Paesofia, l’elogio di una vita nei piccoli paesi dimenticati dal turismo di massa
C’era una volta il turismo inteso come scoperta, quello del Grand Tour che portava gli intellettuali di tutta Europa lungo le antiche strade consolari, tra i monumenti di Roma e le piazze di Napoli. Viaggi che potevano durare anche anni, destinati a fette della popolazione ridottissime. L’epoca contemporanea ha permesso a tutti (o quasi) di viaggiare, ha accorciato ed eliminato le distanze grazie ad alta velocità e voli low-cost, ma ha anche introdotto l’annoso tema dell’overtourism. Chi viaggia oggi lo fa spesso solo per una foto in più su Instagram, e non per conoscere, vivere e scoprire i luoghi in cui si reca. E ancor più, il tema dell’allontanamento dalle nostre radici si ritrova molto nelle tendenze di viaggio. Ma c’è chi ha sposato una filosofia diversa, anzi, una Paesofia. Di cosa si tratta? Scopriamolo insieme.
Indice dei contenuti
Paesofia, riscoprire i borghi come luoghi da vivere a 360 gradi
![]()
Docente di storia e filosofia e autore professionista. È il profilo di Gianluca Galotta, ideatore del termine Paesofia, neologismo che unisce paesi e filosofia. L’idea è, in estrema sintesi, proprio quella: riscoprire la filosofia del vivere nelle piccole realtà rurali, che costituiscono il profilo identitario del nostro Paese. Cosa sarebbe, del resto, l’Italia senza i suoi borghi? Come sarebbe evoluta la storia patria senza l’Età dei Comuni? E come, soprattutto, riscoprire i piccoli comuni come antidoto a una vita sempre più veloce, digitalizzata, priva di stimoli reali ma solo di suggestioni?
La Paesofia, termine coniato da Gianluca Galotta e riconosciuto dalla Treccani poiché (citiamo), “rappresenta proprio l’incontro tra il paesaggio e la filosofia, dove il viaggio stesso diventa un’opportunità di introspezione e riscoperta dei piccoli borghi che rischiano l’estinzione”, è proprio questo. Vivere attraverso una riscoperta e una riappropriazione di ciò che ci siamo lasciati alle spalle ma che, conseguenza fortuita dei drammatici anni del Covid, abbiamo imparato a riscoprire. Su Turisti per Caso, anche grazie ai tanti interventi del nostro Patrizio Roversi, abbiamo spesso parlato delle storture del turismo contemporaneo, ma sempre con un occhio attento al viaggiare positivo.
Come vedremo nell’intervista con Gianluca Galotta, non dobbiamo smettere di muoverci, viaggiare e scoprire luoghi nuovi, ma forse questo ultimo periodo storico ci invita a correggere il tiro, dandoci l’opportunità di conoscere anche ciò che ci è vicino, ma che abbiamo smesso di guardare.
Intervista a Gianluca Galotta, autore del volume “
![]()
La consapevolezza sullo spopolamento delle aree interne in Italia è oggi anche al centro di iniziative legislative. Al netto delle azioni politiche, qual è il contributo funzionale che il turista può apportare per invertire la rotta?
Negli ultimi anni la logica del low-cost e del turismo mordi e fuggi ha alterato il modo di viaggiare più tradizionale. Come possiamo tornare a concepire i viaggi come un’esperienza formativa e non come qualcosa da fare a ogni costo?
Il viaggio dovrebbe essere un’esperienza che ci cambia dentro. Il silenzio, la quiete, il tempo lento, il buio che circonda i piccoli paesi sono tutti elementi immateriali che vanno ad incidere sulla parte più profonda di noi: l’anima. Credo che un viaggio formativo sia quello che non nasce solo con l’esigenza di divertirsi, perché in questo caso avremmo soddisfatto i sensi e fatto un’esperienza effimera e poco duratura. Il viaggio arricchisce di senso e significato la nostra esistenza. In tal senso deve arricchirci a livello interiore e questo oggi lo possono fare proprio i piccoli paesi che sanno ancora offrire elementi che in un mondo virtuale, artificiale, consumista si vanno perdendo. Pensiamo per esempio al silenzio: oggi siamo bombardati di stimoli, comunicazioni, notifiche, pubblicità, etc.; invece in una piazzetta silenziosa di un piccolo paese posso riprendere contatto con me stesso, con la mia interiorità.
L’Italia non è un paese per giovani, e forse neanche i suoi borghi. Eppure, digitalizzazione e nuovi equilibri del lavoro spingono verso la riscoperta delle piccole comunità. È possibile abbracciare la “Paesofia” nel quotidiano?
Le possibilità offerte dallo smartworking permettono al giorno d’oggi a molte persone di trasferirsi in un piccolo paese o di trascorrere lì molto tempo; quindi è possibile, al di là delle vacanze, conciliare vita quotidiana e lavoro con la permanenza in un piccolo paese e dunque con la Paesofia. In un piccolo paese dopo una giornata a lavorare davanti al computer, un’esperienza a tratti alienante, si può recuperare il contatto con noi stessi. Pensiamo a Sant’Agostino, grande filosofo, il quale riteneva che la verità consiste nel rientrare in noi stessi e farsi illuminare da Dio. Umberto Eco ha affermato: “Non si può trovare Dio nel rumore; Dio si palesa solo nel silenzio”. E ancora “Dio è, dove non c’è agitazione”. Senza ombra di dubbio nei piccoli paesi non c’è agitazione e domina il silenzio per cui troviamo un terreno più fertile per l’aspetto meditativo, spirituale, riflessivo. Ciò riguarda sia i credenti che i non credenti: i primi nel silenzio e nella quiete troveranno più occasioni per dialogare con Dio e con se stessi, i secondi “solo” con se stessi. Sono aspetti fondamentali perché il mondo di oggi ci propone sempre di più esperienze alienanti e che ci allontanano da noi stessi. Pensiamo all’intelligenza artificiale, al mondo virtuale, al tempo che accelera sempre di più, etc.; di conseguenza la Paesofia, come spiego diffusamente nel mio libro “Paesofia. Filosofia e viaggi nei piccoli paesi” è un antidoto a tutto ciò: è la convinzione che i piccoli paesi siano i luoghi che grazie a ritmi quotidiani più lenti e distesi possano favorire la riflessione personale e la ripresa del contatto con noi stessi e il nostro spirito.
Qual è, in Italia, un esempio di borgo che ha sposato la Paesofia in maniera tale da essere, oggi, una vera alternativa a una vita urbana e a un turismo massificato?
![]()
Ci sono diversi esempi virtuosi. Penso ai piccoli paesi che fanno parte dei Borghi della lettura. Però, perdonate la digressione personale, vorrei che la Paesofia prendesse piede in un piccolo paese in cui ci sono le mie radici: Rivisondoli. Si tratta di un paese abruzzese, che nel libro Paesofia ho definito il “paese del mio cuore”, con un centro storico meraviglioso e circondato da montagne e bellezze naturalistiche stupende. Per anni si è inseguito un turismo massificato e di inverno si è puntato quasi unicamente sullo sci. Di estate invece si è cercato di accontentare il turista proponendogli esperienze tipicamente urbane, come grandi concerti. Un persona che vive in una grande città di questi concerti ne può usufruire quasi ogni giorno; invece sarebbe bello affiancare a tutto ciò delle esperienze in grado di fornire al turista, che viene dalla città, esperienze uniche e connesse al territorio. Penso per esempio a letture collettive nelle piazzette e nei vicoli del paese con dei momenti di riflessione e di silenzio per riflettere. Penso al book sharing con libri sulla montagna e su ciò che essa può offrire al nostro spirito da trovare e leggere nei vicoli silenziosi. Penso a sedute di yoga all’alba o al tramonto nelle piazzette del centro storico. Penso ad osservazioni astronomiche del cielo stellato. Penso a dei facili percorsi di escursionismo che dal centro del paese portino alla pineta e ai boschi adiacenti con delle aree attrezzate per la riflessione: panchine nel bosco, cassette dove poter prendere libri in prestito, pannelli informativi su come fare una respirazione corretta e profonda per rilassarsi, etc. Tutte esperienze difficilmente replicabili dove dominano il caos e i ritmi frenetici come nelle grandi città.
