The road to Myanmar

Il Myanmar si è svelato a noi, giorno per giorno, come un Paese vivo, intenso, struggente
Scritto da: chiara-z
the road to myanmar
Partenza il: 01/01/2012
Ritorno il: 21/01/2012
Viaggiatori: 2
Spesa: 3000 €

2 gennaio 2012: YANGON

All’arrivo a Yangon dopo 23 ore di viaggio con la compagnia Emirates, percepisco nell’aria afosa le esalazioni del traffico cittadino e un odore dolciastro simile al gelsomino: proviene dai fiori che dondolano sospesi allo specchietto retrovisore della macchina. Siamo in Asia! E nella scura notte di Yangon ecco comparire, incorniciata dal finestrino unto, la lucente Shwedagon Paya.

L’indomani ci svegliamo nel magnifico Kandawgyi Palace Hotel e scostando le tende osserviamo la bruma che avvolge il Royal Lake. Riposati e rinvigoriti dall’esuberante colazione, prendiamo le misure del paese che ci ospita e visitiamo immediatamente uno dei suoi simboli, la Shwedagon Paya, appunto. Abbiamo a nostra disposizione una macchina di un’agenzia locale. È la prima volta che adottiamo questa soluzione e a fine racconto ne descriverò le implicazioni. A piedi nudi saliamo dall’ingresso meridionale. Nel corso del viaggio le scarpe saranno un accessorio inutile poiché spesso si cammina scalzi: in Myanmar c’è il trionfo delle flip flop! Mi viene fornito un bel longyi vermiglio per coprire le gambe durante la visita. Il longyi è simile al sarong e la maggior parte degli uomini indossa questo semplice e pratico indumento in cotone quadrettato, spesso cucito in modo da ottenere una forma cilindrica. Raggiungiamo il basamento: l’oro accecante dello zedi è assolutamente ipnotico. Lo sguardo è combattuto tra il richiamo della massiccia forma a campana e la gente sorridente, che ci saluta con squillanti “mingalaba!”. Le donne timidamente ci avvicinano per chiedere una foto ricordo con tutta la famiglia: i bimbi in braccio, le nonne si lisciano la gonna, gli uomini s’impettiscono, le ragazze si tolgono la giacca e rimangono in graziose camiciole. Che onore! Nei mesi precedenti qualsiasi viaggio, mi chiedo quanto l’immagine mentale che ho costruito, aderisca poi alla realtà di un paese. A poche ore dall’arrivo in Myanmar, al cospetto di questo simbolo buddista, sono quasi sicura che le mie attese non verranno ridimensionate. Proseguiamo, su suggerimento dell’autista, alla Nga htat gyi Paya con il Buddha placidamente seduto all’interno di un’imponente struttura in legno. All’ingresso ci regalano due bottiglie d’acqua. Ci pervade una sensazione di “gentilezza diffusa”. A poca distanza si trova la Chaukhtatgyi Paya, caratterizzata da un lucido Buddha disteso di 65 m. Vedo monaci che si muovono silenziosamente e si recano ai loro monasteri, disseminati in questo quartiere.

La prossima destinazione è la Botataung Paya, situata lungo il fiume. Esamino la ressa di gente davanti l’ingresso: i suonatori vibrano dei piatti in metallo scandendo le movenze delle danzatrici e un uomo guida alcuni presenti verso un momento di trance. Le macchine non transitano in questa confusione: non riesco a chiedere spiegazioni, poiché gli astanti hanno occhi solo per i protagonisti di questa “esibizione”. Camminiamo poi verso il fiume dove si vedono molte chiatte e un deposito di container. Mi ero fatta l’idea di un paese chiuso anche ai commerci, ma i fatti smentiscono le mie ipotesi, soprattutto quando arriveremo nella frenetica Mandalay. Infine, la Sule Paya, circondata dal traffico del centro. Salendo non ci si rende conto della posizione anomala. È sufficiente osservare una foto dall’alto per capire la sua peculiarità. Ci sediamo sui gradini all’ombra poiché l’afa è insostenibile. Un anziano chiacchiera con noi spiegandoci che ha trovato delle similitudini tra i precetti buddisti e quelli cristiani e ci invita a dirgli il nostro giorno di nascita. Serio, verifica la rispondenza su un libretto ed è soddisfatto di vedere che realmente siamo nati di venerdì e lunedì. Nel primo pomeriggio rientriamo in hotel per una pausa. Il nostro autista ritorna e ci conduce al Bogyoke Aung San Market che sta chiudendo ma noi non siamo incuriositi dall’intrico di bancarelle ed egli, capendo al volo i nostri interessi, ci porta a Chinatown, dove per strada fotografiamo frutta, cibo in preparazione e tanta gente indaffarata. Due monache bambine ci seguono in silenzio. Mi fermo e condivido con loro della frutta fresca: nei loro occhi, scuri come pozzi, vedo baluginare un guizzo di simpatia. Per cena scegliamo il noto ristorante Monsoon. Il nostro autista ci saluta e va casa; non abbiamo difficoltà a trovare un passaggio per l’albergo.

BAGO: ROCCIA D’ORO

La mattina del 4 gennaio (festa nazionale) si parte alle 8.30 per Bago. Lasciamo al deposito dell’albergo gli zaini grandi e partiamo con uno zainetto per il cambio. A sud del paese immortaliamo le quattro statue di Buddha della Kyik Pun Paya, senza entrare nel suo perimetro (non abbiamo pagato i 10 dollari per la visita dei siti della cittadina). Proseguiamo per vedere l’enorme Shwethalyaung Buddha. Conversiamo con una guida turistica e, tranne qualche locale in preghiera, il luogo è immerso in una dolce quiete. Già avvicinandoci alla slanciata Shwemawdaw Paya, si avverte il fremito delle attività della città di Bago. E ancor più fermento troviamo allo Snake Monastery dove frotte di persone si accalcano di fronte la teca contenente uno dei pitoni più grandi al mondo. Alla vista della circonferenza del bestione strisciante, premuta dalla folla nella stanzetta senza aria, mi sono sentita mancare le gambe. Sono uscita di corsa e con malcelato orrore ho raggiunto l’autista gridando “bello bello bello!” per non deludere le sue aspettative. I primi giorni non pranziamo per via del caldo ma assaggiamo vari frutti e tuberi dal nome ignoto, acquistati presso le bancarelle lungo la strada. Per arrivare al Monte Kyaiktiyo inizialmente si attraversano paesaggi agricoli e verdi risaie. In seguito si sale su un basso altipiano: entriamo ufficialmente nello stato Mon. Giunti a destinazione, troviamo posto sui famigerati camion attrezzati con panche: io penso che, visti i nostri culoni, ci consentano di stare in quattro persone per panca. Valutazione errata! Il conducente ci pigia e si sta in sei. L’attesa per la partenza è sfiancante poiché bisogna rimanere al proprio posto, premuti uno con l’altro e la temperatura non da tregua. Neppure le ascelle degli astanti. Il divertente tragitto in camion (3000 ks in due) si svolge tra tornanti e accelerate repentine. È la salita a piedi che ci fa temere di crepare lì, tra i ragazzi con le portantine che aspettano di vederci stramazzare. Si respira solo quando il sole si nasconde dietro le nuvole. La testa pulsa, il mio volto assume un imbarazzante color scarlatto, le gambe si rifiutano di salire: è la mancanza di allenamento o è così per tutti? La durata del percorso è di 45 minuti. Arriviamo al Mountain Top Hotel dove ci precipitiamo sotto la doccia e ci cambiamo. I vestiti rimarranno pregni di sudore fino al giorno successivo. L’albergo è abbarbicato sul costone della montagna e i camerieri, sparpagliati lungo il dislivello, comunicano con i walkie-talkie. La nostra camera presenta un arredamento semplice ma una splendida vista sulla vallata verso oriente. Rigenerati, con al collo il biglietto d’ingresso (si fa nell’edificio di fianco l’albergo – valido 2 giorni), corriamo a vedere il tramonto presso la Roccia. L’atmosfera è mistica con centinaia di pellegrini in contemplazione, una quieta massa di persone che si preparano a trascorrere la notte sul freddo pavimento. Rimaniamo lì a fotografare il macigno sospeso nella luce soffusa del crepuscolo e i bivacchi per un tempo indefinito. Ceniamo presso l’hotel ma si può scegliere anche il locale di fronte che propone un sottofondo musicale alquanto profano: Michael Jackson. Segue una passeggiata nell’oscurità della via principale e, dopo aver convinto Alberto della mancanza di una qualsiasi attività “mondana”, andiamo a nanna.

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Quiete a Mingun



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