Foz do Iguaçu: non solo cascate, però anche

Parto da sola, via Parigi, mentre il gruppetto di don Massimo passa per Madrid. Il ritrovo dovrebbe essere a S. Paolo, ma la compagnia aerea con cui viaggio ha imbarcato i miei bagagli direttamente per Iguaçu, invece vengono scaricati a ...

  • di Valev
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: in gruppo
    Spesa: Da 500 a 1000 euro
 

Parto da sola, via Parigi, mentre il gruppetto di don Massimo passa per Madrid. Il ritrovo dovrebbe essere a S. Paolo, ma la compagnia aerea con cui viaggio ha imbarcato i miei bagagli direttamente per Iguaçu, invece vengono scaricati a S. Paolo. Attenzione: pare che in questo scalo facciano capolinea tutti i bagagli e che si debba comunque andarli a recuperare per poi proseguire! Così ho perso una giornata, anche se poi ho fatto un giretto in taxi per la città. Avevo appena letto il libro di Zelia Gattai “Anarchici, grazie a Dio” e volevo vedere l’avenida Paulista e le altre strade descritte ai primi del ‘900. Delusione.

Arrivo a Foz nel pomeriggio e l’aereo sorvola lentamente la foresta, i fiumi e le cascate. Al terminal trovo don Massimo, che è già sistemato e tutto frizzante: per lui il sudamerica è una boccata d’ossigeno. Conosco anche gli altri componenti del gruppetto: giovani, simpatici, parecchio diversi dai soliti noiosi palestrati che vanno a divertirsi a Rio. Abitiamo in una piccola foresteria della fondazione Nosso Lar (Il nostro focolare), che accoglie in case-famiglia bambini e ragazzi abbandonati, con situazioni difficili o provenienti dalle favelas. Da sottolineare che Foz è la città con la percentuale più alta di giovani morti “sparati” di tutto il Brasile! Veramente tutta questa violenza io non l’ho vista e andavo in giro tranquillamente da sola. Soprattutto all’imbrunire, facevo due passi nel quartiere, con strade larghe e alberate, villette col prato e il barbecue ma porte blindate e cancelletti alle finestre! Aria invernale mite, poca gente in giro e luci basse: una nostalgia terribile dell’Italia anni ’60! L’unica bottega, come da noi allora , vendeva di tutto, perfino le gomme da masticare Chiclets. Così ho imparato perchè a Bologna si sono sempre chiamate così, era la marca che distribuivano i soldati americani dopo la guerra.

E’ sabato sera e la direttrice della fondazione, Ivania, la grande Ivania, ci invita per cena nella sua fattoria: la casa è di legno con grandi porte sul prato. Eucalipti altissimi, gridi strani di uccelli, calore familiare, anche una morbida cahipiriña, che dolcemente ci riempie di sonno.

Il giorno dopo ritorniamo e don Massimo dice messa in un tavolino di fronte al sole al tramonto. Siamo tutti seduti su panchine e sedie in mezzo al prato. Bisogna stare attenti perchè nel calice del vino tenta di tuffarsi ogni sorta di insetti. La messa è mista in italiano e portoghese, ma ognuno dice liberamente e liberamente capisce. Nei giorni successivi visitiamo le varie case-famiglia. Proprio accanto a noi, al di là della strada, c’è quella dove vengono accolti i bambini più piccoli appena ritrovati o tolti ai genitori, in attesa di una sistemazione più stabile. Così andiamo spesso a dare una mano alle dade. O credo, dal loro punto di vista, a far confusione. Ognuno di noi, in poco tempo si affeziona ad un particolare bambino. Il primo che mi danno da intrattenere è bello, biondo, occhi azzurri slavati, di sei sette mesi. Sembra un nordico, ma ha un nome che non gli si addice proprio: C..N. Così per scherzo lo chiamo Federico. In un angolo c’è un box e dentro un bambino che non parla, non cammina, si dondola in continuazione. Non si sa che età abbia: l’hanno trovato in fondo ad un buco nel terreno vicino ad una casa, con una ciotola per il cibo. j. Ha invece una faccia da indio: scurissimo di occhi e capelli, naso aquilino, uno sguardo intenso da vecchio, sempre attento come ad un pericolo

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