Marco ci guida nella sconfinata, misteriosa Mongolia

Marco C. È un Turista per Caso che ci ha scritto per parlarci della "sua" Mongolia; ci ha contattato dopo aver letto sul sito delle iniziative di Syusy <a href='/viaggi/itinerari/testotpc.asp?ID=12632#inizio'>legate alla yurta</a> e la sua mail ci ha proprio colpito! ...

 

Marco C. È un Turista per Caso che ci ha scritto per parlarci della "sua" Mongolia; ci ha contattato dopo aver letto sul sito delle iniziative di Syusy legate alla yurta e la sua mail ci ha proprio colpito! Per questo gli abbiamo chiesto di scriverci una lettera che spiegasse meglio a noi e ai nostri lettori l'essenza di una terra ancora poco turistica e per questo poco conosciuta. All'inizio ha risposto così:

"Penso non ci sia idea più lontana da me in questo momento del poter insegnare qualcosa a qualcuno. Anzi. La Mongolia per me è soprattutto ascoltare, osservare, cercare di intuire, assorbire... La nostra forma mentis occidentale richiede principalmente un approccio frontale, guidata dal senso della linea retta, del sillogismo. Questa attitudine si trova spesso spaesata dall'approccio orientale al mondo, qui tutto si fa etereo, allusivo, silenzioso e fluttuante. In Mongolia il pensiero deve farsi movimento flessibile, spiraleggiante, circolare come direbbe Zhang Sanfeng, il semileggendario fondatore dell'arte Taijikuan. La finalità è accerchiare, non colpire. Mi vedo in Mongolia piuttosto come uno scolaro che vuole meravigliarsi ogni giorno. L'approccio che più mi piace è proprio quello del fanciullino pascoliano; vista da questa prospettiva la Mongolia è straordinaria!"

Poi noi gli abbiamo dato carta bianca e lui ha accettato di accompagnarci, per mano, proprio come un fanciullino. Ecco il suo racconto "... Nel cuore dell' Asia si trova la sconfinata, misteriosa Mongolia. Terra di nude montagne, di pianure arroventate dal sole e gelate dal freddo, ove regnano la peste, l'antrace e il vaiolo; terra di sorgenti bollenti e di valichi montani custoditi dai dèmoni, terra di lupi, di milioni di marmotte, cavalli e cammelli selvaggi, animali tutti che mai han conosciuto la briglia; terra di cani feroci e di uccelli rapaci che divorano i cadaveri che quel popolo abbandona nelle pianure: tale è la Mongolia".

Così lo scrittore polacco Ossendowski descriveva la Mongolia attorno agli anni 1921-22 "... Terra di grandi ricchezze naturali che non produce nulla e ha bisogno di tutto..." Quando penso alla "mia" Mongolia, entrata al galoppo con il resto dell'Asia nel terzo millennio, evidentissimi sono i cambiamenti.

I cambiamenti in Mongolia sono come i bambini: tanti, rumorosi e caratterizzati da una crescita ipervitaminica. Ma, se non ci si lascia distrarre dal fragore dell'avanzare del futuro che qui, come in Cina, a volte riesce persino ad essere affiancato dal presente, si possono cogliere ancora oggi frammenti di quella Mongolia "magica" descritta spesso con ostentata enfasi da Ossendowski, oppure disegnata dalla penna di quel genio di Hugo Pratt, che forse meglio di tutti gli scrittori ha saputo coglierne l'essenza e fissarne lo spirito in "Corte sconta detta arcana".

Non posso fare a meno di pensare a Corto maltese quando, intruppato nel caotico traffico di Ulaan Baatar, sfilo di fronte al deposito delle locomotive russe, perfette e lucide con la stella rossa sulla caldaia oppure il profilo di Lenin in ottone. I fumetti di Pratt qui prendono sostanza, riacquistano una forma che li rende reali, sogno e realtà per un attimo coincidono. ...Poi si viene ridestati dal suono acidulo dei clacson delle UAZ dirette al mercato nero e si rientra nel secolo corretto.

Un altro frammento è Choijin Lama Khiid, prezioso monastero custode delle sacre maschere Tsam, incrostate di coralli e intrise di simbolismi antichissimi. Accerchiato in Ulaan Baatar da grigi palazzoni in puro stile socialismo reale, ricordo di un passato ancora prossimo, su cui svettano modernissimi cartelloni psichedelici che inneggiano al karaoke

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