Un trono vicino al sol

Il più classico itinerario in Perù

  • di Kingsize
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: 16
    Spesa: Oltre 3000 euro
 

Dallo stretto passaggio tra due muri di adobe, mattoni di terra cruda, William spia gli ospiti che stanno tenendo papà Edwin così occupato da ieri mattina. I pomelli rossi che il vento e il sole gli hanno colorato sulle gote d’angelo, il portamento da ometto nell’abito tradizionale dell’isola di Taquile, quell’innocenza che solo amore s’aspetta e amore incondizionato irradia, fanno inspiegabilmente sanguinare il mio cuore d’incallito individualista. E’ un crimine rubare un bambino di quattro anni, ma è altrettanto un delitto dover chiudere la porta sul mondo d’amore che il suo sguardo spalanca. Lo lascio agli sciacalli della foto, è troppo sacro quel che ha risvegliato in me. Questa mattina, dopo la notte freddissima dei quattromila metri, è limpida e, nell’aria rarefatta, l’alternanza degli eucalipti e degli orti scandisce il ritmo. Sulle acque blu del Titicaca il sole s’è lanciato nel suo assolo quasi mediterraneo, ma quella laggiù, appena visibile all’orizzonte, è la costa della Bolivia. Scendo le balze coltivate a mais e patate fino all’acqua, nemmeno troppo fredda. Risalendo, l’aria non mi basta: respiro a pieni polmoni, ma mi sento soffocare: sono su un’isola a 4.000 metri sul livello del mare. A Taquile s’era rifugiata, millenni fa, una comunità quechua, il cui semplice stile di vita si incarna ora in questi uomini misurati, in queste donne formose, tutti serrati in un senso d’onore e di appartenenza che ricorda i nostri sardi. Non a caso è dal Titicaca che la coppia primigenia, Manco Capac e Mama Occlo, sono emersi per fondare la stirpe inca. Il sole qui è vicino, la sua presenza acceca il giorno tanto quanto la sua assenza gela la notte e, invitte, duemila anime regnano indisturbate in questo luogo reale ma che sa di mito.

E’ una pausa campestre, quella nostra a Taquile, ma la paglia sulla terra battuta della stanza, i sentori delle piante, le sfumature del paesaggio e l’incedere lento delle ore sono altrettanto eloquenti ed importanti degli altri luoghi a più palese contenuto intellettuale che abbiamo toccato nel nostro giro del Perù. Qui sembra che sia la terra a suggerire all’uomo come vivere, che questa terra cioè abbia la voce di questa cultura che nessuna conquista mai potrà annientare. A Nazca ci parlavano come se l’invasione da parte dei Wari fosse cronaca recente, a Ayacucho come se le ferite che Sendero Luminoso ha inflitto alla regione sanguinassero ancora, a Machu Picchu come se in fondo alla valle gli spagnoli potessero ancora individuare le strade d’accesso alla città. Storia, cronaca e tradizioni disegnano in Perù – un paese esteso più di quattro volte l’Italia – una miriade di vivaci, vitali identità locali: dai piccoli, nascosti alberghi boutique, con divani e caminetto acceso, ai modesti ostelli gestiti da minuscole cooperative di famiglie; dai mercati paesani dove ancora si pratica il baratto, ai supermercati occidentali che fortunatamente stentano ad imporre la loro logica aberrante su un tessuto urbano ancora troppo povero; dagli specialisti appassionati che propongono sport estremi con grande professionalità, ai ritardi biblici dei collegamenti aerei da Cuzco. Per infuriante che il Perù possa essere, per limitate che le sue risorse per lo sviluppo possano presentarsi, vi si respira la resilienza che le Ande non hanno mai cessato di insegnare, marcata dalla pena della sopportazione per chi non ha saputo immaginare una vita migliore, o animata dalla determinazione e dallo slancio verso il futuro per chi ha saputo cogliere l’occasione giusta o avuto il coraggio di perseguire la propria vocazione. Le storie di battaglie – di popoli o d’individui – si rincorrono qui oggi come ieri. Volontari mettono a frutto le loro professionalità per aiutare i più bisognosi e gli abbandonati, dedicando la vita a dar voce a chi non l’ha, a chi nemmeno immaginava di avere il diritto ad esser trattato come persona. Ce se ne potrebbe stupire, considerando la capillarità colla quale gli aspiranti alle cariche dello stato pubblicizzano la propria candidatura sui muri di tutto il Paese. Pensione a 65 anni, benzina a basso prezzo, colazione e pranzo gratuiti agli scolari, garanzia di lavoro e più opere pubbliche sono solo alcune delle promesse di chi svergognatamente afferma di “stare col popolo”. Tanta insistenza conferma invece l’incolmabile distanza tra le poltrone del potere e le panche del mercato del paese, del paese di Quinua ad esempio, dove – sotto grandi teloni di plastica blu – nativi e turisti consumano la medesima pietanza di pollo e verdure da un piatto di polistirolo, mentre al lato, nello spiazzo definito da una cornice di bottegucce, i prodotti della terra, dell’artigianato locale e della globalizzazione selvaggia cambiano di mano per pochi soles. Ah, come le meraviglie di oggi condividono gli stessi spazi di quelle di ieri e dell’altro ieri! Un obelisco candido su un pianoro vicino commemora la battaglia che, nel 1824, pose fine all’occupazione coloniale del Perù. La vista spazia sul vasto anfiteatro delle montagne tutt’attorno. E, poco più in là, sulla strada per Ayacucho, un ragazzo dal portamento impacciato ma dalla nitida visione storica ci illustra il susseguirsi delle culture nella regione e, nella luce accecante di quel deserto di cactus, la funzione delle nicchie, delle piazze e dei templi delle rovine Wari

  • 4884 Visualizzazioni
  • Stampa
  • Invia ad un amico

Commenti
  1. talamanca
    , 3/5/2012 02:04
    che bellissimo diario! complimenti

Per scrivere su Turisti Per Caso devi prima registrarti!


Entra con il tuo account social