suoi 88 metri di altezza, è un elemento distintivo di Segovia. Saliamo così i suoi 191 scalini, passando per il curioso alloggio del campanaro per giungere al loggiato che ospita le campane vere e proprie, dal quale il panorama spazia a 360 gradi sulla città. Scendiamo poi a completare il tour della cattedrale, ammirando fra l’altro le splendida Capilla de la Concepción, ricca di pitture ad olio, ed il cinquecentesco chiostro.
Tornati all’aria aperta passiamo a fotografare la Puerta de San Andrés, la meglio conservata fra le porte della medievale Muralla de Segovia, e arriviamo innanzi al fiabesco Alcázar che, di antichissima origine, è invece il frutto di una totale ricostruzione, causa un incendio che lo devastò nel 1862, e deve gran parte del suo fascino alle torri e alle torrette dalla caratteristica punta conica, alle quali si ispirò probabilmente Walt Disney per ideare il castello di Cenerentola.
Esploriamo anche l’interno dell’Alcázar, che ospita alcune interessanti sale e un museo dell’artiglieria, poi ci avviamo sulla via del ritorno passando per Plaza San Esteban, con l’omonima chiesa romanica dallo svettante campanile a cinque ordini, alto 53 metri, e presso la piccola ma ben conservata Iglesia de la Santísima Trinidad, anch’essa romanica e risalente al XII secolo, quindi ripassiamo per Plaza Medina del Campo e andiamo ad immortalare, come previsto, l’Acueducto Romano con il sole ed il cielo azzurro sullo sfondo.
Recuperata l’auto, subito dopo, ci trasferiamo in un’area verde appena sotto la rupe dell’Alcázar, dalla quale, una volta consumato il nostro pranzo al sacco, con una breve ma erta scarpinata raggiungiamo il Mirador del Alcázar, che offre una sublime e indimenticabile vista del castello … la ciliegina sulla torta di questo viaggio affascinante, che volge ormai al termine.
Intorno alle 14:30 ci lasciamo alle spalle Segovia e ci spostiamo di una decina di chilometri a sud-est, presso il Palacio Real de la Granja de San Idelfonso, detto la piccola Versailles, residenza estiva della corte spagnola, fatta erigere da re Filippo V nel 1721.
Esploriamo così questo grande palazzo reale che ricorda, in parte, lo splendore della più nota reggia francese, soprattutto nella ricca decorazione delle sale, ma anche negli immensi giardini, che però sono purtroppo oggetto, in questo periodo, di un vasto restauro e la maggior parte delle sue scenografiche fontane risultano senza acqua … peccato. Ne vediamo allora solo una zona ridotta e poi, tornati all’auto, riprendiamo strada, diretti nell’ultimo luogo di interesse del viaggio.
Superiamo un passo montano ad oltre 1.800 metri di quota sulla Sierra de Guadarrama e facciamo ritorno nella Comunidad de Madrid per giungere al Castillo de Manzanares El Real, un bell’esempio di architettura militare castigliana, ma anche qui sono in corso dei lavori e dobbiamo accontentarci di vederlo solo in lontananza. Un modo un po’ inglorioso di completare le visite, ma poco importa.
In queto modo, già prima delle 19:00, arriviamo nella periferia nord-orientale della capitale, nel quartiere di Barajas, all’Hostal Los Coronales, che ci ospiterà per l’ultima notte spagnola, e più tardi consumiamo anche la cena conclusiva della vacanza, mangiando una buona paella nel vicino Restaurante Madrid, poi andiamo in camera a completare le valigie per la partenza verso casa di domani mattina.
Giorno 19: Madrid e rientro in Italia
La sveglia suona alle 6:00. Chiudiamo le valigie, consumiamo una veloce colazione e poi lasciamo l’Hostal Los Coronales per l’Aeroporto Barajas di Madrid, che dista solo cinque chilometri. Andiamo direttamente a consegnare l’auto alla Alamo, la seconda auto, che, insieme alla prima, ci hanno accompagnato per 4.794 chilometri a spasso per il nord della Spagna. Subito dopo entriamo nel Terminal 4, dove consegniamo le valigie da imbarcare, oltrepassiamo i controlli di sicurezza e ci mettiamo in attesa del volo IB 1237 alla porta K96.
L’attesa è breve, perché l’aereo è in orario e ben presto ci ritroviamo seduti a bordo del CRJ1000 di Iberia, che alle 9:41 spicca il volo per Bologna. Poco più tardi ci affacciamo così sul Mar Mediterraneo e ne bordeggiamo la riva a lungo, riconoscendo prima la Costa Azzurra e poi la Liguria. Sorvoliamo infine gli Appennini e atterriamo nell’aeroporto della città felsinea alle 11:26. Scesi dal velivolo recuperiamo i bagagli, quindi con la navetta raggiungiamo il Park to Air e ritroviamo la nostra auto, con la quale intorno le 12:30 siamo già in moto verso casa, lungo la A14.
È l’ultimo weekend di agosto per cui c’è traffico in tutte le direzioni, ma per fortuna molto di più nel senso a noi opposto. In questo modo arriviamo senza particolari disagi all’uscita di Faenza e poco dopo, vista l’ora, decidiamo di fermarci a pranzo in un chiosco di piadina romagnola. Così facendo terminiamo poi il viaggio nel primo pomeriggio, alle 14:30, davanti al cancello della nostra amata dimora. È stato un viaggio davvero intenso, che necessiterà tempo per essere completamente metabolizzato e solo allora ci renderemo conto di aver vissuto un’altra splendida esperienza, ricchissima di storia ma anche di tante bellezze naturali, peccato solo per gli incendi di questa rovente estate.




















