La Birmania

Siamo tornati da poco dal nostro viaggio in Birmania e mi accingo finalmente a scrivere le impressioni di questo, che forse fra tutti i viaggi fatti nel continente asiatico, è il più bello. Quello che ci ha colpito di più è stata la gente, semplice, mite, rassegnata ma sempre sorridente. E da ridere c’è ben poco. Partenza da Roma con...
 
Partenza il: 24/02/2008
Ritorno il: 10/03/2008
Viaggiatori: in coppia
Spesa: 2000 €

Siamo tornati da poco dal nostro viaggio in Birmania e mi accingo finalmente a scrivere le impressioni di questo, che forse fra tutti i viaggi fatti nel continente asiatico, è il più bello. Quello che ci ha colpito di più è stata la gente, semplice, mite, rassegnata ma sempre sorridente. E da ridere c’è ben poco. Partenza da Roma con volo Thai € 950. Come ho già raccontato in un mio precedente resoconto di viaggio in Tailandia, questi 747 non sono nuovissimi, mancano tante comodità che su altri aerei per lunghe percorrenze fanno la differenza. Il personale è comunque gentile ed efficiente. Dopo un cambio a Bangkok, finalmente atterriamo nel nuovissimo aeroporto di Yangon, rapido disbrigo per valige e passaporti e ad attenderci troviamo la nostra guida, un giovane birmano sulla trentacinquina che, appassionato della lingua italiana, da qualche anno ha deciso di mettere la sua esperienza al servizio dei turisti italiani. Dall’aeroporto al Summit Park Wiew Hotel ci sono circa trenta minuti di macchina. L’albergo è vicinissimo alla più grande e bella attrazione di questa città, la Shwedagon Paya. Un consiglio per chi decidesse di scendere in questo albergo: per pochi dollari in più fatevi dare una stanza fronte pagoda, oltre alla bella visuale eviterete il rumore del generatore elettrico che sta vicino alla piscina. Yangon non è una bella città, come del resto tutte le grandi città asiatiche e birmane in particolare. I dintorni invece riservano delle piacevolissime sorprese. Dopo una rapida doccia usciamo subito alla scoperta della città. La prima tappa è al fiume dove degli scaricatori fanno la spola fra battelli carichi di riso e i retrostanti magazzini. Stanchi, sporchi e sudati ogni tanto fanno una pausa per comprarsi un betel che dopo aver masticato per un po’ sputeranno per terra conferendo al suolo stradale quel tipico aspetto leopardato. Lì vicino ecco la nostra prima pagoda la Botatung Paya, più piccola delle sue sorelle Sule e Shwedagon, ma carina e po’ kitch. Usciti dalla pagoda ci dirigiamo al Bogyoke Aung San market, se preferite Scott market, eh si tutti in nomi birmani non sono molto facili per noi. Fatto un rapidissimo giro per comprarmi un longy, ci dirigiamo a vedere il Budda sdraiato. Il mercato, dice la nostra guida, non è molto conveniente; durante il nostro giro troveremo cose migliori a prezzi migliori. Il Budda sdraiato è bello ma situato sotto ad un capannone di ferro dipinto di verde, abbastanza bruttino, niente a che vedere con quello del Wat Po di Bangkok, ospitato in un bellissimo tempio. Prima di cena facciamo un salto al lago Kandawgy, meta preferita di coppiette e nel fine settimana di amanti del picnic. Per cena proviamo il ristorante “Junior Duck” con terrazza sul fiume e grandiosa cucina cinese, ci ritorneremo anche alla fine del viaggio. Perchè cucina cinese?La tradizione Bamar prevede che si cucini la mattina, per cui, a pranzo la cucina tradizionale è fresca e fragrante, la sera un po’ meno, ergo meglio cinese. Il giorno successivo, dopo aver mandato una mail a casa, andiamo alla Sakura Tower dove confermiamo il volo per il ritorno e ci godiamo il panorama dalla terrazza più alta della città. Lasciata la nostra guida che raggiungerà Mandalay in autobus il nostro simpatico autista ci porta poi a vedere i due elefanti bianchi (sacri) e un bellissimo tempio la Kohtatgyi Paya con un gigantesco Budda di marmo bianco alto 20 metri. Al ritorno ci fermiamo in un’antica fabbrica di vetro ormai in disuso per l’aumentato prezzo dei carburanti che non consentono una attività redditizia dei forni. Tornando verso casa chiediamo all’autista di fermarci al mercato alimentare per comprare delle banane. Il mercato è enorme, suddiviso per generi: arance, angurie e verdure al piano terreno, al primo piano: banane, peperoncini e ortaggi, al terzo piano: sala giochi e ristorantini con TV pubblica. Passiamo il pomeriggio nella piscina dell’albergo, la pace è rotta dalle grida di un corteo nuziale che ha scelto la piscina come sfondo per le fotografie di rito. Testimoni e damigelle con vestiti pastello si affannano intorno ai due sposini, comandati a bacchetta da uno stuolo di fotografe e assistenti più rumorose che professionali. Domani la sveglia è alle 4,00, il volo per Mandalay è stato anticipato per cui dopo aver fatto delle foto notturne alla porta est della Shwedagon, ceniamo in un ristorante di cui non ricordo il nome, che si trova in riva al lago Kandawgyi, poco male, la cena non era granchè. La mattina successiva stiamo all’aeroporto voli nazionali, un po’ vecchiotto e disadorno. La chiamata del volo è a voce, chi non conosce il birmano si arrangia cercando di individuare il logo della compagnia sulla giacca dello “speaker”. Il volo che credevamo diretto, prima di arrivare a Mandalay fa una fermata a Bagan. E’ normale: tutte le compagnie fanno una specie di giro circolare: Yangon, Bagan, Mandalay, Heho, Yangon, per cui se dovete fare Yangon-Heho preparatevi a tre decolli e tre atterraggi. Puntuale, dopo le quindici ore di pullmann, la nostra guida ci aspetta sorridente vicino al nastro bagagli. Dall’aeroporto alla città ci sono 45 chilometri e le città di Amarapura, Ava, e Sagaing sono sulla strada, per cui in albergo ci andremo stasera al termine della gita. La prima tappa è il monastero Maha Ganayon Kyaung dove ogni giorno i fedeli portano delle quantità di cibo per il pranzo dei monaci che puntualmente alle 11 escono dai loro alloggi e si mettono in fila per accogliere le cibarie e silenziosamente entrano nel refettorio dove su dei bassi tavolini consumano il pasto. Dopo il primo approccio con la cucina bamar, ci dirigiamo a Sagaing dove per prima cosa visitiamo la Kaunghmudaw Paya, splendida pagoda fatta a simiglianza di un perfetto seno di donna, proseguiamo per la collina di Sagaing, dove ammiriamo l’Umin Thounzeh un perfetto semicerchio che ospita trenta statue di Budda che poi in realtà sono quarantacinque, però siccome thounzeh significa trenta, mica potevano cambiare il nome! Dalla sommità della collina si gode un bel panorama della campagna sottostante cosparsa di pagode di varie grandezze. Cominciamo a sentirci stanchi, ma ci aspetta Ava l’antica Inwa. Per arrivarci bisogna traghettare con una barca che trasporta anche motorini, biciclette e ogni sorta di merci. Lì ho lasciato un pezzettino di cuore a delle bambine che vendevano a prezzi irrisori delle collanine di giada. Era impossibile comprare tutto per cui, a chi una caramella, a chi 200 kyat, abbiamo rubato un sorriso a tutte quelle creature. Una bambina con un vestitino verde ha voluto una fotografia mentre mi dà un bacino sulla guancia. Trenta secondi dopo sbarchiamo sull’altra sponda del fiume e un calesse tirato da un cavallo magrissimo ci porta al Bagaya Kyaung un monastero costruito interamente in tek, stupendo con le sue porte intarsiate e le colonne vistosamente rovinate dal tempo e dagli agenti atmosferici. All’interno, su minuscoli banchi scolastici, dei piccoli monaci ripassano l’ultima lezione. Sulla cattedra un severissimo monaco anziano li ascolta per l’esame di fine corso. Proseguiamo il giro col sempre più stanco cavallo e ci fermiamo poco dopo davanti alla torre di guardia, paurosamente pendente. Mia moglie Alba, prova a salire ma dopo pochi gradini rinuncia in preda a vertigini e credo anche alla paura che la torre possa crollare. In effetti gli scalini sono ripidissimi e la pendenza del muro costringe a procedere pericolosamente dalla parte del vuoto. A chiudere la nostra passeggiata c’è il monastero Maha Aungmye Bonzan costruito in mattoni e meglio conservato. Riprendiamo il traghetto e ritroviamo il nostro nuovo autista che tira fuori dal baule due bottiglie di acqua fresca, (un grand’uomo!) e partiamo alla volta dell’U Bein bridge. Non è ancora il tramonto, ora in cui si gusta maggiormente questo spettacolo, per cui ci sediamo ad un bar e per la prima volta provo un succo di canna da zucchero. (troppo dolce). Quando le prime luci del tramonto cominciano a tingere il cielo di rosa, ci muoviamo e cominciamo a percorrere il ponte, insieme a pellegrini, monaci o semplici passanti che devono raggiungere il villaggio all’altra estremità del ponte. L’atmosfera è magica le ombre lunghe delle persone sulle tavole del ponte danno un non so che di irreale al paesaggio, arriviamo alla fine del percorso e contrattiamo con un barcaiolo che ci riporterà indietro comodamente seduti e dal lago potremo fotografare il ponte in controluce nel momento in cui il sole calerà dietro alle montagne. Siamo sfiniti ma soddisfattissimi e finalmente ci dirigiamo verso Mandalay. Traffico, smog e pochissima illuminazione stradale. Il nostro albergo il Mandalay City Hotel è per fortuna lontano dal traffico, vi si accede per un passo carrabile e all’interno di un cortile ecco le palme, la vasca con i pesci rossi e il bell’ingresso. Il personale è gentilissimo, facciamo una doccia e ceniamo in albergo, cena scarsa ma in compenso costosa. La mattina successiva un battello privato ci porterà a Mingun. Sul ponte di questa barca ci sono due poltrone di vimini e un tavolino, il tutto sotto ad una tettoia che ci ripara dal sole già caldo. Credo che Mingun sia uno dei più bei luoghi che abbiamo visitato, in uno spazio di poche centinaia di metri quadrati ci sono tre meraviglie. Già arrivando dal fiume si scorge l’enorme pagoda incompiuta, da lontano sembra una montagna piatta, il tempo e i terremoti hanno continuato il processo di distruzione di quella che sarebbe dovuta essere la pagoda più grande del mondo e una leggenda locale vuole che questa costruzione debba sempre rimanere incompiuta altrimenti dolore e sciagure colpiranno gli abitanti. Dalla sommità un bianco abbagliante ci dice che siamo davanti alla Hsinbyume Paya, una meravigliosa pagoda bianchissima a sette terrazze che abbiamo avuto la fortuna di vedere appena restaurata e imbiancata. A pochi metri sorge un tempio nel quale è sospesa su grandi travi di ferro la famosa Mingun Bell la campana pesante 90 tonnellate.

Lungo la stradina piena di bancarelle di souvenir si apre ad un tratto il cancello del Mingun Sanitarium, una casa di accoglienza per anziani, dove abbiamo consegnato dei medicinali alla simpatica infermiera che si prende cura dei vecchietti. Una gradita sorpresa ci attende al ritorno. Sul ponte del battello che ci riporta a Mandalay, il barcaiolo ha preparato un rinfresco a base di banane, the, dolcetti e deliziose frittelle di mais. Nel pomeriggio visitiamo il palazzo reale circondato da un fossato lungo svariati chilometri, all’interno dei giardini reali oggi ci sono le abitazioni dei militari. Per il tramonto ci spostiamo verso la collina dalla quale si può godere un bel panorama della città. E’ ancora presto e ci sediamo a riposare su di una panchina, subito veniamo circondati da alcuni pellegrini birmani che ci chiedono di fare una foto insieme a loro, così da poter dimostrare a parenti e vicini di casa che hanno amici occidentali. Sono così teneri e semplici che è impossibile non amarli. Al momento del tramonto ecco venir fuori i turisti, pochi anzi pochissimi; nel nostro giro ne abbiamo visti un po’ solo a Mandalay e Bagan, quello che è avvenuto lo scorso settembre non incoraggia certo il turismo, e loro avrebbero tanto bisogno di turisti per dare una piccola spinta ad un’economia che per molti si regge ancora sull’artigianato, sul commercio dei souvenir e sulla ristorazione.



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