Drum bun. Dai Balcani ai Carpazi

Alcune informazioni pratiche sono in fondo! Drum bun, letteralmente buona strada, o meglio buon viaggio. S’incontra quest’augurio dappertutto, sulle strade della Romania. La decisione di visitare questa parte per noi sconosciuta dell’est europeo ci ha portato a compiere un lungo ...

  • di agnese
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: in coppia
    Spesa: Da 1000 a 2000 euro
 

Alcune informazioni pratiche sono in fondo! Drum bun, letteralmente buona strada, o meglio buon viaggio. S’incontra quest’augurio dappertutto, sulle strade della Romania.

La decisione di visitare questa parte per noi sconosciuta dell’est europeo ci ha portato a compiere un lungo viaggio tra molti paesi nostri vicini di casa (Croazia, Bosnia, Serbia e Montenegro, Albania, Macedonia, Bulgaria e Romania), trascurati dal turismo di massa, e per me anche a realizzare un viaggio della memoria, tra gli inquieti Balcani.

Il nostro viaggio inizia e si conclude in Croazia, nostra vicina di casa.

A Fiume hanno la faccia tosta di chiederci 100 € per una stanza in uno squallidissimo albergo soviet e quindi cerchiamo un B&B nei pressi, a Cavle.

Il nostro primo obiettivo è la visita la parco di Plitvice, meritatamente patrimonio UNESCO. In parte ripercorro la strada che percorsi nel 1996, subito dopo la fine della guerra, quando la gran parte delle case era bombardata. A distanza di nove anni quasi tutto è stato ricostruito, le facciate ed i tetti hanno i vivaci colori del nuovo, ma su alcune sono ancora ben visibili i buchi provocati da proiettili o schegge. Qualche casa, cadente ed invasa dalla vegetazione, non ha più ritrovato i suoi abitanti.

Il parco di Plitvice è lo spettacolo che ricordavo: un festival d’azzurro e verde smeraldo, l’acqua dei suoi 16 laghi di una limpidezza cristallina che mostra migliaia di pesci. Mi sbaglierò, ma ho l’impressione che sono molto più numerosi del ’96, quasi all’epoca avessero subito anche loro la guerra. Il caldo sarebbe intollerabile se non ci fosse la lussureggiante vegetazione ad ombreggiare i sentieri. Compiamo tutto il percorso del parco, aiutandoci anche con il battello ed il trenino gommato.

Ho la curiosità di rivedere Bihac, di cui ricordo le macerie. La neo-frontiera tra Croazia e Bosnia in questo punto consisteva in una baracca di lamiera; noto con sorpresa che è variata di poco, le baracche di lamiera sono aumentate di numero. Anche Bihac è stata ricostruita, ma ancora si vedono case bombardate. In Bosnia si percepisce un certo grado d’arretratezza rispetto alla vicina Croazia, che beneficia di tutta la costa dalmata. La moneta ufficiale sarebbe il marco convertibile, ma gli euro sono ben accetti. Lungo la strada iniziano a comparire, con nostro stupore, dei cartelli solo in cirillico. Decidiamo di pernottare nei pressi di Mrkonjic Grad, un bel posto di montagna, con un verde laghetto e con la rassicurante presenza del cartello che indica un albergo. E’ sabato pomeriggio inoltrato e dai prati circostanti i gitanti locali stanno smobilitando, lasciando gli scarsi cestini traboccanti di cartacce unte e bottiglie vuote. La Bosnia fu duramente colpita dalla guerra, ma qualcosa si è salvato dai bombardamenti: l’unico albergo in cui dormiremo, ovviamente stile soviet, la cui ultima ristrutturazione risale minimo agli anni sessanta. La mattina successiva l’uovo fritto della colazione, unitamente alle infinite curve che ci separano da Mostar, metterà a dura prova il nostro stomaco.

Il piccolo centro storico di Mostar, lastricato di pietra bianca, rende la temperatura asfissiante. E’ molto carino, ma purtroppo non conserva più il fascino dei segni impressi dal trascorrere dei secoli: pure se tutto è stato fedelmente ricostruito, il candore pulito delle pietre ed il fiammante color ruggine dei tetti emana un sapore di nuovo: occorreranno anni per ritrovare quel fascino. Il famoso ponte, gremito di gente per assistere ai potenziali tuffi, colpisce per le sue dimensioni ed architettura, ma non è stata fatta un’opera di fedele riproduzione. M’intristisce vedere che nel suo apice è stato posto un grosso medaglione in pietra con il simbolo della Red Bull, che ne ha evidentemente finanziato la ricostruzione. Hanno cercato di mantenere una certa sobrietà, ma è sempre e comunque pubblicità: una vera violenza del terzo millennio sui secoli passati, meglio i feroci ottomani, che poi tanto feroci non erano. A distanza di dieci anni dalla fine della guerra Mostar appare ancora una città ferita: i palazzi sventrati e bruciati dai bombardamenti sono ancora numerosi

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Commenti
  1. dritangremi
    , 4/3/2011 18:13
    qualcuno e andato per sistemare i <a href="http://www.dentistiinalbania.com/">denti in albania</a> ?

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