Mongolia terra di nomadi

Un paese di spazi immensi con una natura selvaggia … Un popolo nomade generoso ed ospitale … Un viaggio indimenticabile in un mondo antico … La Mongolia è un paese che colpisce per i suoi spazi immensi, per la sensazione ...

  • di mapko64
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    Ritorno il
  • Viaggiatori: in coppia
 

Un paese di spazi immensi con una natura selvaggia ...

Un popolo nomade generoso ed ospitale ...

Un viaggio indimenticabile in un mondo antico ...

La Mongolia è un paese che colpisce per i suoi spazi immensi, per la sensazione di vuoto così lontana dalla nostra realtà quotidiana. I pastori nomadi vivono nelle gher, le tradizionali tende bianche di feltro, e l’incontro con la loro civiltà costituisce l’aspetto più interessante del viaggio; l’ospitalità è sincera ed ogni occasione è buona per offrire qualcosa all’ospite di passaggio. In un mondo sempre più globalizzato, dove tutti si stanno appiattendo sul modello occidentale, la Mongolia rappresenta ancora un ritorno alle tradizioni antiche, con i nomadi che vivono quasi come ai tempi di Gengis Khan. Appena si lascia Ulaan Batar, la moderna capitale, la natura regna incontaminata. Verdi praterie si estendono sterminate, punteggiate qua e là solo dai bianchi puntini delle gher. Salendo verso nord si raggiunge il lago Khuvsgul, circondato da montagne coperte da foreste di larici siberiani e prati ammantati di fiori selvatici. Le stelle alpine da noi così rare sono brucate tranquillamente dalle capre. Il sud è il regno dell’immenso deserto del Gobi, il più settentrionale del mondo. La lunga striscia delle dune di Khongoryn Els, rallegrata dalla presenza dei “veri” cammelli, quelli con due gobbe, costituisce una delle immagini più belle del paese.

La Mongolia è uscita da poco più di un decennio dal lungo tunnel del regime comunista filo sovietico. Gli anni delle purghe staliniste sono stati tremendi: gran parte dei monasteri buddisti è stata distrutta e i monaci trucidati o deportati in Siberia. Il periodo post-comunista è stato altrettanto difficile: sono venute meno le garanzie sociali offerte dallo stato con la “classica” conseguenza dell’aumento della disoccupazione. Il paese per tirare avanti deve contare sugli aiuti internazionali. La vita è dura sia per chi vive in città che per i pastori delle campagne. Ad Ulaan Batar migliaia di bambini orfani vivono per strada rifugiandosi nel sottosuolo durante i gelidi mesi invernali, i salari sono bassi, anche se la situazione sta lentamente migliorando. Nelle campagne le temperature toccano punte di 50 gradi sottozero e i nomadi rischiano di perdere il bestiame, unico mezzo di sopravvivenza in una terra selvaggia dove è impossibile qualsiasi coltivazione.

Con il crollo del regime comunista, i mongoli si stanno riappropriando delle proprie tradizioni religiose, legate ad un buddismo lamaista contaminato da elementi di sciamanismo. I monasteri sopravissuti sono stati riaperti al culto mentre altri sono in fase di restauro o ricostruzione. Alcuni sono veramente affascinanti: basti pensare ad Amarbayasgalant sperduto in una verde vallata. Naturalmente sono ricomparsi anche i monaci, ancora poco numerosi rispetto al passato, quando la Mongolia era uno stato teocratico. Assistere alle preghiere è un’esperienza intensa ed autentica.

Il turismo è limitato, ostacolato dal pessimo stato della rete viaria. Solo un paio di strade è asfaltato e le piste devono essere percorse con mezzi a quattro ruote motrici. L’assenza di qualsiasi indicazione e i ridotti trasporti pubblici rendono necessario affittare un mezzo con autista. I campi di gher per turisti sono invece piacevoli e le possibilità di campeggio libero davvero infinite: piantando la propria tenda vicino alle gher dei pastori si è certi di essere invitati a casa loro e vivere uno spaccato di vita nomade. Naturalmente non bisogna abusare dell’ospitalità e contraccambiare sempre con qualche regalo. Il turismo, anche se limitato alla breve estate, può rappresentare una grossa risorsa ma c’è da augurarsi che il paese rimanga immune agli effetti devastanti del turismo di massa.

Per il nostro viaggio io e Stefania ci siamo affidati ad un’agenzia segnalataci dall’ottimo sito www.Mongolia.It, la “Great Chingis Empire” gestita da Nyamaa, una mongola che parla un buon italiano. L’agenzia in realtà funge solo da intermediario: i mezzi sono di proprietà degli autisti e gli interpreti vengono ingaggiati per l’occasione. Il tour organizzato con tutti i pernottamenti prenotati è risultato tuttavia troppo rigido e malamente costruito nell’ultima settimana dedicata al deserto. Non immaginavamo che il programma inviatoci per e-mail e più volte modificato dovesse essere preso così alla lettera: siamo arrivati all’assurdità di passare a pochi chilometri da un sito ma dovere pagare un extra per poterlo visitare perché non incluso nel programma. Nelle prime due settimane abbiamo avuto un ottimo autista, Otgoo un ex nomade, e una guida in gamba, Erden uno studente di 22 anni, sempre pronti ad assecondare i nostri desideri di contatto con la popolazione. Il mezzo tuttavia era vecchio (un’ex autoambulanza di fabbricazione russa) ed, infatti, dopo innumerevoli contrattempi si è rotto nel deserto, per fortuna a pochi chilometri da un paese. Nell’ultima settimana abbiamo avuto un mezzo migliore ma la nuova guida, Nora una ragazza di città, si è rivelata inadatta a due viaggiatori indipendenti come noi, preoccupata solo della nostra sicurezza e poco incline ai contatti con i nomadi. Alla luce di quest’esperienza mi sentirei di consigliare agli amanti dei viaggi in libertà una scelta differente: noleggiare solo la macchina con autista (eventualmente facendosi procurare da loro un interprete) senza passare per un’agenzia che fornisce un pacchetto “tutto organizzato”.

Un’informazione pratica: per ottenere il visto non conviene rivolgersi al consolato di Trieste che applica un sovrapprezzo ingiustificato ma invece spedire il passaporto all’efficiente ambasciata di Ginevra (mission.Mongolia@ties.Itu.Int).

Ed ora il diario di viaggio. In Mongolia abbiamo seguito il seguente itinerario di massima: Ulaan Batar – lago Khuvsgul – lago Terkhiin Tsagaan – Kharakorum – deserto del Gobi – Ulaan Batar

25-26 giugno: Roma – Francoforte – Pechino – Ulaan Batar

Arrivo ad Ulaan Batar

Raggiungiamo Ulaan Batar con un volo da Pechino della Miat, la compagnia di bandiera mongola. All’aeroporto ci accolgono l’autista e la guida del tour organizzato. E’ tardi e c’è solo il tempo per raggiungere l’appartamento dove trascorreremo la prima notte. Si trova in un edificio fatiscente, protetto da una porta blindata che ci raccomandano di tenere ben serrata!!

27 giugno: Ulaan Batar – verso il monastero di Amarbayasgalant

Ulaan Batar

Nella sede dell’agenzia di viaggio “Great Chingis Empire” conosciamo di persona Nyamaa, la manager con la quale abbiamo tenuto i contatti per e-mail. Provvediamo a saldare l’intero importo del tour (speriamo bene !!), chiedendo assicurazioni sulla bontà del pulmino che ci è stato assegnato visto che appare un po’ vecchiotto.

Iniziamo il giro turistico con il monastero di Gandam, formato da una serie di edifici scampati alle distruzioni comuniste. In un tempio i monaci siedono su due file, una di fronte all’altra. Pregano suonando grossi tamburi e piatti di metallo; voluminosi libri dalla forma allungata sono avvolti in panni. Intorno ai vari templi si trovano le ruote della preghiera, caratteristiche del buddismo tibetano; i fedeli pregano facendole girare una dopo l’altra. Un imponente edificio dall’aspetto moderno ospita una gigantesca statua di Budda in piedi, ricostruita di recente dopo che l’originale fu distrutto dai comunisti. Nelle pareti tutte intorno, dentro vetrine, campeggiano una miriade di statue di divinità.

Il Palazzo d’Inverno era la residenza del lama-re d’inizio novecento. Attraversiamo una serie di splendidi padiglioni di legno. Gli interni sono decorati piacevolmente e il colore dominante è il rosso. Il complesso si è salvato perché trasformato in museo ed ospita un’interessante collezione. Raffinati arazzi recano rappresentazioni di divinità dalle molteplici braccia e teste. Nel tempio finale 21 statuette di bronzo sono opera di Zanabazar, il famoso lama vissuto nel seicento. Raffigurano Taras, divinità femminile dalle tette tornite, seduta all’orientale con una gamba piegata. Il giro termina con l’edificio a due piani, residenza del lama-re. Gli oggetti conservati sorprendono e fanno pensare ad un raffinato principe, non ad uno spartano monaco buddista. Una pelliccia è realizzata con le pelli di decine di volpi; i letti del re e della regina sono elaborate strutture di legno a baldacchino. Non mancano le curiosità come la foto di un elefante regalato al re, dopo una marcia di tre mesi dalla Russia. Splendide vesti testimoniano la raffinatezza dell’epoca.

Prima di lasciare la città scaliamo la collina Zaisan, dominata dal monumento ai caduti eretto dai russi. Retorici mosaici raffigurano il pantheon del mondo sovietico: soldati in uniforme schiacciano i simboli del nazismo mentre astronauti, operai e contadini fraternizzano. Sul retro un mucchio di pietre è il nostro primo incontro con gli ovoo, i tradizionali tumuli di pietre retaggio dei culti sciamanici. Dal monumento la vista spazia, oltre il fiume, sulla città circondata da colline; gli edifici moderni di stile sovietico e le fabbriche con le loro ciminiere non ingentiliscono certo il panorama.

In viaggio verso il monastero di Amarbayasgalant

Alle tre e mezzo lasciamo Ulaan Batar, attraversando un paesaggio di verdi colline punteggiate qua e là dal bianco delle gher, le tradizionali tende di feltro dei nomadi mongoli. Ci fermiamo per qualche foto e subito un pastore a cavallo viene a salutarci mentre un gruppo di mucche pascola tranquillo. Proseguiamo verso nord e dopo tre ore, alle porte di Darkhan, lasciamo la strada diretta verso la Russia e pieghiamo in direzione di Erdenet. Il paesaggio è molto più monotono: una piatta distesa si estende brulla e anche le gher sono scomparse. La Mongolia è “il paese del cielo blu” ma oggi il tempo è nuvoloso e persino uno spruzzo di pioggia sembra porgerci il suo saluto poco rassicurante. Carichiamo due poliziotti: sarà un passaggio oppure una scorta? Scendono poco dopo a Khotol, una striscia di condomini davanti ad una fabbrica bianca. Superiamo un fiume e il paesaggio torna verde, una vallata chiusa da basse montagne. Unici segni dell’uomo, la linea elettrica e la striscia d’asfalto luccicante per il sole frontale. I tralicci sembrano i soli “alberi” di questa regione. La luce della sera esalta i colori della valle: brillanti strisce gialle e verdi sono chiuse dal verde cupo delle colline. Un tratto più brullo ed anche il marrone arricchisce la tavolozza dei colori. Alle otto e mezzo abbandoniamo l’asfalto prendendo una sterrata che si dipana tra colline verdissime. In cima ad una salita un ovoo c’invita ad una sosta; impariamo dal nostro autista a compiere tre giri intorno e a lanciare sassi sul mucchio, come vuole la tradizione. Dopo un’ora raggiungiamo il campo turistico; le gher sono disposte entro un recinto e l’effetto è molto suggestivo. Le tende sono bianche con le parti di legno dipinte d’arancione e il comignolo della stufa che sbuca nel mezzo. La linea elettrica è tagliata e così manca la luce a rendere l’atmosfera più autentica. Il sole scompare dietro le colline e subito la temperatura scende bruscamente; non mi resta che coprirmi un po’ e sfruttare la luce solare residua per preparare le cose per la notte.

Nella gher ristorante siamo in pochi, poiché la maggioranza degli ospiti coreani consuma il pasto con le proprie provviste. Ceniamo insieme all’autista e alla guida con un piatto di carne con il sugo, tagliata a striscioline. Durante il giorno abbiamo avuto modo di conoscere Erden, la nostra guida. E’ uno studente di 22 anni e parla un ottimo inglese: è stato, infatti, un anno a Pittisburg negli Stati Uniti (ma anche in Cina ed Ungheria). Ci racconta tra l’altro qual è la situazione del paese dopo la caduta del comunismo; molte cose sono migliorate ma poi ci parla solo di ciò che è peggiorato (disoccupazione, privatizzazioni, ecc.). Erden sembra un ragazzo preparato e curioso: ci chiede notizie sull’Italia e i paesi del mondo che abbiamo visitato.

Il primo giorno in Mongolia volge al termine e la mente corre alle immense distese verdi che abbiamo attraversato: la sensazione degli spazi vuoti è quella che più mi ha colpito in questa giornata

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