A zonzo per l'Armenia con puntata a Tiblisi

Il crollo dell’Unione Sovietica ha sconvolto la cartina politica di Asia ed Europa, creando una serie di nuove nazioni in territori prima del tutto inaccessibili agli occidentali. L’anno scorso con Stefania avevo visitato le Repubbliche Baltiche, questa volta tocca al ...

  • di mapko64
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  • Viaggiatori: in coppia
    Spesa: Da 500 a 1000 euro
 

Il crollo dell’Unione Sovietica ha sconvolto la cartina politica di Asia ed Europa, creando una serie di nuove nazioni in territori prima del tutto inaccessibili agli occidentali. L’anno scorso con Stefania avevo visitato le Repubbliche Baltiche, questa volta tocca al “ribollente” Caucaso. Armenia e Georgia sono due stati giovani ma la loro storia è molto antica.

L’Armenia si vanta di essere stata la prima nazione a convertirsi al cristianesimo e, dopo il crollo del comunismo, il fervore religioso è tornato prepotentemente a galla. Il paese è pieno di antichi monasteri in pietra, costruiti in splendidi paesaggi montani. Si tratta sicuramente dell’aspetto più interessante del viaggio dal punto di vista architettonico. La capitale Yerevan è una città non bella ma piacevole, dove agli orrendi condomini eredità dell’epoca sovietica fa da contro altare l’animazione delle serate. Il popolo armeno ha passato periodi tremendi, culminati nel genocidio operato dai turchi durante la prima guerra mondiale, e la ritrovata indipendenza rappresenta un elemento di speranza, anche se gran parte dei suoi territori storici si trovano oggi sotto la Turchia e la mole del monte Ararat, montagna simbolo della nazione, incombe imponente e inaccessibile oltre il confine. I primi anni dopo la fine del regime sono stati molto difficili con il disfacimento del sistema economico e la guerra con l’Azerbajan per il Nagorno Karabak. Oggi la situazione è migliorata, anche grazie agli aiuti degli armeni della diaspora che preferiscono rimanere dove sono sempre vissuti ma non hanno dimenticato la patria d’origine. La forte disoccupazione rimane il problema più grave. Il turista visita un paese spesso deturpato dai retaggi del regime comunista ma sicuramente ricco di spunti interessanti e con una splendida natura. Il passaggio dello straniero suscita una certa sorpresa nei locali che si chiedono cosa mai sia venuto a fare in Armenia! Da un punto di vista pratico il viaggio è molto semplice con la possibilità di raggiungere tutte le località da Yerevan, utilizzando gite organizzate oppure i numerosissimi marshrutka, i minibus che hanno soppiantato gli autobus. Dopo l’Armenia, quando Stefania era già tornata in Italia, ho trascorso alcuni giorni a Tbilisi in Georgia. La città è più bella di Yerevan: il dedalo di vicoli della parte vecchia è arricchito da molte chiese mentre il boulevard principale, Rustaveli, è contornato da lussuosi edifici ottocenteschi. La situazione del paese tuttavia è critica: le lotte intestine tra le varie popolazioni hanno prodotto migliaia di profughi e tutti i sottopassaggi della capitale sono pieni di mendicanti. Le contraddizioni sono stridenti: mentre a Gori ancora si celebra Stalin, a Tbilisi una strada è intitolata a George Bush e la bandiera dell’Unione Europea sventola davanti al parlamento. Il sentimento religioso è esploso dopo l’indipendenza ancora più che in Armenia e, nonostante tutte le difficoltà economiche, una monumentale cattedrale è stata costruita senza badare a spese. La disoccupazione rimane un problema gravissimo che si accompagna alle tensioni con la Russia e le regioni secessioniste. Il turismo è quasi inesistente ed è un vero peccato perché Tbilisi è una città che ha molto da offrire. Ed ora il diario di viaggio. Sabato/Domenica 16/17 giugno: Roma – Vienna – Yerevan Raggiungiamo l’Armenia con un volo dell’Austrian Airways, passando per Vienna. Tutti gli aerei provenienti dall’Europa atterrano a Yerevan nel cuore della notte; all’aeroporto troviamo ad attenderci l’autista della Hyur Service che ci accompagna all’appartamento prenotato tramite internet (www.Hyurservice.Com). Il primo approccio non è confortante: entriamo in un palazzone fatiscente di oltre dieci piani. Nell’androne una grossa tubatura è avvolta da una coperta e l’ascensore è inquietante tanto che i prossimi giorni Stefania spesso preferirà farsi a piedi i sette piani. L’appartamento in compenso è stato ristrutturato e non è male: un salone con angolo cottura e una cameretta con due letti, separati da una porta scorrevole. L’arredamento, oltre un monumentale televisore, non manca di qualche tocco estetico con un quadro poggiato su un cavalletto. Non facciamo in tempo a sdraiarci sul letto che arriva un impiegato dell’agenzia per riscuotere subito tutti i soldi. La mattina, alla luce del giorno, il palazzo ci appare in condizioni pietose; i vetri delle scale sono scomparsi da tempo e anche i teli di plastica che li hanno sostituiti sono tutti lacerati. L’assenza di una gestione condominiale appare palese, tanto che alcuni piani si sono rifatti per conto loro i pianerottoli. Dopo una colazione al Gusto, locale che serve cucina italiana, raggiungiamo Piazza della Repubblica, considerata una dei migliori esempi di architettura sovietica. Detto così potrebbe suonare un po’ male ma la vasta piazza è piacevole: su un lato si trova il bianco edificio che ospita il Museo Nazionale mentre i quattro palazzi curvilinei agli angoli sono costruiti in una calda pietra rossastra. Ospitano ministeri, la posta (dove si può comodamente telefonare in Italia) e il lussuoso Hotel Marriott. Da un lato della piazza parte Tigran Mets, strada animata da attività commerciali tra cui molti uffici di cambio; provvediamo quindi a fare una scorta di dram, la valuta locale. Subito dopo si trova un bazar, ospitato in un gigantesco edificio di cemento con il tetto diviso in due sezioni curve che dovrebbero ricordare le vette dell’Ararat. Il palazzone sovietico che sorge di fronte c’impressiona per il suo squallore; ancora dobbiamo abituarci a questi tristi residui del passato. Su una collinetta a fianco del bazar sorge la nuova cattedrale, consacrata nel 2001 in occasione dei 1700 anni della conversione al cristianesimo. Davanti è stata collocata una statua equestre dedicata ad Ozanian; il monumento sembra rappresentare un supereroe dei fumetti piuttosto che l’eroe della lotta d’indipendenza contro i turchi d’inizio novecento! La cattedrale è imponente ma fredda; appena entrati un altare contiene le reliquie di San Gregorio Armeno, conservate a Napoli per secoli e regalate da Giovanni Paolo II. E’ domenica e le panche della chiesa (una rarità in Armenia) sono occupate dai fedeli che assistono alla messa. I preti si trovano su una specie di palcoscenico sollevato che viene più volte chiuso da un sipario, tanto che sembra di essere a teatro invece che in chiesa! Durante la cerimonia, la gente si fa ripetutamente il segno della croce e tocca il pavimento con una mano. Improvvisamente tutti si spostano di lato e uno stendardo viene portato in processione fino alla tomba di San Gregorio. Lasciata la cattedrale ci dirigiamo verso il Vernissage, il mercato che si tiene ogni fine settimana. Non manca di una certa valenza turistica; otre ai numerosi tappeti, mi colpiscono le bamboline colorate di lana che riproducono i costumi tradizionali delle regioni armene. Nei paraggi si trova l’ufficio turistico, dal cui ottimo sito web (www.Armeniainfo.Am) abbiamo ricavato tante preziose notizie; ne approfittiamo per una visita, acquistando una cartina della città e chiedendo alcune informazioni ai solerti impiegati. Il nostro giro per Yerevan prosegue raggiungendo in taxi il memoriale dedicato al genocidio armeno. Sopra una collina sull’altra sponda del fiume Hradzan sorgono un obelisco e un monumento circolare, costruiti in epoca sovietica a ricordo dei massacri compiuti dai turchi durante la prima guerra mondiale. Per primo visitiamo il museo dove foto tristissime ricordano quei tragici avvenimenti; i cadaveri allineati, gli sfollati costretti a lasciare le loro case e a viaggiare per mesi nel deserto, i volti terrorizzati delle madri lasciano profondamente il segno. Le potenze occidentali non fecero nulla per fermare il massacro, anche se poi singole associazioni umanitarie cercarono di aiutare gli orfani sopravissuti. E’ incredibile pensare che ancora oggi il governo turco continui a negare il genocidio. Raggiungiamo l’obelisco sul lato opposto del piazzale; la spaccatura nel mezzo rappresenta la divisione tra l’Armenia Orientale e quella Occidentale, sotto la Turchia. Dodici lastre inclinate, disposte in circolo, ricordano le regioni perdute e proteggono una fiamma perenne, intorno alla quale qualcuno ha deposto dei fiori. Il monumento nella sua semplicità evoca riflessioni sulla tragica storia dell’umanità che purtroppo sembra ripetersi! Il novecento è stato un secolo tremendo e il genocidio degli armeni, durante il quale un milione e mezzo di persone furono massacrate, è stato solo il primo di una lunga serie. Terminata la visita, scendiamo a piedi dalla collina raggiungendo il mercato che si svolge intorno allo stadio (orrende le tribune in cemento), dove è facile trovare un taxi e farci condurre fino ad Erebuni, alla periferia di Yerevan. Sopra una collina sorge una fortezza antichissima, risalente al regno di Urartu, rivale della potenza assira. La visita del museo è piuttosto deludente poiché i pezzi migliori si trovano in Francia per una mostra. Fa molto caldo e siamo gli unici ad avventurarci fino ai resti delle possenti mura che racchiudono la cittadella. Non rimane molto da vedere e solo la fantasia può aiutare a ricostruire i tempi andati. Tornati in centro ci siamo meritati una sosta ristoratrice al Marco Polo, locale sull’animata Abovonian, uno degli assi principali nella griglia delle strade di Yerevan. Nei paraggi è segnalata la presenza di scultori che rinverdiscono la tradizione delle khatchkar, le croci armene. Oggi però è domenica e sono all’opera solo due tizi che stanno realizzando un grosso libro in pietra. Superata la trafficata via intitolata all’inventore dell’alfabeto armeno, Mashot Masrots, raggiungiamo un vicolo dove sorge l’antica chiesa di Zoravar, una delle poche sopravissute in città. Il piccolo edificio in pietra, collocato in mezzo ai soliti condomini, costituisce una piacevole sorpresa. Concludiamo la giornata cenando nei pressi dell’Opera all’Old Village, dove l’attenzione è concentrata più sulla musica dal vivo che sulla qualità del cibo. Lunedì 18 giugno: Yerevan – Garni – Geghard – Yerevan Per visitare Garni e Geghard ci affidiamo a una gita organizzata della Sati Tours (4500 dram a testa il costo per quattro ore, www.Satiglobal.Com). La partenza comodamente fissata per le dieci ci consente anche oggi di fare colazione al Gusto, forse l’unico locale aperto in città la mattina presto! Lasciata Yerevan, la prima tappa è un punto panoramico, amato dai poeti del passato anche come luogo di sbronze, almeno così ci racconta la ragazza che ci fa da guida, molto professionale e attenta al suo trucco. Una costruzione ad arco dovrebbe costituire un belvedere sul monte Ararat che però oggi è nascosto dietro la foschia. La gita, in compagnia di una decina di altri turisti, si svolge nelle vicinanze di Yerevan e raggiungiamo rapidamente la tappa successiva, il tempio di Garni. Il sito ha una lunga storia, grazie alla sua posizione facilmente difendibile chiusa su tre lati dalla gola scavata dal fiume Azat. Il lontano passato è ricordato da una prima iscrizione a caratteri cuneiformi opera del re di Urartu Arghrishti e una seconda in greco che celebra la costruzione di una fortezza da parte del re Tiridate. Oggi il pianoro è dominato da un tempio greco, veramente sorprendente in un luogo così sperduto. L’edificio fu abbattuto da un terremoto ma è stato ricostruito negli anni settanta del secolo scorso. Il tempio in basalto si leva su un alto podio, circondato da colonne. Il fregio presenta decorazioni di foglie e frutta; la guida c’indica una scritta in persiano a fianco dell’ingresso della cella che una turista iraniana del gruppo provvede a tradurre. Il posto è molto bello anche da un punto di vista paesaggistico, con il fiume Azat che serpeggia in basso tra alte pareti rocciose. Nel pianoro si trovano i resti di altre costruzioni, ma gli unici significativi sono quelli delle terme con un bel mosaico con divinità marine e il classico pavimento sospeso di epoca romana per il riscaldamento a vapore. Terminata la visita, ripartiamo alla volta del monastero di Geghard, dichiarato dall’Unesco patrimonio dell’umanità. Si tratta di un complesso in mezzo alle montagne, in parte edificato, in parte scavato nella roccia. Prima dell’ingresso, su una parete rocciosa, notiamo gli scarsi resti della chiesa più antica, la cappella della Madre di Dio, risalente al 1164. Il monastero è circondato da mura su tre lati mentre il quarto è addossato al fianco della montagna. La chiesa principale costruita nel duecento è dominata dalla cupola conica e presenta sulla facciata posteriore un curioso bassorilievo di un leone che attacca un bue. La struttura con due ambienti è quella tipica dell’architettura armena: il primo, denominato gavit, è un’ampia sala quadrata con quattro colonne nel mezzo e precede la chiesa vera e propria a croce greca con cupola. Dal gavit si accede agli ambienti scavati nella roccia. Una prima cappella presenta belle khachkars e una fonte ritenuta miracolosa per le donne desiderose di maternità. Un secondo complesso è formato da due ambienti, un mausoleo e una chiesa. Il primo è decorato con curiosi bassorilievi: una capra ha un anello in bocca al quale sono attaccate corde utilizzate come guinzagli per due leoni mentre subito sotto un’aquila ha catturato tra i suoi artigli un agnello. Su un'altra parete, noto due sirene con il corpo simile a una gallina e la testa di donna incoronata, insolita rappresentazione per una chiesa. Passiamo quindi al secondo ambiente, dedicato alla Madre di Dio, anche questo ricco di bassorilievi; nonostante sia interamente scavato nella roccia mantiene la classica struttura a croce, sormontata dal tamburo con la cupola. Il pensiero corre alle analoghe chiese rupestri della Cappadocia. Usciti dalla chiesa principale una scala e un passaggio coperto ci conducono a un terzo complesso scavato nella roccia, utilizzato come cappella sepolcrale. La sua struttura è quella di un gavit con quattro pilastri nel mezzo della sala; l’acustica è molto apprezzata ma nessuno se la sente di cimentarsi nel canto. Terminata la visita del monastero, raggiungiamo l’uscita posteriore affacciandoci sul fiume scavalcato da un ponte di pietra. Un albero è riempito da strisce di stoffa, appese per esaudire le preghiere; il paesaggio montuoso della gola è affascinante ma la giornata nuvolosa non lo fa apprezzare in pieno. Tornati a Yerevan, dedichiamo il pomeriggio a completare la visita della città. Raggiungiamo la Katoghike, vicino al nostro appartamento. L’antica chiesa è accerchiata da lavori in corso e edifici fatiscenti, incluso un mostruoso palazzone. Il teatro dell’Opera costituisce un altro elemento di riferimento della città; la piazza che lo circonda la sera si trasforma nel luogo più animato di Yerevan e gli armeni affollano i tavolini all’aperto dei numerosissimi caffè. In un angolo davanti a un laghetto sorge il curioso monumento al pianista Babajanian con le mani nodose levate al cielo. Proseguendo la nostra passeggiata raggiungiamo la Cascata, un’ampia scalinata che risale una collina. Davanti si trovano due monumenti completamente diversi: la statua di Tamanian, l’architetto che progettò la Yerevan sovietica, intento a scrutare una mappa e un buffo gatto nero ciccione, opera di Botero. La Cascata fu costruita in epoca sovietica ed è sormontata da un obelisco dedicato al cinquantesimo anniversario del Soviet dell’Armenia. La bianca scalinata è piacevole, con aiuole verdi e qualche scultura tra cui una lepre lanciata in piena corsa. Salendo per le scale però ecco una sorpresa tipicamente sovietica: la Cascata non è mai stata completata e finisce in un “baratro” che dal basso non si notava. Recentemente i lavori sono ripresi, grazie ai finanziamenti di un armeno della diaspora, e la vista dell’immenso cantiere è impressionante. Nel piazzale in cima, sotto il monumento al soviet, è stato collocata un'altra statua di Botero, un irriverente gladiatore grasso e tutto nudo ma con l’elmetto. Sopra la collina sorge un’oasi di verde, il parco Haghtanak. Un monumento, retaggio dell’epoca comunista, rappresenta una serie di braccia con il pugno chiuso ma l’elemento più famoso è la gigantesca statua della madre Armenia, visibile da tutta la città. La fiera donna, collocata su un alto podio, tiene in mano uno spadone e si rivolge verso la Turchia; intorno, aerei e carri armati sovietici rafforzano il segnale minaccioso. Anche oggi il clima caldo con la sua foschia nasconde quasi completamente il monte Ararat oltre il confine, contro il quale sembra puntare il missile collocato nel piazzale. Per tornare in centro prendiamo un minibus, sfruttando l’elenco stampato dal sito dell’ufficio turistico. Percorriamo l’animata Nabaldian, raggiungendo poi la piazza dedicata Al cantante Aznavour, che scopro essere armeno. La piazza è dominata dal cinema Mosca e dal lussuoso Hotel Yerevan; al centro una fontana con i segni dello zodiaco. Per cena ci rechiamo al Caucasus, dove gustiamo ottimi piatti della cucina armena, accompagnati dal lavash, il sottilissimo pane nazionale. Martedì 19 giugno: Yerevan – Lago Sevan – Yerevan La giornata è dedicata alla visita del lago Sevan. Questa volta ci affidiamo alla Hyur Service (7000 dram pax), l’agenzia che ci ha procurato l’appartamento. Insieme alla Sati si divide il mercato delle gite giornaliere e i loro cartelli sono sparsi per tutta la città. Come al solito partiamo comodamente alle dieci, in compagnia di una decina di turisti. Il lago di Sevan si trova a un’oretta da Yerevan, raggiunto da una comoda strada a scorrimento veloce. In prossimità della città di Sevan pieghiamo verso sud, seguendo la sua sponda. Ci troviamo a quasi 2000 metri sul livello del mare, di fronte a uno dei laghi più grandi del mondo ad alta quota. Il bacino tuttavia ha corso il rischio di “scomparire”, subendo un destino analogo a quello toccato al Mare di Aral. Il regime comunista aveva deciso, infatti, che le sue acque erano sprecate e andavano utilizzate per l’irrigazione e produrre energia: il piano prevedeva l’abbassamento del livello di 55 metri e la riduzione della superficie ad un terzo! Le terre liberate, nella folle visione del regime, sarebbero diventate un paradiso di giardini e coltivazioni. Lo scoppio della seconda guerra mondiale rallentò il progetto che fu abbandonato dopo la morte di Stalin. Nel frattempo però le opere dell’uomo erano riuscite ad abbassare il livello delle acque di una ventina di metri mentre la famosa trota nativa del lago è quasi scomparsa a causa dell’introduzione di una specie non autoctona, il coregone. Da qualche anno sono iniziate una serie d’iniziative “contrarie” e oggi lungo le rive molti alberi giacciono in mezzo all’acqua (il livello attuale è 11 metri sotto l’originale). La nostra prima tappa è la chiesa di Hayrivank, costruita su un costone a picco sul lago. Le parti più antiche dell’edificio, formato come il solito da un gavit e una cappella, risalgono al IX secolo. La porta d’ingresso di legno reca una rappresentazione con Dio in alto circondato dai quattro evangelisti, la croce in mezzo, Taddeo e Bartolomeo sui lati (gli apostoli che portarono il cristianesimo in Armenia), un disco simbolo del cuore in basso. Le pareti del gavit sono coperte di croci scolpite mentre all’esterno si trovano diverse khatchkar finemente decorate. Proseguendo verso sud raggiungiamo il cimitero di Noratus. In un verde prato si leva una moltitudine di khatchkar, tutte diverse una dall’altra. Le lastre sono rivolte ad occidente e quindi sarebbe meglio visitare il cimitero il pomeriggio mentre ora le croci sono difficili da fotografare. La guida c’illustra rapidamente i vari stili, spiegandoci anche l’origine dei vetri per terra. I fedeli la notte lasciano bottiglie piene d’acqua vicino alla tomba di santi o personaggi ragguardevoli; la mattina dopo bevono l’acqua e rompono le bottiglie. Molte lastre presentano un disco sormontato da una croce, avvolte in un fitto intreccio di decorazioni, altre più antiche solo una croce, ma non mancano rappresentazioni figurative. In una lastra due sposi sono uccisi al banchetto nuziale, davanti alla tavola imbandita. Tra le croci si aggirano alcuni bambini che cercano di vendere ai turisti fogli di quaderno sui quali hanno scritto le lettere dell’alfabeto armeno. Sono simpatici e discreti, perciò alla fine ne acquisto uno. Un gruppo d’anziane signore siede lavorando a maglia mentre intorno le pecore brucano tranquillamente. Lasciato il cimitero, percorriamo a ritroso la strada fino a Sevan, priva d’interesse, raggiungendo la verde penisola di Sevanavank, dominata da due chiese antiche. Il monastero risale addirittura al IX secolo, periodo in cui l’Armenia riuscì a liberarsi della dominazione del califfo arabo. L’abbassamento delle acque ha trasformato l’isola di un tempo in una penisola, semplificando la visita per i turisti in pullman ma eliminando parte del fascino. Una scala porta fino alle due chiese dominate entrambe dal tamburo ottagonale: la più piccola dedicata ai Santi Apostoli è chiusa mentre la più grande intitolata alla Madre di Dio si può visitare. Al suo interno si trova una splendida lastra scolpita. In alto Dio Padre benedice con due dita della mano unite ad anello, attorniato dai simboli dei quattro evangelisti. Al centro la crocifissione è circondata da pannelli con varie rappresentazioni tra cui tre re coronati e il bue e l’asino che sembrano conversare tra loro. In basso Dio scaccia Adamo ed Eva dal Paradiso Terrestre. Nel sito si trovano anche le rovine di un gavit dal quale proviene la porta di legno che ammireremo oggi pomeriggio al museo storico di Yerevan e le solite decoratissime khatchkar. La penisola si protende nelle acque del lago ma è occupata dalla villa del presidente e non si possono fare passeggiate. Mentre inizia a piovere raggiungiamo il ristorante che si trova sotto la collina, unica soluzione per il pranzo (non incluso nel costo della gita). Nel pomeriggio non c’è molto da fare: nella vicina spiaggia il tempo piovoso non consente certo di prendere la tintarella. Oltre la riva, un albero si trova in mezzo all’acqua, segnale dell’innalzamento del livello operato negli ultimi anni. Il gruppo staziona pigramente sulla spiaggia finché non ripartiamo alla volta di Yerevan. Sulla strada del ritorno, forse per allungare un po’ la gita, facciamo due soste. La prima per raccogliere qualche pezzo di nera e lucente ossidiana; la seconda in prossimità di una statua collocata in un punto panoramico che domina verdi colline attraversate da una ferrovia. La gita è ormai terminata e tutto sommato mi pare che sia stata organizzata in modo abbastanza approssimativo, con tempi morti e la fregatura del pranzo non incluso e in pratica “obbligatorio”. Tornati a Yerevan approfittiamo dell’orario anticipato per farci lasciare in Piazza della Repubblica e visitare il Museo Storico. L’edificio ospita anche la Galleria Nazionale, la terza per importanza dell’ex URSS, ma noi preferiamo concentrarci sull’elemento locale. Il museo è molto interessante e merita sicuramente di essere visitato. Al piano terra s’inizia subito con pezzi magnifici, circondati da tappeti ottocenteschi dai disegni stilizzati. Le spiegazioni sono solo in armeno ma per fortuna la custode ci fornisce qualche indicazione. Ammiriamo una khatchkar del XIII sec. Proveniente da Goshavank (Dilijan) con intrecci finissimi che accompagnano la classica rappresentazione, dal basso in alto, di un disco, una croce e la trinità. Seguono due porte lignee. La prima del XII secolo, proveniente da Sevan, presenta una croce circondata da un fitto intreccio; la seconda del XIII secolo viene invece da Tatev. La croce è scomparsa ed è rimasto solo il disco con gli stipiti decorati da cerchi intrecciati. Proseguiamo la visita del museo ammirando un modello della cattedrale di Zvarnots a pianta circolare con tre tamburi decrescenti, una cintura d’argento cesellato, uno stendardo con ricami dorati (l’agnello al centro, gli angioletti intorno), paramenti sacri con ricami. Una testa di bronzo, con un cappello frigio dai cui spuntano capelli fluenti, mi sembra rappresentare Alessandro Magno ma una custode mi dice che si tratta di Anaid (chi sarà mai!?). Una meravigliosa coppa d’argento è decorata da quattro fasce che rappresentano leoni, scene di battaglia, spade e altri leoni. Una vetrina espone un elmetto a punta e un bello scudo con processioni di animali (leoni con la coda sollevata, animali con le corna). Completiamo la visita del piano terra con alcuni braccialetti d’oro con due teste alle estremità, figurine di guerrieri con scudo e lancia, piccole bighe e personaggi itifallici. Il museo continua al piano superiore e ci dobbiamo affrettare poiché si avvicina l’ora di chiusura. Nell’ultimo tratto sono pedinato da custodi seccatissimi che aspettano solo il mio passaggio per spegnere tutte le luci. L’esposizione è dedicata alla storia dell’Armenia e procede in ordine cronologico ma erroneamente iniziamo la visita dall’ala di destra. Alcune sale sono dedicate ad Ani, la vecchia capitale oggi beffardamente appena oltre il confine turco. S’inizia con un bel leone di pietra, proseguendo con un plastico del sito. Foto in bianco e nero, precedenti alla prima guerra mondiale, ritraggono le chiese antiche e la cinta muraria. Alcune anfore hanno la forma di donne stilizzate con un foro nel mezzo; la saliera del ristorante Caucasus ieri riprendeva questa forma, oggi tanto cara ai fabbricanti di souvenir. Passiamo al periodo del Regno di Cilicia (1080-1375), lo stato armeno che per secoli costituì una “patria alternativa” sul Mediterraneo. La mostra è interessante per ricostruire la storia del paese. La divisione tra Armenia Orientale e Occidentale risale alla spartizione tra Turchi e Persiani. Nel settecento una rivolta fallì per il mancato aiuto finale dei russi ma nell’ottocento i russi sconfissero i persiani e l’Armenia Orientale passò sotto lo zar mentre quella occidentale rimase sotto l’impero ottomano. Sulle scale una sezione espone una serie di cartine, copie da originali sparsi nei musei e nelle librerie di vari paesi. Curiosa una mappa del Paradiso Terrestre con tigri ed elefanti. L’ala sinistra, dedicata ai reperti più antichi, inizia con un faccione con occhi e naso stilizzati (III-II millennio a.C.). Si prosegue con il meraviglioso carro ligneo di Lchasen (XV-XIV sec. A.C.). A quei tempi i re venivano sepolti in carri, con le ruote simbolo del sole; nella sala sono esposte anche sculture di bronzo, un arco e delle frecce. Quando raggiungo alla fine una gigantesca ruota in pietra, proveniente da Artashat (IV-II sec. A.C.), la pazienza dei custodi è ormai al limite. Per cena scegliamo il Beirut, dall’ottima cucina libanese (humus e falafel per Stefania, prosciutto affumicato e kebab di agnello per me). Mercoledì 20 giugno: Yerevan – Alaverdi – Yerevan La giornata è dedicata all’escursione ai monasteri nella valle di Alaverdi, nel nord del paese. Questa volta ci affidiamo ai mezzi locali, ai “famosi” marshrutka, i minibus che hanno soppiantato gli autobus. A Yerevan partono da diversi punti, a secondo delle destinazioni, ma per fortuna l’efficiente ufficio del turismo è in grado di fornire tutte le informazioni. La mattina presto una passeggiata attraverso una città deserta ci porta vicino al bazar, sul lato opposto alla cattedrale, punto di partenza dei minibus per Alaverdi. L’autista del nostro marshrutka è molto preso dal suo ruolo di comando. Il volto serio da duro non si abbandona mai a un sorriso. Avventatamente chiedo se ci possiamo sedere davanti, dato che manca ancora mezzora alla partenza e il minibus è vuoto, ma veniamo confinati dietro. Abbiamo trovato facilmente il marshrutka diretto ad Alaverdi nonostante i tassisti dicevano che non ci fossero e che potevano portarci loro. Nell’attesa mi rinfranco a un chiosco con un denso Nescafè; i clienti ringraziano in russo con “spasiba”. Il bigliettaio sfoggia un mignolo con unghia prominente. Il minibus è pieno, quando puntuali alle nove partiamo. I miei tentativi di attaccare bottone con la vicina sono inutili. Sfoglio la guida recitando ad alta voce il frasario, guardo foto e cartine ma non posso vincere la concorrenza di un cellulare! Viaggiamo verso nord. Poche campagne coltivate si alternano a verdi prati con macchie di fiori viola e gialli; carcasse di macchine giacciono nei prati a lato della strada. Semplici “roulotte”, sorta di casotti di lamiera montati su ruote, ospitano allevatori di api, con le cassette che fungono da arnie allineate intorno. Superato il passo che segna il confine con la regione di Lori, la strada scende in tornanti tra un paesaggio di montagne verdissime. Ci fermiamo subito per una sosta, raggiungendo poi il paese di Spitak epicentro del tremendo terremoto del 1988. Dopo avere sfiorato l’abitato di Vanazdor, terza città del paese, finalmente c’infiliamo nella gola del Debed, meta della nostra escursione. Dal minibus non si riesce a vedere molto; la ferrovia corre a fianco del fiume mentre la strada prima è alta sulla gola boscosa, poi scende fiancheggiando le acque limacciose. Il bel paesaggio è deturpato dalle opere dell’uomo, compresi molti ponti arrugginiti. Arrivati a destinazione ad Alaverdi veniamo subito agganciati un tassista che si offre di accompagnarci ai monasteri. Il giro classico si limita ai due monasteri più celebri ma noi vogliamo visitare anche gli altri che sorgono lungo la valle e ci accordiamo quindi per 9000 dram. Miscia, tutto felice per il grosso guadagno che si prospetta, parte subito spingendo la sua Lada a tutta birra. Proseguiamo verso il confine con la Georgia, deviando poi sulla sinistra lungo una strada disastrata che segue la gola scavata da un affluente del Debed. Il monastero di Akhtala è poco visitato e infatti siamo soli. La chiesa presenta invece gli affreschi più belli di tutta l’Armenia. Il monastero collocato su un alto costone è protetto da imponenti fortificazioni poiché in passato svolgeva anche il ruolo di fortezza. La sua posizione è affascinante ma per apprezzarla bisogna distogliere lo sguardo dalla mostruosa pozza di fango, prodotta dalla vicina miniera di rame. Dentro la fortezza sorge la chiesa principale, dedicata alla Madre di Dio e costruita nel duecento quando i principi georgiani liberarono l’Armenia dalla dominazione islamica. Si tratta pertanto di una basilica “ortodossa” a tre navate con cupola, preceduta da un portico con due arcate. L’interno è ricchissimo d’affreschi appena risistemati dopo un lungo restauro. Nell’abside una gigantesca Madonna con bambino ha perso la testa mentre sotto Gesù distribuisce il pane e il vino ai discepoli; in basso i santi indossano paramenti con croci. Nelle braccia laterali due asceti sono seduti sopra colonne, quello di destra con una lunga barba bianca. L’affresco più bello si trova però nella controfacciata: una squisita Madonna tra due angeli. Mi soffermo ad ammirare gli affreschi che coprono quasi tutte le pareti; nel braccio sinistro Gesù lascia cadere corone sui beati del Giudizio Universale. Terminata la visita, torniamo verso Alaverdi per raggiungere Sanahin e Haghpat, i due monasteri più celebri, dichiarati dall’Unesco patrimonio dell’umanità. Da Alaverdi saliamo in cima alla gola raggiungendo il monastero di Haghpat. La vista spazia sulla città e il fiume in basso mentre lontano, appollaiato sulla gola, si scorge il monastero di Sanahin. La chiesa principale dedicata alla Santa Croce è l’edificio più antico di Haghpat, costruito poco prima del mille; gli altri furono aggiunti in seguito conferendo al complesso l’attuale aspetto “disordinato”. Il sito, affollato di turisti, è un trionfo della pietra ma la giornata nuvolosa e il basalto delle costruzioni rendono il colpo d’occhio un po’ cupo. Sulla facciata posteriore della Santa Croce due personaggi, uno con l’elmo l’altro con il turbante, reggono un modellino della chiesa. L’interno è preceduto dal gavit ed è dominato dalla cupola. Un altro gavit insolitamente isolato sorge a nord della cattedrale; nel passaggio tra le due costruzioni si trova una magnifica khatchkar in pietra rosa con tracce di colore: in alto Dio retto da due angeli, sotto la crocifissione affiancata da due donne e due uomini tutti con l’aureola. Le due chiesette di San Gregorio e della Madre di Dio completano l’insieme. Dietro la chiesa principale sorge la torre campanaria dall’aspetto particolare a tre livelli: il piano terra è a croce greca, il primo rettangolare ma con gli angoli “tagliati”, l’ultimo è una loggia retta da sette colonne. Molto bello è anche il refettorio con il magnifico soffitto costituito dall’intersezione di archi sorretti da coppie di colonne. Per raggiungere il monastero di Sanahin da Alaverdi si può utilizzare una funivia, sulla quale non mi sentirei molto sicuro, ma noi risaliamo in cima alla gola in taxi. Superato un quartiere di palazzoni sovietici, in uno dei quali abita il tassista, raggiungiamo il monastero, contemporaneo a quello di Haghpat e realizzato nello stesso stile. Il complesso, con la pietra suggestivamente ricoperta di muschio, è caratterizzato da due chiese poste una a fianco all’altra, ciascuna preceduta da un gavit costruito due secoli più tardi. Il gavit della Santa Madre di Dio è una sala a tre navate, con basse colonne che reggono tre tetti spioventi mentre all’esterno è aperto su sei archi. Il gavit del Santo Redentore ha quattro alti pilastri con basi e capitelli decorati da rilievi con teste di animali, frutta e disegni geometrici. Tra gli altri edifici spicca la libreria con una cupola formata da ottagoni retti da grossi capitelli addossati alle quattro pareti e decorati con bassorilievi astratti. Sulla facciata posteriore della chiesa del Santo Redentore ritrovo un bassorilievo con due personaggi che reggono un modellino della chiesa come ad Haghpat. Un pittore è intento ad immortalare uno scorcio suggestivo. Ridiscesi fino ad Alaverdi, ci dirigiamo verso sud in direzione di Vanadzor. Lasciato il fondovalle, prendiamo una strada che si arrampica fino al pianoro che sovrasta la gola, raggiungendo Odzun. Nel paese sorge una bella basilica (VIII sec.); sormontata da cupola, presenta su un fianco una specie di galleria aperta ad archetti. Dopo tanto basalto la pietra rosa con cui è costruita rappresenta una piacevole novità. L’interno a tre navate slanciate, le due laterali strettissime, ricorda le cattedrali del nord Europa. Nel giardino circostante si trovano un paio di curiosità: un pozzo “marchiato” con falce e martello e un curioso monumento funebre risalente addirittura al VI secolo. Sopra una piattaforma sorgono due steli di pietra alte e strette, due specie di minuscoli obelischi collocati tra due archi. Nel piccolo parco giochi i bambini schiamazzano allegramente e il nostro passaggio suscita subito il loro interesse. Per raggiungere la prossima tappa, ridiscendiamo a valle e continuiamo verso Vanadzor. Il tassista si ferma davanti a un basso ponte della ferrovia e ci dice di attendere. Dopo qualche minuto compare in compagnia di un bambino che ci farà da guida fino alle rovine di Kobayr. Attraversato un gruppo di case circondate da giardini, risaliamo per una decina di minuti il costone della montagna. Il monastero di Kobayr come quello di Akhtala risale al duecento, all’epoca dei principi georgiani. Il complesso è ridotto a una serie di suggestive rovine e un gruppo di operai è al lavoro per effettuare i necessari restauri. Una parte è franata nella gola ma un’abside senza tetto e alcune pareti hanno resistito; sono tutte coperte da affreschi di stile georgiano, purtroppo parzialmente nascosti dalle impalcature. Il nostro piccolo accompagnatore ne approfitta per accendere una candela in una cappella sopravvissuta alle ingiurie del tempo; si è meritato una mancia. Al ritorno regala a Stefania un bel fiore. Ormai la nostra visita dei monasteri della valle del Debeb è terminata e in taxi dovremmo tornare ad Alaverdi per prendere il minibus delle cinque per Vanazdor ma, com’era facile immaginare, Miscia si offre di accompagnarci fino a Vanazdor. Ci accordiamo quindi per un’integrazione al prezzo e la gita alla fine ci costa 14000 dram. Lungo la strada dobbiamo fare rifornimento di gas e ci fermiamo in uno spiazzo dove un gigantesco camion funge da distributore! Arrivati in città si scatena un nubifragio e riusciamo a prendere al volo il minibus delle cinque per la capitale. Questa sera alla Cascata di Yerevan è previsto un concerto per raccogliere fondi nella lotta contro l’AIDS. La scalinata, rallegrata da fiori, è gremita di gente e forma un bel colpo d’occhio. Gli artisti si avvicendano sul palco sistemato proprio davanti. In onore alla serata l’Ararat decide finalmente di concedersi alla vista. Salendo sulla scalinata si può ammirare la sua mole che si staglia sopra i condomini della città. Al tramonto le nuvole sparse in cielo “arrossiscono” accrescendo la suggestione della visione. Ceniamo ottimamente in un caffè vicino all’Opera. Giovedì 21 giugno: Yerevan – Dilijan – Yerevan I minibus per Dilijan partono dalla Stazione Nord, alla periferia di Yerevan. Due corse con i marshrutka 17 e 101 ci portano a destinazione. Nella stazione regna una calma da paese nordico. Le poche banchine recano addirittura le targhe con le destinazioni. Non ci sono bancarelle e l’unica soluzione per un caffè è un negozietto dove è in corso un’accesa discussione tra moglie e marito per la preparazione del lavash (lui ha preparato l’impasto in un grosso catino). Fino a Sevan ripercorriamo la stessa strada della gita organizzata, proseguendo poi verso nord lungo il lago; la giornata soleggiata ci consente di apprezzare le placide acque azzurre circondate da verdi colline. La strada, abbandonato il lago, prosegue infilandosi in un lungo tunnel di recente costruzione, e conduce nella regione del Tavush. Il paesaggio cambia completamente, con montagne coperte di boschi. Una lunga successione di tornanti porta in discesa fino a Dilijan. Scesi dal minibus subito ci viene incontro un anziano tassista con il quale ci accordiamo per una gita ai due monasteri di Haghartsin e Goshhavank al prezzo di 7000 dram. Dopo le corse sfrenate di ieri, il driver di oggi è tranquillissimo, anche perché la sua vecchia auto non consente più di tanto. Per raggiungere il monastero di Haghartsin procediamo una decina di chilometri oltre la città, piegando poi per una strada che s’infila tra fitte foreste. La bellezza del monastero risiede, oltre che nella sua architettura, proprio nella posizione in mezzo agli alberi, ben diversa dalle tristi situazioni di ieri ad Alaverdi. La maggior parte degli edifici risale al duecento. Iniziamo la visita con il vasto refettorio, diviso in due parti da archi. Il soffitto è bellissimo: dalle basse colonne partono dei costoloni ogivali, grandi arcate che formano una griglia. La chiesa più antica dedicata a San Gregorio risale al X secolo ed è una piccola croce greca; vi si accede dal gavit salendo dei gradini. La piccola cupola da un’impressione d’antichità con le pietre poggiate una sull’altra. Nel gavit è in corso una cerimonia. L’officiante spalma un unguento sul petto e la schiena di un ragazzo, poi gli allaccia una collanina e infine poggia una croce sulla testa sua e del padrino (?). La cerimonia procede in modo molto informale e termina con il bacio del crocefisso da parte dei fedeli. La chiesa della Madre di Dio con la sua alta cupola è più grande ma meno suggestiva. Dietro le costruzioni, un nodoso albero di noce ha più di 700 anni. Un edificio senza tetto è utilizzato come forno e ne approfittiamo per acquistare il pane appena sfornato dalle donne. Lasciato il monastero, ci fermiamo subito per ammirare alcune khatchkar, finemente decorate. La più bella ha una gran croce centrale e due più piccole negli angoli in basso, rette ciascuna da una mano Una piccola cappella con volta a botte presenta un ingresso sormontato da un’unica grossa pietra che funge da lunetta. Il posto è magico con una natura incontaminata. Il panorama sul monastero in mezzo al bosco meraviglioso. Per raggiungere il successivo monastero, torniamo fino alla strada per Ijevan e proseguiamo per un tratto deviando poi per Gosh. Il monastero di Goshhavank, fondato alla fine del XII secolo, sorge su una collinetta proprio al centro del paese; per questo mancano del tutto le solite opere difensive. Dal parcheggio colpisce l’affollato insieme di chiese e cappelle. La chiesa principale è la Madre di Dio, preceduta come sempre da un vasto gavit. L’ambiente più interessante è la libreria con la torre campanaria. L’interno è particolare: una croce greca dalle corte braccia, con bifore e cupoletta ottagonale. Dal foro centrale pende una corda appesa al tetto a cuspide rifatto in plastica trasparente. L’intreccio di archi e la volta a botte mi impressionano notevolmente. A fianco della chiesa principale, una piccola cappella con archetti ciechi ha un aspetto quasi rinascimentale. Tra i vari edifici spiccano bellissime khatchkar; una in particolare presenta un intreccio di ricami che avvolge in basso un disco dall’aspetto di uno scudo e sopra una croce con due decorazioni (stile logo della Thai) per ogni punta delle braccia. Il suo autore Poghos è stato meritatamente soprannominato il “ricamatore” (un’altra sua croce si trova al museo storico di Yerevan). Terminata la visita, facciamo una breve passeggiata attraverso il paese mentre il nostro tassista ci aspetta seduto in mezzo a una numerosa compagnia. Raggiungiamo l’antico cimitero, dove un asino e un cavallo sono stati “parcheggiati” tra le tombe in rovina. Due bambine un po’ smorfiose ci si fanno incontro, meritandosi la caramella che mi avevano regalato al piccolo museo del monastero. La più intraprendente ha i capelli biondi e si chiama Svetlana; sarà forse russa? Tornati a Dilijan, ci dedichiamo alla sua esplorazione. Nonostante sia definita la “cittadina più bella dell’Armenia”, non c’è nulla da vedere, a parte apprezzare le boscose montagne che racchiudono la valle. Raggiungiamo la piazza centrale, con il palazzo della posta e una fontana. Il museo all’aperto è chiuso per lavori che durano da anni ma riusciamo ugualmente a dare un’occhiata. Gli operai stanno sistemando una serie di casette di pietra in stile tradizionale (niente di particolare s’intende!). Vicino alla fermata dei bus, si trova un monumento retaggio dell’era sovietica, una sorta di obelisco con quattro punte; simboleggia l’amicizia delle tre repubbliche caucasiche sotto l’egida della Russia. Visto quello che è successo dopo il crollo del comunismo, l’opera appare grottesca! Yerevan è una città piena di vita e anche questa sera sono previsti una serie di eventi, in occasione della festa della musica Parigi - Yerevan. Per prima raggiungiamo l’opera dove si tiene un concerto gratuito; sul palco si alternano un paio di direttori d’orchestra e una cantante lirica dalla bella voce. Terminata la performance, ci spostiamo in Piazza Aznavour dove è in corso un concerto, con un gruppo locale che suona successi del rock internazionale. Concludiamo la giornata con una buona cena al Lagonite dove assaggio anche il famoso brandy armeno, un bicchiere di Ararat cinque stelle. Venerdì 22 giugno: Yerevan – Khor Virap – Noravank – Yerevan La giornata è dedicata alla gita a Khor Virap e Noravank, organizzata dalla Sati Tours (9000 dram pax). La mattina trovare un posto per fare colazione, senza ricorrere al solito Gusto, è un’impresa. Gli armeni fanno colazione a casa e la città comincia ad animarsi solo in tarda mattinata, anche per il fuso spostato verso oriente. Alla fine dobbiamo ricorrere a Peppino, altro locale d’ispirazione italiana situato su Mashot Masrots vicino all’ufficio della Sati. Alle dieci scopriamo di essere gli unici iscritti alla gita! Saremo accompagnati, oltre che dall’autista, da Gayane, la ragazza che ci farà da guida, e da una sua amica apprendista. Lasciamo Yerevan viaggiando verso sud lungo l’ampia valle del fiume Arax, attraversando la regione dell’Ararat. Il cielo è coperto ma le due vette del monte dove si arenò l’arca di Noè, il Sis e il Masis, non si negano alla vista. Il monastero di Khor Virap sorge su una collinetta, dominata dall’imponente massa. Il luogo è molto caro agli armeni perché per più di dieci anni vi fu tenuto prigioniero, rinchiuso in fondo a un pozzo, San Gregorio l’Illuminatore. Il santo riuscì poi a convertire il re Tiridate III, trasformando l’Armenia nella prima nazione cristiana. Il monastero è affollato da visitatori e tutti si affrettano a scendere la scala che conduce in fondo al pozzo. La chiesa, rifatta nel seicento, è meno bella di altre ma la posizione del monastero sotto l’Ararat è affascinante. Ripartiamo, proseguendo verso sud. Gayane, oltre l’inglese, conosce anche l’italiano (è la sua seconda lingua straniera, senza considerare il russo che parlano tutti) ed è contenta di esercitarsi con noi. Ci parla della difficile situazione del paese, con il problema della forte disoccupazione. Lungo la strada notiamo diversi nidi di cicogne. Raggiungiamo grossi bacini utilizzati per l’allevamento del pesce mentre nella valle compaiono alberi da frutta e vigneti. Attraversiamo il paesino di Armash; Gayane ci spiega che è popolato da armeni fuggiti da Istanbul. Finite le coltivazioni il paesaggio si fa più brullo e ci dirigiamo verso montagne rocciose che assumono un colore rossastro. La strada in salita si arrampica verso il passo che conduce nella regione del Vayots Dzvor. Ogni tanto da qualche tornante si scorge la cima innevata dell’Ararat. La strada è in buone condizioni, come la maggior parte delle principali del paese (discorso completamente diverso per quelle secondarie spesso disastrate e piene di buche). In cima al passo, macchie di fiori viola rallegrano i verdi prati. Attraversiamo il paese di Chiva (in armeno “senza dolore”) ricostruito nella posizione attuale dopo un terremoto; le case sono avvolte nel verde degli alberi. Dopo un tratto di brulle distese con rosse montagne sullo sfondo, ecco il paesino di Areni, con una bella chiesetta del XIII secolo appollaiata in alto. Poco dopo deviamo a destra scavalcando il fiume Arpa e infilandoci in uno stretto canyon che segue per nove chilometri il corso dell’Amaghu. Pareti verticali di roccia racchiudono la macchia verde degli alberi intorno al ruscello. Finalmente sulla sinistra appare alto il monastero di Noravank. Costruito in pietra rossa, è collocato tra montagne dello stesso colore che sovrastano verdi prati. Dopo il cupo basalto dei monasteri del nord, la giornata di sole accompagna il trionfo del colore. Il complesso risale al XIII-XIV secolo, all’epoca in cui i principi Orbelian provenienti dalla Georgia riuscirono a liberare il paese dal sultano. Il pianoro, come sempre racchiuso da mura, è caratterizzato da due chiese principali. La prima, dedicata alla Madre di Dio, presenta la particolarità di essere costruita su due piani: quello inferiore è rettangolare ed era utilizzato come camera sepolcrale, quello superiore ha una pianta a croce sormontata da cupola, collocata in modo leggiadro e insolito sopra colonne invece che su un tamburo, e costituiva la chiesa vera e propria (per entrarvi bisogna arrampicarsi sugli stretti gradini collocati sulla facciata). Il timpano sopra la porta raffigura la Madonna in trono tra due angeli con il Bambino tra le braccia. La seconda chiesa dedicata a San Giovanni Battista, presenta la classica struttura preceduta dal gavit. La facciata questa volta ha addirittura due timpani, separati da una finestra, scolpiti da Momik. Quello superiore rappresenta Dio mentre con la mano destra benedice e con la sinistra tiene una testa (secondo Gayane si tratta di Adamo ma potrebbe anche essere San Giovanni Battista); completano la lunetta a destra una piccola crocifissione, a sinistra un serafino. Il secondo timpano raffigura di nuovo la Madonna con il bambino in braccio tra un intreccio di decorazioni. Le sculture sono molto belle, come anche alcune khatchkar opera sempre di Momik. All’interno il gavit è ricco di croci e iscrizioni mentre il secondo ambiente si raggiunge salendo alcuni gradini A fianco della chiesa sorge la cappella di San Gregorio, utilizzata come camera sepolcrale per i principi Orbelian. Il pavimento è pieno di lastre tombali tra cui una nella quale la figura del defunto ha le sembianze di un leone. Il monastero con la sua pietra rosa è incantevole, il più bello tra i tanti visitati, e, dopo i piaceri dello spirito, consente di godere anche quelli del palato: nel ristorante annesso consumiamo, infatti, un ottimo pranzo, incluso nel prezzo della gita, a base di una ricca insalata con formaggio di Lori (tipo feta), madzoon (yogurt), kebab, patate arrosto e caffè. Seduti al tavolo in cinque, non sembra di partecipare a un tour organizzato ma a una gita con gli amici. Tornati ad Areni ci rechiamo a visitare un’azienda vinicola. La regione è la principale produttrice di vino del paese ma l’impossibilità di portare liquidi in aereo (abbiamo solo bagaglio a mano) ci costringe a limitare gli acquisti a una sola bottiglia di rosso che consumeremo prima di lasciare Yerevan. Sulla strada di ritorno visitiamo il museo dedicato a Sevak, il poeta contemporaneo più amato dagli armeni, morto in un incidente d’auto nel 1971, proprio lungo la strada che stiamo percorrendo Nei giardini si trova la sua tomba segnalata da una gran roccia coperta di fiori, mentre nel museo un murales copre tutta una parete. Sono rappresentate scene tragiche del genocidio con i turchi nei panni di carnefici e immagini del pensieroso “poeta maledetto”. Mentre attraversiamo il paese di Chiva compare un pezzo minuscolo d’arcobaleno. Ci fermiamo in un’officina; gli uccelli hanno costruito il loro nido sotto una trave del soffitto. Ormai il cielo si è aperto e la visione del monte Ararat ci accompagna fino alla capitale. Tornati a Yerevan e salutati i simpatici compagni di una giornata, raggiungiamo la moschea, situata lungo Mashot Masrots. L’edificio è rallegrato da maioliche colorate e un bel giardino, anche se le foto dei mullah iraniani sono un po’ inquietanti. Sull’altro lato della strada sorge il mercato alimentare, ospitato in un edificio con una gigantesca cancellata. Su molte bancarelle fa bella mostra di sé la frutta fresca; frettolosamente, senza ascoltare Stefania, decido di acquistarne un po’ al primo banco all’ingresso che provvede a spennarmi per bene. Ceniamo anche questa sera in un caffè nella piazza dell’Opera. Sabato 23 giugno: Yerevan – Ejmiatsin – Yerevan La mattina è dedicata alla visita di Ejmiatsin e dintorni. Una veloce corsa in minibus, dalla fermata nei pressi di Mashot Masrots, ci conduce a destinazione. Subito vistiamo il “vaticano armeno”, la Santa Sede del Katholikos capo della chiesa nazionale, un complesso di edifici racchiuso da mura. Nel 2001 l’Armenia ha festeggiato 1700 anni dalla conversione al cristianesimo e per l’occasione è stata costruita la struttura grigia dalla quale papa Giovanni Paolo II celebrò la messa. Nel piazzale davanti sono allineate khatchkar provenienti da tutto il paese; non potevano mancare nel centro della religiosità nazionale. La prima cattedrale era molto antica ma ciò che si vede oggi risale alle ricostruzioni del seicento. La facciata è dominata dal campanile a tre livelli. Gli archi aperti gli conferiscono un aspetto movimentato mentre le decorazioni a bassorilievo ne ingentiliscono l’aspetto; insieme alla torre centrale ottagonale con copertura a punta forma un bello scorcio. Entrando nella chiesa incrociamo i fedeli che escono camminando all’indietro per non dare le spalle a Dio, non prima di avere baciato la porta. L’interno è freddo con il pavimento di marmo e le decorazioni eccessive dopo i tanti monasteri medievali visitati. Gli affreschi sono colorati ma cupi, con motivi decorativi astratti che conferiscono alla chiesa un aspetto da art noveau d’inizio novecento. Il tesoro purtroppo è chiuso; non possiamo quindi nemmeno visitare i resti del tempio pagano su cui sorge la chiesa. Anche la residenza del Katholikos è proibita ai visitatori e non ci resta che lasciare il complesso e spostarci nella vicina San Gayane. Il suo interno basilicale è slanciato e, in contrasto con la Santa Sede ci riporta alla semplicità della pietra nuda. La chiesa risale al VII secolo; nei giardini si aggirano le monache tornate da qualche anno, mentre sullo sfondo incombe la massa del monte Ararat. Per visitare i dintorni ricorriamo al solito taxi, facendoci prima accompagnare a San Hripsime, altra splendida chiesa di Ejmiatsin. Il nudo interno è dominato dall’imponente cupola che fa sembrare l’ambiente unico. Da una stanza angolare si scende al luogo di martirio della santa e alla sua tomba (la monaca fuggì da Roma solo per essere perseguitata anche in Armenia dal re Tiridate III). Tornato all’esterno osservo come la cupola si trasforma in un tamburo a 16 lati e la chiesa assume il tozzo aspetto di un fortilizio. La sua costruzione risale al VII secolo e l’edificio è giustamente considerato uno delle gemme dell’architettura armena. Una nuova corsa in taxi ci porta, a pochi chilometri dalla città, alle rovine della basilica di Zvarnots. La chiesa dedicata a San Giorgio fu costruita nel VII secolo e aveva una pianta circolare, formata da tre anelli concentrici. Era una chiesa bellissima ma, distrutta da un terremoto nel 930, fu dimenticata per secoli. Oggi sono state rialzate alcune colonne con capitelli tozzi ma affascinanti; quelle dell’abside verso l’Ararat sono le uniche che sorreggono ancora degli archi formando una sorta di loggia circolare che incornicia il monte sullo sfondo, con la cima innevata che si erge sopra una striscia di nuvole. Girando tra le rovine non può sfuggire un gigantesco capitello decorato con un aquila. Intorno alla chiesa si trovano i resti di altri edifici, inclusi il torchio e le giare utilizzate da un’azienda vinicola medievale. Lo scorcio più bello rimane, in ogni caso, quello delle colonne che si stagliano sullo sfondo del monte Ararat. L’ultima tappa del nostro tour è il museo di Metsamor. Per raggiungerlo ci spingiamo in prossimità di un’inquietante centrale nucleare, attraversando paesi pieni di nidi di cicogne. Naturalmente siamo gli unici visitatori del museo che sorge isolato sopra una collina dove è stata scoperta una cittadella dell’età del bronzo. Nelle tombe sono stati trovati i reperti (risalenti fino al 2000 a.C.) conservati nel museo. Davanti all’ingresso un gruppo di alte pietre ha un chiaro significato fallico. L’esposizione comprende alcuni bei vasi decorati con alci e disegni geometrici, corredi funerari e collanine di pietre. Terminata la visita in poco tempo, un custode ci fa segno di seguirlo e ci conduce prima alla ricostruzione di una tomba e poi in una sala blindata dove sono conservati alcuni splendidi pezzi. Iniziamo con gioielli d’oro che risalgono al XI –IX secolo a.C., proseguendo con anelli con pietre colorate incastonate in stelle d’oro e una collana con anelli d’oro e pietre. Il pezzo forte è costituito da una minuscola rana “pezzata”, bianca e scura, fatta d’onice e agata. Ecco spiegata la grossa rana dorata con iscrizione cuneiforme su dorso e zampe che avevamo osservato al piano superiore (si tratta di una riproduzione moderna). Nelle vetrine della sala blindata ammiriamo altri bei reperti: un cilindro di pietra rossa con la rappresentazione di un’offerta da parte di un uomo a un Dio/re seduto, una collanina d’oro con un pendente a forma di ruota. Chiudiamo in bellezza con due meravigliose lamine d’oro (XI-IX sec. A.C.) che raffigurano leoni con criniera che recano una svastica sul dorso. Passiamo quindi alla visita, sotto un sole cocente, del sito archeologico: sopravvivono scarsi resti di mura e di un antico osservatorio astronomico. Tornati a Yerevan ci rechiamo a visitare Matenaradan, la biblioteca giustamente famosa per i suoi manoscritti. Alla base dell’imponente edificio una statua raffigura Mashots intento ad insegnare a un discepolo l’alfabeto armeno. In una sala sono esposti pochi pezzi, rispetto a quelli posseduti dalla biblioteca, ma sufficienti per apprezzare il valore della collezione. Il Vangelo Lazariano è il più antico dell’Armenia (887). Le opere miniate sono tante e splendide. Ecco Gesù e un re cristiano seduti su due troni uno di fronte all’altro mentre un piccolo arabo con turbante s’inginocchia davanti a loro. Due cantori popolari, un uomo e una donna suonano antichi strumenti; la rappresentazione è molto delicata con l’uomo che siede davanti a un albero con un bel uccello. Un santo predica alla folla tra la quale si distingue un cinghiale con il mantello! Una storia di Alessandro il Grande reca scene di cavalieri. Una curiosità è costituita da una vetrina che accosta il libro più grande, diviso in due durante il genocidio per poter essere trasportato, e quello più piccolo, un minuscolo calendario ecclesiastico. Un vangelo da Ejmiatsin del 989 reca una bellissima copertina d’avorio decorata da bassorilievi (VI secolo): al centro la Madonna con il bambino, intorno scene dell’infanzia Gesù. Nella raccolta non mancano manoscritti provenienti da altri paesi: uno siriano, alcuni arabi, rotoli ebrei, manoscritti etiopi, indiani su foglie di palma, dal Giappone e dalla Russia. Questa notte Stefania torna in Italia e per la nostra ultima cena ci rechiamo a “barbecue street”, così chiamata dalle guide per la successione di locali che cucinano la carne alla griglia. La situazione tuttavia sembra cambiata rispetto al passato e in giro non si vede quasi nessuno. Ceniamo in una “saletta privata” di un piccolo locale a conduzione familiare ma il BBQ con carne e verdura non è niente d’eccezionale. Domenica 24 giugno: Yerevan – Sisian Questa notte Stefania è partita per il viaggio di ritorno in Italia. Da oggi quindi sono da solo. La mattina alle sette Yerevan è il solito deserto; raggiungo Mashot Masrots dove un taxi, guidato da un autista dall’aspetto indiano, mi conduce alla stazione centrale dei bus. La Kilikia Station è piena di minibus ma regna una notevole calma. Il marshrutka per Sisian è già al suo posto nonostante sia in largo anticipo ma naturalmente sono il primo passeggero. Ogni mezzo sul parabrezza reca un cartello con la destinazione e la scritta Sisian in armeno è facilmente riconoscibile (mi sono preparato in anticipo!). Intorno a un marshrutka c’è una certa animazione ma il cartello con la destinazione mi lascia incerto. Scopro che si tratta di Tbilisi in cirillico; l’Armenia è una vera Babele linguistica! Faccio colazione con un caffè freddo e il solito fagottino al formaggio. Nella stazione tutta l’attività si svolge nel piazzale mentre il grande edificio è deserto con le saracinesche abbassate. Nell’attesa l’autista, dai capelli bianchi in contrasto con i folti ciglioni neri, incuriosito mi chiede di sfogliare la guida dell’Armenia che sto consultando. La partenza sarebbe alle otto e mezzo ma il minibus si riempie più tardi e ci muoviamo solo alle nove. Ancora una volta le due cime innevate dell’Ararat, il Sis e il Masis, accompagnano il mio viaggio verso sud. Dopo i primi giorni nuvolosi durante i quali si era negato alla vista, ora il monte si concede in tutta la sua maestosità (si leva per più di 5.000 metri sul livello del mare sopra la valle dell’Arax alta solo 900 metri). E’ incredibile pensare come sia irraggiungibile per gli armeni poiché la frontiera è chiusa. In viaggio gli armeni sono molto riservati e nel minibus non parla nessuno, come già successo in altri tragitti. Ormai i meccanismi dei viaggi in marshrutka mi sono diventati chiari: i posti davanti spettano a donne e bambini e lo straniero, anche se solitario, non gode di nessun privilegio come è giusto che sia. I contadini sono al lavoro nei campi della valle, vegliati dalla maestosa montagna; qua e là sorgono isolate torrette, segnale del vicino confine. Su una collinetta appare il monastero di Khor Virap, un pigmeo tra il Sis e il Masis. Sale una passeggera e compare un nuovo sedile: una tavoletta imbottita viene sistemata nel corridoio poggiata tra due “posti fissi”. Mi soffermo a guardare i nasi dei passeggeri: quasi tutti hanno una gobba che non stona sui loro volti, anche su quelli delle tante ragazze carine. Superata Areni seguiamo la valle dell’Arpa con il verde fondovalle racchiuso per un breve tratto tra rocce. La strada continua a correre lungo le verdi acque anche quando la valle si allarga. Dopo Yeghenazdor, capitale regionale, il cellulare dell’autista si fa “rovente”, una chiamata dopo l’altra. Alle undici raggiungiamo Vaik con una chiesa moderna e casermoni sovietici. Facciamo una sosta e poi ripartiamo continuando a seguire l’Arpa, diventato ormai un ruscello pietroso circondato da alberi frondosi e prati con splendide macchie di fiori viola. Dopo il bivio per Jemuk inizia una nuova salita. Prima del passo il paesaggio si fa ancora più verde con vasti prati e qualche macchia scura di alberi. I fiori sono di tutti i colori; più in alto rare chiazze di neve. In lontananza un piccolo cavaliere solitario. Continuiamo a salire; il bus arranca lento sui tornanti. Al passo una “porta” segna l’ingresso nella regione del Syunik, la più meridionale dell’Armenia, che si spinge fino al confine iraniano. Subito si scorge un vasto lago artificiale; circondato da verdi colline, mi ricorda il Lago Bianco della Mongolia. Due vecchiette si riparano all’ombra della carcassa arrugginita di una macchina cappottata; poco dopo un pastore a cavallo con la scoppola accompagna le mucche al pascolo bloccando la strada. All’una arriviamo a destinazione a Sisian, situata poco a sud della statale che continua fino a Goris e al Nagorno Karabah. Il minibus mi lascia nel piazzale davanti al ponte sul fiume, dal quale raggiungo subito l’Hotel Lalaner. Naturalmente non c’era bisogno di prenotare la stanza tramite la Hyur Service, visto che sono l’unico ospite. L’ingresso principale è chiuso, come anche il ristorante, e si entra dalla porta posteriore. In compenso l’interno è moderno e allestito con “certe pretese”. E’ domenica e Sisian appare deserta. La piazza principale, dove sorge l’hotel, è tutta un cantiere con alti mucchi di terra per il rifacimento della pavimentazione. Una passeggiata mi conduce fino alla collinetta dove sorge la chiesa di Sisavank, circondata da tombe moderne con le statue dei defunti. Il luogo è di una pace estrema, allietato dallo splendido panorama offerto dalla natura: la vista spazia sulle verdi colline che circondano la città, allietate dalle chiazze blu e viola dei fiori, come se un pittore avesse lasciato cadere i suoi colori sul prato. Gli uccelli svolazzano intorno alla chiesa mentre i bambini corrono tra le croci del cimitero. L’interno, dominato dall’alta cupola, è invaso dal fumo delle candele; l’ambiente quasi unico, per le corte braccia della croce e le piccole stanze angolari, ricorda in piccolo San Hripsine di Ejmiatsin. Il suo aspetto è affascinante per la nudità della pietra scura, unica concessione i grappoli d’uva dei capitelli. La struttura è quella tipica delle chiese armene con le camere angolari che all’esterno trasformano la croce in un quadrilatero e la cupola che sporge su un tamburo di 16 lati, ingentilito da arcate cieche su coppie di colonnine. In un angolo si trovano quattro curiose microsculture: una lamina d’oro sottilissima è decorata con una croce e l’alfabeto armeno, un capello umano ha incise 17 croci, un chicco di riso la rappresentazione di una chiesa e un frammento d’avorio il brano di un poema. E’ domenica e i fedeli sopraggiungono alla spicciolata. Arriva una famiglia; il prete indossa un manto dorato per una breve cerimonia. Sopraggiungono tre giovanotti in abbigliamento casual e inizia una nuova cerimonia. Le preghiere sono intervallate da spiegazioni in modo molto informale e se non fosse per una signora che scatta foto, penserei a qualche prova generale. Il prete e i tre fedeli prima sono rivolti verso l’altare, poi gli danno le spalle, infine si spostano in una stanzetta angolare dove l’officiante tocca, con il crocefisso, le teste dei tre “cresimandi” (?). Più in basso sulla collina, un memoriale è dedicato ai caduti della guerra nel vicino Nagorno Karabah: al centro un bassorilievo con tre aquile che reggono scudi, intorno tombe ingentilite da rose di tutti i colori. Lasciata la chiesa, “torno in centro” raggiungendo il museo, naturalmente chiuso. Nel giardino si trovano diverse lastre con iscrizioni. Molte hanno la forma d’arieti: una reca una scritta dall’aspetto arabo, un’altra la raffigurazione di un cavaliere. Non mancano le solite khatchkar. Il cespuglio di rose rosse davanti al portone mi conferma che Sisian è proprio la “città dei fiori”. Vorrei dedicare il resto del pomeriggio a due attrazioni nelle vicinanze, il sito di Karahunj e la cascata dello Shaki. Torno quindi nella rotonda davanti al ponte, unico posto animato, dove le case in pietra appaiono piacevoli dopo tanto cemento (ma è meglio non affacciarsi sul fiume pieno di spazzatura). Inizio la ricerca di un taxi per la gita: ne scelgo uno parcheggiato davanti a un negozio con la scritta taxi, aprendo la trattativa sul prezzo. Il tizio si lamenta che il giro è lungo portandomi dentro il negozio per illustrarmi il percorso su una cartina. Alla fine ci accordiamo per 1600 dram ma mi dice che devo aspettare dieci minuti e se ne va con il taxi. Il tempo passa e il tipo non ricompare; mi aggiro quindi con fare incerto per la piazza finché una ragazza occidentale mi nota e decide di venirmi in soccorso. Viaggia con un gruppetto in compagnia di un’armena che subito si accorda con un altro tassista per 1000 dram. I ragazzi sono in partenza con una corriera locale per raggiungere un villaggio nei paraggi. Karahunj, soprannominata la Stonehenege armena, sorge in una verde conca circondata da colline, a pochi chilometri da Sisian. In un paesaggio molto bello, allietato da un venticello che non fa sentire il caldo, sorgono innumerevoli rocce disposte a formare un circolo da cui si dipartono varie file; al centro una tomba formata da un cumulo di sassi con un piccolo dolmen. Molte rocce presentano un foro in alto e si è dibattuto sul suo significato. Arriva un gruppo di visitatori armeni (?), guidati da una specie di professore che in inglese illustra alcune ipotesi sull’origine dei fori. Un loro utilizzo pratico per il trasporto appare improbabile perché nei blocchi più grandi sono assenti; forse costituivano una sorta d’osservatorio astronomico ma i fori non sono allineati e quindi il mistero rimane fitto. Aggirandomi tra le rocce scopro una lastra che reca scolpita una figura con le braccia incrociate sul corpo. Per raggiungere la cascata dello Shaki ripassiamo per Sisian, proseguendo su una strada bloccata dal cancello chiuso di una centrale idroelettrica. Il mio solerte tassista non si da per vinto e riesce a farsi aprire. Proseguiamo per un altro tratto fino a uno spiazzo dove ci sono altre macchine parcheggiate. E’ domenica e il posto attira molti giovani per una passeggiata all’aria aperta. Un sentiero risale un ruscello fino alla cascata più alta di tutta l’Armenia. A causa della centrale l’acqua è molto ridotta e la cascata, che ha un fronte ampio, si è divisa in sette getti, formando in ogni caso un bello scorcio naturalistico. Un pastorello fa il bagno mentre le sue pecore si riparano all’ombra. La sera procacciarsi la cena a Sisian è una vera impresa: tutti i locali segnalati dalla Lonely Planet sono chiusi e ho l’impressione di essere l’unico turista in città. Alla fine chiedendo in giro riesco a trovare un khoravatsi sul lungofiume (si tratta di locali che offrono solo semplici barbecue). Sono il solo cliente e sembrano molto sorpresi dal mio arrivo. Mi portano in cucina per scegliere la carne mentre per la verdura è sufficiente indicare quella esposta nel frigo. Due signore continuano a ridere e chiacchierare con il proprietario. Sembrano molto allegre. Sisian mi appare veramente fuori da ogni circuito turistico. Lunedì 25 giugno: Sisian – Tatev – Sisian Nel prezzo della mia camera è inclusa la colazione ma l’albergo è vuoto e così ieri sera avevo ribadito il concetto, accordandomi per le nove e mezzo visto che prima non era possibile. La mattina mi presento quindi alla reception e la signora inizia subito una serie di telefonate, apparentemente senza riuscire a prendere la linea. Alla fine si scusa dicendo che c’è stato un contrattempo; si offre comunque di prepararmi un tè e mi porta un “cake” ma la merendina italiana allo yogurt reca come data di scadenza lo scorso febbraio! La mattina è dedicata alla vista del monastero di Tatev, attrazione principale del sud armeno. Per raggiungerlo mi faccio chiamare un taxi dall’albergo, accordandomi per 6000 dram più 1000 dram per ogni ora (almeno così credo!). Raggiungiamo di nuovo la statale, proseguendo verso Goris. La Lada si lancia oltre i cento chilometri orari ma poi dobbiamo rallentare perché pieghiamo verso sud su una malmessa strada secondaria. Attraversati i paesini di Shinuhayr e Halidzor con le case disposte tra gli alberi, raggiungiamo il canyon scavato dal Vorotan. Improvvisamente appare una curiosa costruzione, una sorta di gazebo appollaiato a picco sulla gola. La vista è spettacolare. Il fiume scorre molto più in basso tra alte pareti rocciose coperte di vegetazione, in lontananza si scorge il monastero di Tatev; verdi montagne chiudono il paesaggio mentre, sotto il monastero, le acque di una cascata formano una striscia bianca. La strada prosegue in discesa, in alcuni tratti invasa da frane, fino a raggiungere il fiume in corrispondenza del Ponte del Diavolo. La leggenda racconta che un grosso macigno si staccò dalla montagna aiutando gli abitanti dei villaggi, bloccati dalle acque nella fuga dagli invasori. Ripartiamo risalendo l’altro lato della gola, con gli stretti tornanti ridotti a una pietraia. In cima si trova il paesino di Tatev ma noi puntiamo direttamente al monastero, protetto da massicce mura con torri angolari. La chiesa principale dedicata ai Santi Pietro e Paolo risale al 900 ma è stata gravemente danneggiata dal terremoto del 1931. I restauri sono stati quasi completati (manca la torre campanaria) e l’imponente gru con tanto di binari è rimasta sul posto, anche se i lavori sono sospesi da anni. L’interno della chiesa è completamente spoglio con un pavimento di marmo scuro, frutto del recente restauro, che contrasta con la nudità delle pareti di basalto. La pianta è a croce latina con una sola abside dietro l’altare. L’alta cupola, da cui pende un lampadario di ferro, è stata rifatta nel novecento come rivela il colore più chiaro delle pietre. Sono solo nella chiesa, accompagnato dal crepitio delle candele. Tornato all’esterno, sulla facciata orientale sopra le finestre due serpenti recano in mezzo un volto umano. L’alto tamburo della cupola è decorato da bassorilievi con motivi geometrici, fatto insolito in Armenia. Davanti alla piccola cappella di San Gregorio la tomba di Grigor Tatevatsi è uno scrigno con il tetto spiovente che simula le nostre tegole. Sotto la sua guida nel trecento il monastero raggiunse il massimo splendore. La colonna nell’angolo opposto, sormontata da una croce, doveva servire per segnalare i terremoti ma gli anelli di ferro che la tengono insieme sembrano indicare che non ha funzionato. Il complesso presenta vari edifici di servizio, tra cui un vasto ambiente con volta a botte e nicchie sulle pareti, forse un refettorio. La chiesetta della Madre di Dio invece sorge alta sopra l’ingresso principale. Il suo interno è un piccolo ambiente con un alto tamburo coronato da cupola. Il gruppo di turisti armeni è andato via da tempo e ormai rimangono a farmi compagnia solo due contadini intenti a falciare l’erba. Termino la visita con un’occhiata, all’esterno del complesso, a un edificio in pietra con volta ogivale, che ospita una grande macina. Sulla strada del ritorno incrociamo subito una corriera sgangherata che arranca in salita verso il paese; proseguiamo poi riattraversando i paesini dell’andata. Arrivati a Sisian propongo al tassista di saldarlo con 10.000 dram (6.000 per i chilometri percorsi e 4.000 per le quattro ore spese) ma lui ne vuole solo 8.000. Non ha capito oppure è veramente onesto. In compenso non riesco ad accordarmi per la gita del pomeriggio: l’orario delle tre e mezzo sembra andargli bene e anche il percorso ma poi comincia a dire qualcosa d’incomprensibile e ci lasciamo senza che abbia capito le sue intenzioni. Nella piazza davanti al ponte ritrovo il simpatico tassista di ieri e mi accordo con lui per la gita ad Aghitu, Voratnavank, Voratnaberd e Shamb al costo di 2500 dram. Il primo tratto fino ad Aghitu sono in compagnia di quattro armeni. I taxi devono essere molto economici per i locali che li usano per spostarsi da un villaggio all’altro. Mi scaricano davanti a una strana tomba mentre il tassista accompagna a casa gli altri clienti. Il monumento ricorda un po’ quello di Odzum e non è chiaro quale fosse la sua destinazione. Sopra un alto basamento con due ambienti aperti su archi, si leva una struttura a due livelli. Il primo presenta una colonna centrale sormontata da un capitello con volute da cui partono due archi verso i pilastri laterali; il secondo ha due colonnine dalla forma elaborata e tre archi. Proseguiamo, in un paesaggio verde ma pietroso, lungo la valle del fiume Vorotan, quando su un costone si scorge il monastero di Voratnavank. Il complesso solitario in basalto, scenograficamente collocato e parzialmente in rovina per i passati terremoti, anche senza il valore artistico di monasteri più celebri, ha un fascino notevole. Due chiese, una vicina all’altra, formano con le loro basse arcate un angolo che assomiglia a un “chiostro europeo”, prospettiva insolita in Armenia. La prima chiesa dedicata a Santo Stefano presenta, secondo lo schema classico, il gavit e la chiesa vera e propria. Il gavit ha un interno rustico con la pietra lasciata grezza. Il secondo ambiente è a navata unica con volta a botte e abside terminale; questa volta la pietra delle pareti è levigata “ad arte”. Alcuni uccelli hanno scelto la chiesa per farvi il loro nido, mentre le pareti dell’abside sono piene d’immagini di Gesù, stile poster. La semplicità del luogo è coinvolgente; non mancano due stanzette laterali. La chiesa di San Karapet ha absidi su tre lati e quattro stanzette angolari. L’ambiente è dominato dall’alta cupola; su una parete si notano tracce residue di affreschi. L’insieme delle tre absidi e della cupola è molto arioso. Attorno alle chiese sorge un cimitero con alcune belle lastre tombali, tra le quali mi colpisce la rappresentazione di un cavallo con un’ascia legata sul fianco, e tre personaggi, due uomini e una donna che regge un’iscrizione. Arrivati a un bivio, il tassista mi chiede dove andare ma io non so fornirgli indicazioni. Ci teniamo sulla sinistra, sulla sponda nord del Vorotan ma arrivati all’omonimo paese non c’è traccia della fortezza di cui parla la Lonely Planet. Proseguiamo fino a un ponte di pietra, fra maestose montagne di basalto, formate da curiosi pilastri allineati uno accanto all’altro. Un paesaggio simile lo avevo visto in Islanda dove mi avevano spiegato che è prodotto dal rapido raffreddamento di una colata lavica. Dopo un altro tratto, il fiume si allarga in un lago e passiamo sull’altra sponda, raggiungendo Shamb, segnalata dalla Lonely Planet per le sorgenti d’acqua calda. Naturalmente non so come spiegare al tassista ciò che cerco e lui si ferma in mezzo al paese, pensando che voglio fotografare chissà che cosa; quando però non mi vede all’opera ci rimane male e comincia a chiedere in giro cosa mai potrà interessare a uno straniero, “anglis”, da queste parti. Ripartiamo costeggiando il lago, fino a una diga origine del bacino artificiale, dove la strada termina davanti a un cancello. Scatto un paio di foto per compiacere il tassista e ripartiamo alla volta di Sisian. Prima di Vorotan proviamo la strada alternativa che converge al bivio dell’andata ma della fortezza (berd) non c’è traccia. La cartina scaricata da Internet segnala una chiesa e una fortezza, la Lonely Planet parla di una fortezza mentre la Bradt parla del monastero che ho visitato. Rileggendo la Lonely Planet mi viene il sospetto che la fortezza sia in realtà il monastero che presenta delle fortificazioni. Rimane però il mistero della cartina!? Nell’ultimo tratto raccogliamo altri passeggeri e finalmente siamo a Sisian, dove premio gli sforzi del tassista saldandolo con 3000 dram anziché i 2500 concordati. Rispetto a ieri che era domenica oggi Sisian è “piena di vita”. In giro si vede un po’ di gente e nel khoravats al lungofiume, complice anche il mio orario anticipato, ci sono persino dei clienti e due signori che giocano a backgammon

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