Cosa vedere a Durazzo: guida alle architetture che sfidano i secoli

Redazione TPC, 18 Feb 2026
cosa vedere a durazzo: guida alle architetture che sfidano i secoli

C’è un momento preciso, quando si cammina per le strade di Durazzo, in cui il rumore del traffico moderno sembra affievolirsi, lasciando spazio a un silenzio molto più antico. Non è la quiete dell’abbandono, ma la solennità della pietra che sopravvive. Durazzo, o Dyrrachium per chi preferisce la memoria latina, non è semplicemente una meta balneare affacciata sull’Adriatico. È un archivio a cielo aperto dove la storia non è scritta su carta, ma incisa in strutture che hanno deciso di non crollare. La città possiede una qualità rara: la durevolezza. Mentre altre capitali dell’antichità sono state spazzate via o sepolte fino all’oblio, Durazzo ha mantenuto la sua posizione, strato su strato. Qui l’architettura non è solo estetica; è una risposta tecnica alle sfide del tempo, della guerra e, soprattutto, della terra che trema. Visitare questa città significa leggere un manuale di ingegneria che abbraccia due millenni, dove ogni blocco di calcare e ogni arco in mattoni racconta una strategia di resistenza.

L’anfiteatro romano: un gigante di ingegneria sismica

Nel cuore del tessuto urbano contemporaneo, quasi soffocato dai palazzi moderni ma indifferente alla loro presenza, sorge l’Anfiteatro Romano. Costruito nel II secolo d.C. sotto l’imperatore Traiano (o forse Adriano, il dibattito accademico è ancora vivo), questa struttura non è solo il più grande anfiteatro dei Balcani, capace di ospitare tra i 15.000 e i 20.000 spettatori. È un capolavoro di adattamento morfologico e resistenza strutturale.

A differenza di molte altre arene romane costruite su terreni pianeggianti e sostenute interamente da arcate artificiali, gli architetti di Dyrrachium scelsero una soluzione ibrida. Sfruttarono la pendenza naturale della collina per sostenere parte della cavea (le gradinate), riducendo il carico statico sulle strutture murarie. Questa scelta non fu solo economica, ma geologica: ancorare l’edificio alla roccia madre ha permesso al monumento di assorbire le onde sismiche che hanno devastato la regione per secoli, in particolare i catastrofici terremoti del 345 e del 1273.

Passeggiando nelle gallerie sotterranee, i vomitoria, si può osservare da vicino la tecnica costruttiva. I romani utilizzarono l’opus caementicium, il calcestruzzo antico, mescolato con pietre locali estremamente dure. La malta pozzolanica, che ha la proprietà di indurirsi anche in presenza di umidità, ha creato un legame chimico tra i materiali che il tempo ha faticato a scogliere. È affascinante notare come le volte a botte scarichino il peso in modo uniforme, una lezione di statica che rimane valida ancora oggi.

Ma la resistenza dell’anfiteatro non è solo fisica, è anche funzionale. La struttura non morì con la fine dei giochi gladiatori. Nel VI secolo, una cappella bizantina fu inserita all’interno di una delle gallerie, decorata con mosaici di rara bellezza raffiguranti Santi e figure imperiali. Questi mosaici, realizzati con tessere di vetro e pietra, non sono solo decorazioni: sono la prova di come l’architettura solida permetta il riuso. Le pareti romane erano così stabili da poter accogliere, secoli dopo, la delicatezza dell’arte musiva senza che questa venisse compromessa da cedimenti strutturali.

La riscoperta fortuita

Un aspetto che rende questo luogo ancora più magnetico è la sua storia recente. Per secoli, l’anfiteatro è rimasto sepolto, invisibile sotto le case ottomane e i giardini privati. La sua “durevolezza” è stata anche la capacità di attendere nel buio. Fu solo nel 1966 che l’edificio tornò alla luce, e in modo del tutto accidentale: un albero di fico sprofondò nel terreno, rivelando le cavità sottostanti. Gli scavi successivi hanno liberato un gigante che, nonostante l’incuria e l’urbanizzazione selvaggia del XX secolo, mantiene intatta la sua maestosità scheletrica.

La torre veneziana e le mura bizantine: architettura difensiva

Spostandosi verso il lungomare, la narrazione architettonica cambia registro ma non sostanza. Se l’anfiteatro parla di spettacolo e coesione sociale, la Torre Veneziana (o Rotonda) parla di pura sopravvivenza militare. Questa struttura circolare, che oggi segna l’estremità delle antiche mura cittadine, è un esempio da manuale di fortificazione rinascimentale applicata su basi bizantine.

La torre attuale fu rinforzata durante la dominazione veneziana nel XV secolo, in risposta all’avvento di una nuova minaccia tecnologica: l’artiglieria a polvere da sparo. Le vecchie mura medievali, alte e sottili, erano vulnerabili alle cannonate. La risposta tecnica fu la geometria curva. La forma cilindrica della torre non è un vezzo stilistico, ma una necessità balistica: le superfici curve deviano i proiettili, impedendo l’impatto diretto e perpendicolare che frantumerebbe la pietra.

Osservando la base della torre, si nota lo spessore impressionante delle mura, che in alcuni punti raggiungono i cinque metri. L’interno è una camera voltata massiccia, progettata per sostenere il peso dei cannoni posizionati sulla sommità. I materiali utilizzati sono un misto di pietra calcarea e mattoni, legati con malte ad alta resistenza. Questa eterogeneità dei materiali non è casuale: l’alternanza di strati rigidi (pietra) e strati leggermente più elastici (mattoni) conferisce alla struttura una duttilità essenziale per resistere agli urti.

Il castello di Durazzo

La torre non è un elemento isolato, ma il fulcro di ciò che resta del Castello di Durazzo. Le mura che si dipanano dalla torre furono erette originariamente dall’imperatore Anastasio I (che era nativo di Durazzo) alla fine del V secolo. Anastasio trasformò la città in una delle fortezze più inespugnabili dell’Adriatico, dotandola di una triplice cerchia muraria. Anche se gran parte di queste difese è andata perduta, i tratti superstiti mostrano la grandezza dell’impresa: blocchi ciclopici alla base che sfidano la gravità senza l’uso di malta nei punti più antichi, seguiti da integrazioni medievali.

Camminare lungo queste mura significa percorrere la linea di confine tra la terra e il mare, tra l’Oriente e l’Occidente. Durazzo era la testa di ponte della Via Egnatia, la strada che collegava Roma a Costantinopoli. Le architetture che vediamo oggi dovevano essere abbastanza forti da proteggere non solo una città, ma l’ingresso stesso all’impero. La loro presenza, ancora oggi, testimonia che la funzione detta la forma, e quando la funzione è la difesa estrema, la forma diventa eterna.

Raggiungere Durazzo: la logistica come ponte tra due sponde

Analizzare la solidità di Durazzo implica anche comprendere il legame indissolubile che questa città ha con l’altra sponda dell’Adriatico. Il mare, in questo contesto, non è un ostacolo, ma un’infrastruttura liquida che è stata “pavimentata” da secoli di rotte navali. Per il viaggiatore attento all’architettura e alla storia, l’arrivo via mare rappresenta la scelta filologicamente più corretta: permette di vedere la città come la vedevano i legionari, i mercanti veneziani e i viaggiatori del Grand Tour, ovvero come un approdo sicuro che emerge dall’orizzonte.

Oggi, la traversata è supportata da una logistica moderna che garantisce quella stessa affidabilità tecnica che ammiriamo nei monumenti antichi. Per chi parte dal sud Italia, i traghetti per la tratta Bari Durazzo rappresentano uno dei collegamenti marittimi più diretti tra le due sponde dell’Adriatico. La rotta, oggi servita da operatori specializzati, continua a svolgere quel ruolo di ponte sul mare che questo tratto di costa ricopre da secoli.

Le navi moderne offrono una stabilità e un comfort che trasformano il viaggio in una parte integrante dell’esperienza culturale. Non si tratta solo di spostarsi da un punto A a un punto B, ma di ripercorrere una rotta storica con la sicurezza della tecnologia navale contemporanea.

Scegliere di raggiungere Durazzo da Bari in traghetto con Ellade significa anche apprezzare la continuità. Si lascia il porto di Bari, anch’esso ricco di storia, per approdare direttamente nel cuore pulsante di Durazzo, a pochi passi da quella Torre Veneziana che scrutava l’orizzonte in cerca di vele amiche o nemiche. È un arrivo scenografico e pratico, che permette di portare con sé il proprio veicolo, opzione ideale per chi poi desidera esplorare l’entroterra albanese alla ricerca di altre rovine e architetture nascoste.

La persistenza della memoria

Durazzo non è una città che si svela immediatamente. Richiede pazienza e la volontà di guardare oltre le facciate dei nuovi hotel. La vera essenza del luogo risiede nella tensione tra ciò che è effimero e ciò che resta. L’Anfiteatro e la Torre Veneziana non sono semplici attrazioni turistiche; sono testimoni di una sapienza costruttiva che ha sfidato i secoli.

Il viaggio verso questa destinazione, facilitato dalle moderne connessioni marittime, diventa così un percorso a ritroso nel tempo. Si parte dalla comodità del presente per toccare con mano la ruvida, indistruttibile superficie del passato. E forse, appoggiando la mano su quelle pietre millenarie scaldate dal sole, si comprende che la vera architettura non è quella che occupa lo spazio, ma quella che vince il tempo.



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