Tornare a un arcaico-futuro?

Allerta alluvioni in Italia: urge un restauro filologico del territorio!

 

Premessa: qui nessuno vuole accreditarsi come “ecologista”, turisti siamo e turisti restiamo. Ma, proprio come turisti (e quindi appassionati di paesaggio) e soprattutto in quanto cittadini (appassionati di quel che accade) dobbiamo porci qualche problema in merito a quello che è successo (e purtroppo sta ancora succedendo) in Liguria, Toscana, Piemonte, Campania. Finalmente, ascoltando sotto il rumore di fondo mediatico, che mescola spesso sensazionalismo e demagogia, qualcosa si comincia a capire. Io, dopo ore di TV e qualche telefonata ad amici liguri, credo di aver capito due cose.

Il primo dato, che un Tg finalmente mi ha trasmesso con chiarezza (mi pare fosse il tg3) è quello storico: cose del genere in Liguria e in particolare a Genova erano già successe, molte volte, a partire dalla tragedia del 1970, che provocò (vado a memoria) 20 morti. Le immagini sono incredibili, proprio perché sono identiche a quelle di oggi. Questo “particolare” (che francamente può sfuggire alla memoria di uno spettatore distratto o a chi non abita queste zone) dimostra senza dubbio che tutto questo non era affatto imprevedibile. Ma l’altro dato – che ho capito vedendo uno speciale tg2 ma soprattutto i video della gente – è che la modalità (e quindi le ragioni) dei disastri sono più o meno sempre quelle, alle Cinque Terre come in centro a Genova: molto spesso di tratta di fiumi (torrenti) che vengono deviati e soprattutto coperti, intubati. E sopra alla fogna in cui viene costretto il torrente, si sono costruite strade o addirittura case. E allora non bisogna essere ingegneri idraulici per immaginare cosa possa essere successo: il torrente (che scende con dislivelli fortissimi da una montagna che sta quasi a ridosso del mare) si ingrossa all’improvviso, il tunnel riduce la portata e diventa una bomba ad acqua compressa. La famosa strada di Genova nella quale sono accadute le cose più dolorose, a monte ha appunto questa situazione. A Vernazza è accaduta la stessa cosa, come ci hanno raccontato i nostri amici che ci abitano. Certo, la colpa è di tecnici e politici che, per ignoranza o in malafede, hanno avallato questo tipo di sviluppo. La colpa è di quegli imprenditori-speculatori che su questo hanno lucrato.

Ma ci siamo dentro tutti: tutti (o quasi tutti) abbiamo condiviso (dal dopoguerra all’altroieri) questa cultura. E, tornando a Genova, non si tratta quindi di stabilire semplicemente se il Comune ha fatto bene o no a lasciar aperte le scuole: il problema è che finora abbiamo (quasi) tutti più o meno condiviso un punto di vista: la qualità della nostra vita quotidiana odierna si basa su una filiera produttiva del tipo sviluppo-costruzioni-cemento-case-strade. Un palazzo, letteralmente costruito sopra ad un fiume, che era stato la causa dell’inondazione di qualche anno fa, avrebbe dovuto esser demolito 10 anni fa: invece è ancora in piedi, e ci abita della gente. Magari abbiamo dei “piani di emergenza” in vista della prossima alluvione, ma non abbiamo un Piano B per orientare diversamente lo sviluppo. E non basta nemmeno smettere di costruire e non ripetere più gli errori del passato: secondo me (che sono modestamente soltanto il figlio di un geometra, sia pure idraulico) bisogna tornare indietro, abbattere, restaurare filologicamente il territorio. A questo proposito – da turista – mi viene in mente un esempio: il Parco dell’Isola della Cona, dalle parti di Monfalcone (a cui facciamo cenno anche nel numero di dicembre di Turistipercaso Magazine). In quel caso si è s-bonificato una buona fetta di territori agricoli, per ristrutturarli e riportarli a come erano prima, per facilitare la sosta e il passo degli uccelli migratori. Avete capito bene: decenni fa si era fatta molta fatica a bonificare quei terreni, per darli all’agricoltura, e qualche tempo fa sono stati ri-allagati. Non è decrescita, anzi: anche il PIL potrebbe goderne benefici. Infatti quei pochi ettari di terra rendono di più ora, col Parco, di quanto potrebbero rendere se li coltivassero a frumento.

E sempre da turista, potrei fare altri esempi che abbiamo visto coi nostri occhi: per esempio il Governo dei Territori d’Oltremare della Polinesia Francese che danno dei contributi per convincere qualcuno a tornare a coltivare il cocco e la copra, cioè a fare manutenzione sulle isole. Oppure l’esempio del rilancio dell’allevamento della pecora Alpagotta, che ottiene innanzitutto il risultato di pulire la montagna laddove la meccanizzazione non arriva, evitando frane e alluvioni. Syusy direbbe che bisogna tornare ad un arcaico-futuro, cioè recuperare il passato per affrontare il futuro: non è un ossimoro, è un dato di fatto. Ma tutto questo cosa implica? A Genova “restaurare” il territorio significherebbe abbattere le case costruite nei posti sbagliati, deviare le strade e restituire ai fiumi il proprio alveo naturale. Chi se ne assume la responsabilità? Bisogna davvero cambiare mentalità, accettare altre priorità: il turismo, come attenzione al territorio e come sua possibile risorsa, potrebbe far molto per ri-orientare la cultura amministrativaPer questo ne stiamo parlando su un sito come questo.

Patrizio

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Commenti
  1. micheledemo
    , 8/11/2011 11:27
    abito a genova, tra il fereggiano e il bisagno. non avete idea dell'urbanizzazione selvaggia che c'è.
    palazzi da 100 appartamenti praticamente addossati, uno sopra l'altro, sulle colline e sui fiumi. nel quartiere di sestri ponente c'è addirittura un intero palazzo costruito NEL LETTO del fiume.
    non si fa nulla per l'ambiente, tutto giro intorno al profitto.
    adesso sto pensando di tornare al passato. con mia moglie e alcuni amici stiamo sognando di comprare qualche ettaro di terreno e mettere su una comune. vivere come 200 anni fa, quando l'uomo era più saggio e la vita migliore,

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