A ruota libera in riva al mare: in bicicletta lungo la costa nordoccidentale della Sardegna

Vacanze estive senza pedalata assistita: tra scalinate da capriolo, carceri e incendi, le gambe ti mandano… a quel paese!
Scritto da: cappellaccio
a ruota libera in riva al mare: in bicicletta lungo la costa nordoccidentale della sardegna

Attendevo questa vacanza come un bambino attende la Befana, contando i giorni con un misto di euforia e superstizione, temendo che un solo intoppo potesse mandare tutto a ramengo. Perdere la Sardegna avrebbe significato rinunciare all’Isola delle Isole, a un luogo ferocemente bello che aspettava solo di essere esplorato… Con fatica da alpino, siamo d’accordo.

Finalmente, a fine agosto, si dà davvero inizio alle danze. In sella alla bici, il mio compagno di avventure ed io, abbiamo zigzagato tra un mosaico di paesaggi e suggestioni: l’Asinara, aspra e remota; Stintino, con la sua Pelosa affollata come un set tropicale; il Lago di Baratz, unico bacino naturale dell’isola; Alghero, antica città murata lambita dalle onde del Mediterraneo; Capo Caccia, che si staglia come una balena addormentata sul mare. E poi la strada litoranea verso Bosa, sinuosa e spettacolare, e Bosa stessa, un borgo in collina con case dipinte di tutti i colori dell’arcobaleno, dominato dallo scenografico castello dei Malaspina. Più avanti, l’ombra fresca di S. Leonardo de Siete Fuentes, le viuzze acciottolate di Santu Lussurgiu, e infine il candore granuloso delle spiagge di Mari Ermi e Is Arutas. Chiude il cerchio Cabras, una cittadina lagunare affogata nell’azzurro del suo stagno.

Gita all’Asinara, 40 km

Il nostro arrivo al porto di Stintino ha il sapore polveroso delle strade sterrate e dei tempi passati. Nessuna biglietteria per l’isola-penitenziario, solo un banchetto all’aperto, nessuna carta di credito accettata, solo contanti e un braccialetto rosso di gomma come lasciapassare. Alle 9.30 ci imbarchiamo sulla motonave Gabbiano, con le nostre biciclette al seguito, pronti per attraversare il breve tratto di mare che separa il mondo ordinario da quello speciale dell’Asinara.

Quando sbarchiamo a Fornelli, venti minuti più tardi, il cielo è coperto, e quasi ci rallegriamo: il sole sardo non perdona. Lo scopre subito Leo, che ostenta il rifiuto della crema solare e guadagna in cambio un principio di ustione che porterà con orgoglio, forse, finché non inizierà a spellarsi. Ma per ora si sorride e le ginocchia stantuffano contente.

L’Asinara non è solo un’isola. È una frontiera immobile, un lembo di terra dove la natura ha riconquistato il proprio spazio e il passato è ancora evidente nei muri scrostati del vecchio carcere. Per secoli è stata il margine della mappa: prima rifugio, poi lazzaretto, infine prigione. Solo da vari decenni ha cambiato volto, diventando Parco Nazionale, ma senza perdere nulla del suo carattere schivo e indomito.

Con le nostre duepedali, evitiamo i trenini turistici e i fuoristrada che fanno la spola tra le tappe principali da Fornelli a Cala Reale, lungo l’unica strada cementata di 22 km che termina a Cala d’Oliva. Ci affidiamo invece alle gambe e ci inoltriamo subito verso l’interno. La prima salita e il caldo fanno squadra: contro di noi, però.

Alcune caprette ci osservano beffarde dai rilievi, noi non abbiamo la loro resistenza, né la loro agilità. Il mare compare a tratti tra i profili frastagliati delle rocce. Dal belvedere di Cala Sant’Andrea scorgiamo acque turchesi da cartolina, ma possiamo solo guardarle e sospirare: è zona A, riserva integrale, vige un divieto d’accesso. Ci fermiamo a far merenda sulla baia pietrosa di Cala Scombro, circondati da scogli neri taglienti, modellati dal vento e dalla salsedine come lame di pietra.

Nella piana di Campu Perdu ecco un’apparizione gentile, un asinello albino: il simbolo vivente dell’isola -che tuttavia prende il suo nome dal latino Sinuaria, per via della sua morfologia tormentata, e non dall’animale-. Docile e silenzioso, si lascia avvicinare da Leo che tenta subito di immortalarlo a bruciapelo col cellulare. Più avanti i ruoli si invertono: è un altro asinello a inseguirlo, con una testardaggine tutta sua, fino a costringerlo alla ritirata. Superata Cala Reale, tra baracche, molo e ricordi sanitari -ospitava gli equipaggi delle navi colpiti da malattie infettive- saliamo fino a Punta Capone. Qui il paesaggio si fa struggente: la torre di Trabuccato veglia su una lingua di terra che sembra galleggiare sul mare, residuo di un’epoca in cui ogni promontorio era un punto da difendere. Qui la bellezza dell’Asinara scintilla ancora più vivida di come la fantasia l’avesse colorata nei miei pensieri!

Finalmente ci premiamo con un bagno in una caletta nascosta, immersa nella vegetazione. L’acqua è limpida e rigenerante.

Ultima tappa della giornata: Fornelli, il supercarcere dove finivano i detenuti “di peso”. Una struttura bassa, squadrata, nata nell’Ottocento e poi adattata alle esigenze di una lunga storia penitenziaria. Attraversare le soglie di queste celle deserte ci stringe il cuore. Dentro, tutto parla ancora il linguaggio della reclusione: le sbarre arrugginite, i corridoi bianchi. Non ci sono più i carcerati, ma ci si immagina ancora la durezza del loro isolamento. È un luogo creato apposta per non farti dimenticare dove sei. E infatti non lo dimentichi. Nemmeno quando torni alla luce, e ti rendi conto che fuori ti aspettano i profumi della macchia mediterranea.

In sella tra mare, laghi e dune: da Stintino ad Alghero, 57 km

Lasciato il nostro hotel Cala Reale a Stintino, dal sellino della bici contempliamo la baia della Pelosa come si guarda una vetrina in periodo di saldi: stupenda, desiderabile… ma con dentro talmente tanta gente che l’idea di avvicinarsi ci passa subito. Immortaliamo una distesa fitta di ombrelloni variopinti, senza nemmeno uno spicchio di sabbia libero, con una fortificazione spagnola che si erge su uno scoglio che ha di fronte la silhouette inconfondibile dell’Asinara e ci muoviamo verso l’entroterra e Palmadula.

Poi là dove l’asfalto lascia lo spazio alla terra battuta e la vegetazione si infittisce, ci fermiamo per una pausa: siamo in vista del Lago di Baratz, un piccolo miracolo della geografia sarda, l’unico naturale, formato secoli fa da una duna creata dal vento che ha fermato l’impeto di due torrenti. Il bacino lacustre è un’oasi circondata da una pineta di pini d’Aleppo e tamerici. I nostri polpacci sembrano ringraziarci per la tregua. Cammino per qualche minuto lungo la riva, finché l’ombra, invitante, mi suggerisce il riposo, lo stesso a cui si è già abbandonato mio marito.

Ripartiamo senza fatiche erculee. A Fertilia il paesaggio si fa più ordinato, preludio dell’arrivo ad Alghero. La città ci accoglie con quella sua calma sorniona da località che sa di essere bella ma non si dà troppe arie. Le mura antiche si presentano all’improvviso, massicce e arroventate di sole, appena superato il confine urbano. Qui proseguiamo con le bici a mano per una camminata lenta tra strade strette, contrassegnate da targhe bilingui – italiane e catalane – che raccontano una storia che non è solo sarda: qui si parla l’algherese, un catalano antico che sopravvive tra saluti, insegne e conversazioni nei caffè. Non per nulla la chiamano la piccola Barcellona di Sardegna.

Seguiamo il perimetro delle antiche fortificazioni camminando sui bastioni, guardando il mare attraverso le feritoie di alcune torri, tra cui quella di San Giacomo, il bastione del Mirador, la Polveriera e poi la possente torre di Sulis: ogni svolta un nuovo scorcio da fotografare, assieme a una gigantesca catapulta.

Concludiamo il giro tra le vie del centro dove spiccano la Cattedrale di Santa Maria, con il suo campanile ottagonale e il Palazzo d’Albis, che un tempo accolse Carlo V.

I nostri due prossimi pernottamenti sono presso l’Agriturismo Vessus.

Anello di Capo Caccia: tra spiagge e precipizi, 54 km

Il terzo giorno ci porta a pedalare lungo uno degli itinerari costieri più suggestivi della Sardegna: da Alghero a Capo Caccia, passando per le celebri spiagge delle Bombarde e del Lazzaretto.

La strada si snoda tra il blu intenso del mare e la vegetazione mediterranea. Ci fermiamo davanti allo stagno di Calich, zona di allevamento ittico, dove intravediamo anche le antiche arcate di un ponte romano, memoria di una viabilità antica.

Da qui parte una stupenda ciclabile bordeggiata da oleandri fioriti, che costeggia la strada principale fino a raggiungere la deviazione per la spiaggia delle Bombarde, regina incontrastata tra le località balneari di questa costa, e qui la sosta è inevitabile: sabbia chiara, acque trasparenti e profumo di salsedine, ma troppa ressa. Lievemente più tranquilla la spiaggia del Lazzaretto, protetta dalla sua antica torre d’avvistamento, belle le stradine che a tratti sembrano buttarsi in mare, a tratti si inerpicano nell’entroterra per poi rituffarsi sul litorale.

Il culmine della giornata è Capo Caccia, imponente promontorio calcareo che chiude a U l’insenatura di Porto Conte. La vegetazione si dirada, lasciando spazio alle scogliere vertiginose e ai voli dei falchi pellegrini. Da quassù parte l’Escala del Cabirol: 656 gradini incisi nella roccia, una discesa ardita verso l’ingresso della Grotta di Nettuno. Scendiamo, passo dopo passo, sentendo il vuoto a fianco e il mare che si avvicina. La fila per entrare nella grotta è lunga, quindi decidiamo di non visitarla: ci basta il brivido della discesa e della risalita, che è una bella gatta da pelare.

Alghero-Bosa: la strada dei grifoni 46 km

Il quarto giorno ci regala uno degli itinerari costieri più spettacolari d’Italia: la panoramica Alghero-Bosa, un nastro d’asfalto sinuoso e sospeso tra il mare e la montagna, dove il paesaggio toglie il fiato tanto quanto le salite. Sono circa cinquanta chilometri, ma in bici sembrano il doppio, dato che dobbiamo affrontarli con il reattore al massimo, mentre siamo bombardati dai raggi di un sole cocentissimo e infatti i grifoni inanellano cerchi in cielo come avvoltoi in attesa di una preda che potremmo essere noi.

Partiamo da Alghero costeggiando il lungomare Valencia, lasciandoci alle spalle la spiaggia di Las Tronas, con i suoi scogli a forma di trono e una villa liberty trasformata in hotel di lusso. Dopo circa 8 km ci fermiamo alla spiaggia di Poglina per una pausa strategica: acqua, sali minerali e un po’ d’ombra, prima che inizi uno scenario di costa intatta, che mi riporta al ricordo di un orizzonte perduto.

Entriamo nel territorio di Villanova Monteleone, e da lì in poi è un alternarsi di falesie mozzafiato e anfratti selvaggi. Ogni curva rivela un nuovo spettacolo: da Porto Tangone fino a Capo Marrargiu, dichiarato Sito di importanza comunitaria, il tratto di costa è un paradiso per escursionisti, fotografi, e ciclisti masochisti come noi.

Una fontanella a metà percorso è un’occasione per rinfrescarci. Poco più avanti, un cinghiale si fa sentire: sgrufola tra i cespugli, lasciando segni per terra come firma del suo passaggio. E noi, tra un sorso d’acqua e un succo di frutta continuiamo a sfaticare.

La discesa verso Bosa è una vera goduria: le calette di Tentizzos, tra sabbia, ciottoli, piscine naturali e scogliere smeraldo sono perfette per un tuffo. Poi, seguendo il corso del fiume Temo, la città si svela tra una collana di palme: Bosa, una tavolozza di colori pastello che si riflette sull’acqua.

Qui alloggiamo presso l’Albergo Diffuso Corte Fiorita.

Tra il paradiso e l’inferno: Bosa Marina, le sorgenti di Sant’Antioco e San Leonardo de Siete Fuentes Tappa Bosa-Santulussurgiu, 47 km

Il quinto giorno inizia con una deviazione di pochi chilometri: da Bosa raggiungiamo Bosa Marina, sulla sponda sinistra del fiume Temo. Sulla costa si staglia la Torre dell’Isola Rossa, costruita dagli spagnoli nel XVII secolo, mentre poco più avanti sorge la chiesa tardogotica di Santa Maria del Mare. Ma qui, sulla riva, notiamo che qualcosa non torna. Il cielo è rigato da traiettorie di fumo e sul mare i Canadair fanno avanti e indietro come gabbiani meccanici. Planano sulla superficie, si riempiono di acqua salata, decollano di nuovo. Sembrano impegnati in una coreografia d’emergenza.

Lasciando la costa l’orrore schizza fuori dal nulla: ci imbattiamo in uno scenario apocalittico. Il paesaggio all’improvviso è diventato calvo, è quasi tutto arso e richiama un disperato inferno dantesco di pendici brulle: sia le colture che i pascoli si sono trasformati in una distesa uniforme di cenere. I rari fili d’erba, gli alberi e le piante che rimangono sono come artigli nudi pronti a ghermire il cielo. L’odore di fumo è ancora nell’aria, i paracarri di plastica si sono sciolti come candele.

Il fuoco, ha incenerito ettari su ettari, colpendo colture, pascoli e animali. Forestali e vigili del fuoco con fuoristrada ed elicotteri hanno lottato contro le fiamme per ore e sono ancora qui a lavorare per estinguere gli ultimi focolai.

Per respirare di nuovo ci spostiamo verso l’interno, tra i rilievi del Montiferru, dove scopriamo le sorgenti di Sant’Antioco. In questo angolo di Sardegna, tra rivoli d’acqua e avvolti da un microclima più fresco ci lasciamo cullare dal suono delle cascate e dall’ombra degli alberi. Due cani curiosi ci tengono compagnia.

Poco più avanti, ci fermiamo anche a San Leonardo de Siete Fuentes, villaggio immerso nei boschi, famoso per le sue sette fonti termali dalle acque diuretiche e radioattive, a temperatura costante di 11 gradi. Il parco, incorniciato da lecci e castagni, è il rifugio perfetto dopo le fatiche e le emozioni contrastanti di questa giornata.

Dalla pietra alla sabbia: da Santu Lussurgiu a Cabras e le spiagge del Sinis, 50 km

L’ultimo giorno del nostro viaggio comincia a Santu Lussurgiu, presso l’Antica Dimora del Gruccione, che ci ha ospitato stanotte. Il paese, incastonato a 500 metri d’altezza sul versante orientale del Montiferru, si adagia ad anfiteatro sul bordo di un antico cratere vulcanico circondato da uliveti. Pedaliamo nel centro storico, una trama di viuzze in salita, pietra scura e colori accesi: rosso vinaccia, giallo zafferano, ocra. Alcune case mostrano architravi intagliate, balconi in ferro battuto, frammenti di un’eleganza che resiste al tempo.

Sappiamo che sulla via che stiamo percorrendo, via Roma, durante gli ultimi tre giorni di Carnevale, si corre Sa Carrela ‘e nanti: una corsa sfrenata a cavallo, un rito collettivo di adrenalina e appartenenza. Adesso però ci sono solo due cavalieri solitari.

Ci lasciamo alle spalle la collina e scendiamo sull’asfalto arroventato, poi sullo sterrato, direzione Mari Ermi e Is Arutas, due spiagge prive di insediamenti turistici tranne qualche chiosco e rari capanni di giunco. Qui la sabbia è un tappeto di minuscoli grani di quarzo, simili a chicchi di riso bianco o rosa pallido. Non scottano mai, neanche sotto il sole rovente: le paleospiagge, dicono i geologi, nate dall’erosione millenaria dell’isola di Mal di Ventre, che vediamo in lontananza galleggiare sull’orizzonte. Adesso è d’obbligo una nuotata in questo mare smagliante!

Il nostro vagabondare di oggi si conclude a Cabras, all’hotel con piscina Villa Canu, dove finalmente ci ripariamo dalla sferza del sole. Ci sediamo sul letto e sentiamo che le ultime forze ci sgocciolano via dalla punta delle dita dei piedi.

Guarda la gallery
asinara_zona_integrale_sant_andrea

bosa

capo_caccia_scala_del_capriolo_escala_del_cabirol

ciclabile_per_raggiungere_spiaggia_delle_bombarde_da_alghero

la_pelosa

lago_di_baraz

santandrea_asinara

sardegna_nordoccidentale_agosto_2016_la_pelosa

sardegna_nordoccidentale_sorgenti_di_sant_antioco_montiferru

spiaggia_bombarde

spiaggia_di_tentizzu_con_fumo_dell_incendio_al_fondo

asinello_albino

strada_panoramica_alghero_bosa



    Commenti

    Lascia un commento

    Leggi anche
    In evidenza