Un lambratese in Indonesia, da Jakarta a Ende

Un mesetto in solitaria seguendo la riga dell'equatore, fra spiagge e vulcani

  • di shaobell
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: 1
    Spesa: Da 1000 a 2000 euro
 
Annunci Google

Yogyakarta

La città è circondata da piacevoli campagne e rilievi montuosi, sicuramente di origine vulcanica come suggerisce la loro stessa forma. Nei campi, nei verdi terrazzamenti a perdita d'occhio, la gente fa le stesse cose da millenni; con la schiena curva pianta o raccoglie il riso, rinforza i muretti di fango, scava canaletti di scolo. I bambini corrono spensierati facendo volare i loro aquiloni. I paesaggi agresti lasciano il posto ai primi palazzi della città, che è molto meno sviluppata di quanto pensassi, sembra più un grosso paesone. Fuori dalla Tugu Station ci si trova all'estremità di Jalan Malioboro, una delle strade principali. Il lato orientale è un susseguirsi di grossi hotel, centri commerciali ed edifici anonimi. Dall'altro lato pullulano i calesse (i tradizionali Andong) trainati dai cavalli, i warung che vendono cibo ad ogni ora, bancarelle e negozietti che vendono ciarpame per turisti (magliette, maschere pseudo-tribali, marionette di cuoio del Wayang Kulit, il tradizionale teatro delle ombre giavanese). Anche qui il pedone ha vita dura, i marciapiedi sono stretti ed ingombri, per attraversare bisogna prendere coraggio e fendere motorini, scooter e quant'altro. La via in cui cerco una camera, Jl. Sosrowi Jayan, è la seconda traversa, abbandono le luci di Malioboro e mi infilo in un intricato dedalo di gang, ossia stradine non più larghe di due metri, qualche negozio più particolare, cortili con i panni stesi. Al Lucy Losmen una notte costa 120 Krp, una decina di euro, incluso un bagno essenziale e mediamente pulito. Quando ho sistemato la roba e mi sono lavato, esco e mi faccio un giro per la città a bordo di un becak, un triciclo aperto col ragazzo che pedala ed io davanti a oziare e guardarmi intorno, o a fermare la corsa per piccole commissioni e acquisti. All'equatore il sole tramonta in fretta, per cui si fa presto buio e faccio ritorno alla base, dove nei dintorni ceno con un bel pesce arrosto e vado a nanna.

Borobudur

Il canto notturno del muezzin stamane ha coinciso con la mia sveglia, per cui per una volta l'ho fregato. Partenza di buon'ora per visitare il complesso di templi di Borobudur, in viaggio con un minibus assieme ad altri otto occidentali assonnati. Per entrare nel tempio bisogna indossare un sarong messo a disposizione all'ingresso, dove è istallato anche un metal detector. Circondato dai giardini, l'edificio è una sorta di piramide di pietra scura, con i muri della parte inferiore ricoperti di statue e bassorilievi, mentre sul tetto si elevano in cerchi concentrici decine di stupa, anch'essi di pietra traforata. Percorro i corridoi esterni, istoriati di saghe ed epopee locali, poi mi affaccio da un cornicione assieme ad un buddha mezzo sgretolato, che osserva la valle circondata da montagne e nuvole asciutte. Ci sono molti meno visitatori di quanti me ne aspettassi, un'oretta e mezza basta per farsi un giro completo del complesso. Due ragazzini mi avvicinano per fare pratica d'inglese, passo un po' di tempo ad informarmi su piatti e altre usanze del posto. Dopo un pranzo frettoloso, ci rimettiamo in moto verso Mendut, dove c'è un tempio minore. Di notevole il buddha seduto all'occidentale al suo interno, e fuori il maestoso albero di banyan e i fiori di loto blu che spuntano nelle acque immote delle fontane. Al ritorno in hotel mi faccio un pisolino perchè sono cotto. Mi sveglio alle tre del pomeriggio, in tutta fretta prendo un becak per andare a vedere il Pasar Ngasem, il mercato degli uccelli. Sembra esattamente il posto in cui contrarre l'influenza aviaria. Oltre a volatili di ogni tipo (tortore, pappagalli, rapaci, ghost bird) stipati nelle gabbiette, vendono anche lucertole, serpenti, iguane, macachi, gechi, camaleonti, conigli, cani e gatti per i più tradizionalisti. Sui tavoli, esposti in grossi contenitori, brulicano insetti e larve, mentre altre bancarelle vendono sementi e granaglie varie per gli uccelli. Incontro uno studente, con la scusa dell'inglese mi dice che ha perso l'autobus per il suo paese, ma dai modi effemminati capisco che ha altre mire. Lo saluto. In serata, mi faccio tirare in mezzo da un venditore di batik che insiste per mostrarmi la sua bottega. Non avendo altro da fare, ci faccio un salto, è lui è contento di mostrarmi le sue opere e la tecnica per realizzarle. Si passa un colore alla volta sul telo di cotone o seta. lo si protegge con la cera, e si crea il disegno man mano, in una sorta di stampa alla rovescia, per sottrazione. Sottolinea che i colori sono naturali, anche se sospetto che una mano dalla chimica magari anche lui, ogni tanto, se la fa dare. A fine colorazione, si rimuove la cera bollendo il tessuto ( se si tratta di cotone) o coprendo di olio di cocco e facendolo essiccare al sole, rimuovendolo poi con una spazzola, nel caso della seta. Quando, alla fine della dimostrazione, gli riconfermo che non compro niente, rimane comunque deluso, e si gioca l'asso nella manica: mi dice che è il suo compleanno e mi fa un super-sconto. Ma non cambio idea, e lo saluto cordialmente

Annunci Google
  • 17522 Visualizzazioni
  • Stampa
  • Invia ad un amico

Commenti
  1. Nessun utente ha ancora commentato. Se sei un utente registrato puoi usare questo form per dire la tua!

Per scrivere su Turisti Per Caso devi prima registrarti!


Entra con il tuo account social