Un nordico in Africa

PREFAZIONE A meno di ventiquattro ore dal mio rientro in Italia intraprendo la non facile impresa di abbozzare le memorie di questo viaggio appena concluso. Mai come ora, dentro di me, avverto una serie di stati emozionali in forte contrasto ...

  • di Culdefeu
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: in gruppo
    Spesa: Da 500 a 1000 euro
 

PREFAZIONE A meno di ventiquattro ore dal mio rientro in Italia intraprendo la non facile impresa di abbozzare le memorie di questo viaggio appena concluso. Mai come ora, dentro di me, avverto una serie di stati emozionali in forte contrasto tra di loro; convinto di non essere stato vittima del famoso mal d’Africa che sembra far presa sulla quasi totalità delle persone che visitano il continente nero, perché è stato così difficile trattenere le lacrime?

03 MARZO 2007 FORLI’ - BOLOGNA - PARIGI - LOME’ Salutiamo Forlì alle cinque circa del mattino mentre fuori è ancora buio. Arriviamo in aeroporto a Bologna in perfetto orario, scarichiamo le pesanti valige ed effettuiamo senza problemi il check-in, ma poiché non c’è viaggio che si rispetti senza imprevisti, quando arriva il momento del bagaglio a mano vengo subito castigato. Il treppiedi per la telecamera infatti deve essere necessariamente stivato e nella concitazione della partenza decido di affrontare l’esorbitante spesa di 150 euro, quando con un po’ di accortezza avrei potuto lasciarlo in consegna ad alcuni componenti del gruppo che erano presenti in aeroporto per salutarci. Il volo per Parigi superato questo imprevisto si dipana senza problemi, ed una volto atterrati allo Charles De Gaulle abbiamo tutto il tempo necessario per pranzare nell’attesa di imbarcarci per Lomé. Giunto il momento saliamo a bordo del velivolo ed all’istante rimango meravigliato dalla spaziosità dei sedili e dai piccoli monitor posti in ogni schienale, una vera novità per chi come me fino a quel momento aveva viaggiato quasi esclusivamente con voli low-cost. L’avvenimento più entusiasmante del volo si rivela tuttavia il lasso di tempo in cui sorvolando l’Algeria vediamo comparire progressivamente il deserto, e sebbene i condizionatori alimentino il mio mal di testa risvegliando una sinusite sino a quel momento assopita, l’emozione è forte. L’atterraggio all’aeroporto Général Gnassingbé Eyadéma è una benedizione ed appena scesi dall’aereo constato sulla mia pelle quanto letto prima di partire; mi copro come se dovessi affrontare la scalata all’Everest, il pilota si diverte a schernirmi spiegandomi che le Dolomiti si trovano da tutt’altra parte e di fatto quando appoggio i piedi sul suolo togolese dopo meno di trenta secondi raffreddore e mal di testa sono solo un lontano ricordo! La calura della sera mista ad una umidità avvolgente ed all’inevitabile vampa dei reattori scatenano sul mio corpo un effetto simile alle foss del profondo nord. Il primo passo consiste nel togliermi giubbotto e berretta, il resto dei panni li leverò con calma, questo caldo per i più asfissiante è per me un toccasana che voglio gustarmi lentamente. Entriamo nell’edificio per le formalità di ingresso nel paese e per attendere i bagagli; quando il nastro comincia a distribuire le valige il gruppo ha formato un drappello compatto atto ad evitare che qualche malintenzionato o portantino troppo zelante alla ricerca di guadagno possa metterci le mani sopra. Con gli sguardi puntati sulle valige comincia l’attesa che si dilunga all’eccesso, finché grazie all’intervento della nostra responsabile riusciamo ad averla vinta. Usciamo dall’aeroporto e d’improvviso siamo catapultati nella realtà di Lomé in un caos generato da motorini e macchine che rende se possibile questa afa ancor più appiccicosa. Un pullman sgangherato di color blu è giunto a prenderci; non senza fatica si incunea nello stretto piazzale disseminato di motocicli ed una volta arrestata la sua marcia si procede al carico di passeggeri e bagagli. Questo mezzo faceva parte della vecchia azienda dei trasporti di Bologna, una carcassa per noi italiani, un regalo apprezzato per i togolesi. L’autista chiude a mano le portiere a soffietto e si parte. Con maestria effettua una retromarcia a prima vista infattibile, dopodichè finalmente ci immettiamo nel fermento del sabato sera di Lomé, tra le luci dei motorini che sfrecciano indifferentemente da destra e da sinistra. La città è praticamente priva di illuminazione pubblica e per ovviare in minima parte a questo problema, i gestori dei locali accendono ai bordi della strada candele e lampade. All’altezza dello stadio nazionale di calcio abbandoniamo la strada asfaltata per avventurarci in una delle vie minori, quelle che rappresentano la quasi totalità del paese e senza preavviso affrontiamo un tratto di rally in notturna. Sballottati dalle numerose buche, fortunatamente non impieghiamo molto tempo per arrivare al nostro alloggio, che nella mia immaginazione doveva essere un anonimo casermone grigio ed invece si mostra come un piccolo complesso di appartamenti dalle belle sembianze. Tre appartamenti dipinti di verde e rosa formano un ferro di cavallo a cui prospiciente si erige la sagoma di un nuovo edificio che, a detta di chi è informato, una volta ultimato ospiterà orfani e bambini abbandonati. L’accoglienza è calorosa, la cena ottima (con imprudenza ingurgito un peperoncino che mi farà passare un brutto quarto d’ora), il letto sufficientemente lungo. La grande camera con sei posti letto è mitigata da un ventilatore che lavora a pieno regime, mentre nel bagno capeggiamo due grandi bidoni di plastica, uno contenente acqua potabile destinata a lavarci e l’altro per scaricare il water, poiché gli impianti non sono stati ancora completati. Al fine di investire al meglio il tempo di permanenza nel paese, durante il pasto si pianificano i giorni a venire, quindi terminata la cena bighelloniamo nel patio dove è in corso una sorta di festa di benvenuto a base di musica e balli. Il buio, causa la vicinanza all’equatore, lo noteremo giungere con insolita velocità, ma il cielo questa sera riserva un’ulteriore sorpresa, infatti come già annunciato si verificherà un’eclisse di luna seppur non completa. I ragazzi che ci accolgono sono gentili ed immediatamente per loro divento Adebayor Sheyi, un calciatore locale alto, magro e con i capelli lunghi che ha fatto successo in Europa... come inizio non c’è di che lamentarsi!

04 MARZO 2007 LOME’ Il sole sorge presto, ma forse a causa della stanchezza accumulata nel viaggio sarà l’unica notte di vero riposo. Tuttavia sono appena le sei quando la gente comincia a prepararsi, chi perché non riesce più a stare nel letto, chi perché ha intenzione essendo domenica di andare a messa. Io proseguo ad oziare nel letto, del resto sebbene mi trovi in Togo per documentare l’operato di una Onlus al fine di produrre un filmato informativo da divulgare nel nostro paese, sono anche in vacanza e di conseguenza me la voglio godere. Resisto comunque poco, mi alzo e comincio a filmare lo svolgimento della vita nel cortile interno. Osservo le donne che lavano le stoviglie all’aperto e che cucinano il riso alimentando la fiamma con un’enorme ventaglio ricavato dall’assemblaggio di foglie di banano. Sotto i loro piedi terra rossa, la famosa sabbia polverosa che siamo soliti vedere in ogni servizio sull’Africa che si rispetti. Mi muovo con un po’ d’imbarazzo, non vorrei fare inconsapevolmente qualcosa di irrispettoso ora che tutti gli sguardi sono rivolti al lungo uomo bianco. Riprendo la costruzione da tutte le angolazioni, soffermandomi su grossi lucertoloni chiamati marguia che si muovono veloci sulle pareti; immaginatevi una via di mezzo tra le nostre lucertole ed i camaleonti, taluni hanno toni di un verde molto tenue, altri il corpo rosso e nero e si muovono con sorprendente rapidità. Avvisto inoltre alcuni gechi e grazie all’intervento di una delle infermiere che prendono parte alla missione, anche uno sparviero intento a volteggiare sulle nostre teste. Nel contempo mi ritrovo accerchiato da bambini incuriositi alla vista della videocamera, mentre gli adulti continuano a mostrare un maggiore riserbo. Cerco di rompere il ghiaccio scambiando qualche parola con Patrice, un ragazzo mio coetaneo, ma la lingua non aiuta ed in ogni modo siamo entrambi molto riservati. Rientrando in cucina trovo pronti ad attendermi baguette ed una batteria di marmellate locali, e sebbene non sia una persona golosa la confettura di cocomero esercita su di me un fascino magnetico. Notando le mie condizioni da profugo del Biafra, lo spirito umanitario prende il sopravvento nella nostra responsabile, cosicché nel tentativo di invogliarmi si arma di roncola, esce in cortile e rientra dopo breve con un pugno di lamelle di citronella con le quali mi prepara uno strepitoso tè. Verso le otto il gruppo rientra dalla funzione domenicale, mentre nel cavedio è un brulicare di anime in ripetuta processione. Un infermiere della spedizione notando il gran numero di bambini si procura un sacchetto di palline, disegna sulla sabbia un percorso e insegna loro a giocare a biglie. Alcuni ragazzi nel frattempo si stanno adoperando per ascoltare musica nel cortile alla maniera della sera precedente e grazie ad una serie di prolunghe allacciate alla meno peggio che serpeggiano attraverso la sabbia facendo impallidire un’intera stirpe di Franklin ed Edison, si riesce ad alimentare l’impianto stereo che comincia ad elargire musica a piene mani. La mattina scorre placida, iniziamo a conoscere gli autoctoni ed una ragazza che a Lomé fa di mestiere l’acconciatrice accenna sulla mia capigliatura un paio di trecce che conserverò fino al primo shampoo. Dopo pranzo usciamo per la prima volta dal nostro rifugio e percorriamo un po’ di strada per raggiungere un paio di taxi che ci accompagneranno in città. La strada di terra rossa avrebbe di per sé lo spazio sufficiente al passaggio contemporaneo di almeno sei veicoli, ma di fatto solo una stretta fetta centrale viene utilizzata perché esternamente la sabbia non ha compattezza ed ovunque sono disseminati rifiuti e calcinacci. Non è raro a questo punto assistere a veicoli che si puntano per evitarsi all’ultimo istante, mezzi che guidano all’occorrenza all’inglese o costretti per mantenere l’equilibrio a veri e propri numeri da circo. A tal proposito va detto che la Lonely Planet acquistata prima della partenza metteva in guardia dalla guida sportiva dei tassisti, e non a torto. Ad essa va aggiunta l’aggravante di veicoli con chilometraggi nei migliore dei casi ben oltre i duecentomila chilometri, privi di cinture di sicurezza, costruiti quando il concetto di airbag era ancora lungi dall’essere concepito e scalcinati quanto basta per mandare in estasi l’intero gruppo di meccanici della trasmissione Pimp My Ride! Il mio primo taxi rientra perfettamente nella descrizione succitata, con l’aggiunta di una molla arrugginita fuoriuscita dalla fodera del sedile, che per tutto il tempo del viaggio mi puntella l’avambraccio. Abbandoniamo la sabbia per l’asfalto, ed in un attimo siamo catapultati nel traffico della periferia di Lomé, un girone dantesco popolato da motorini e macchine che sfrecciano infischiandocene di qualunque norma stradale, il tutto in un tripudio di clacson. Mentre ci dirigiamo verso il centro osservo scorrere ai lati della strada negozi che risulta improprio definire tali; si tratta in realtà di quattro pali (uno per ogni angolo del riparo) e di una lamiera per tetto, la terra come pavimento. I bazar sostanzialmente sono minuscole officine per la riparazione dei ciclomotori, casupole per la vendita in ampolla di benzina ed oli motore, postazioni telefoniche ed acconciatrici. La situazione migliora leggermente nel centro cittadino, dove comunque le botteghe non differiscono molto da quelle viste in periferia, se non per la struttura che è in muratura. Quasi ovunque compagnie di cellulari pubblicizzano i loro prodotti... l’occidente che avanza. Agli incroci regolati col semaforo i venditori ambulanti si avvicinano ai veicoli nel tentativo di vendere qualunque cosa possa venirvi in mente. Per quanto possa risultare incredibile il traffico cittadino è ancor più caotico, ma la cosa che colpisce è che d’improvviso, quando il pilota scende dal proprio mezzo, i togolesi rallentano come fossero giunti alla conclusione di una gara. Giungiamo così in una clinica privata nel centro della città, dove l’indomani il gruppo di volontari presterà servizio. Parliamo con la responsabile della clinica, che ci illustra i campi d’azione della struttura e successivamente ci fa condurre alla visita dello stabile. Le stanze sono piccole, le attrezzature in certi casi attempate, ma nei prossimi giorni vedremo decisamente di peggio. Trovato l’accordo ripieghiamo in direzione dei taxi per rientrare nell’abitazione, ma prima di rincasare ci viene offerto un tour della Lomé benestante, quella dei grandi palazzi del potere dove banche ed enti osservano dall’alto della loro postazione i propri fratelli combattere contro miseria e degrado. Costeggiamo per un tratto il lungomare, preso letteralmente d’assalto da centinaia di ragazzi in questa assolata domenica, quindi nel percorso per rientrare all’abitazione, attraversiamo l’unica linea ferroviaria del paese, utilizzata unicamente per il trasporto delle merci e totalmente invasa ai bordi dai rifiuti. Rientrati al nostro alloggio bighelloniamo in attesa della Corale, un gruppo di cantori a sfondo religioso con cui abbiamo appuntamento. A piccole ondate si radunano tutti quanti, poi verso l’imbrunire comincia la loro performance. Un ragazzo avvia una lunga preghiera, al termine della quale il coro accompagnato da tastiera, tromba e percussioni, dà il via ad una danza collettiva, alla quale poco per volta si uniscono alcuni elementi del nostro gruppo. Una breve sosta durante la quale viene servita la cena nel patio permette a tutti quanti di riprendere fiato. Nel mentre Lomé viene privata della corrente elettrica, un problema all’ordine del giorno a detta dei locali, il paese versa in un grave dissesto finanziario e per risparmiare si taglia dove si può. La festa non risente comunque dell’evento e riprende senza esitazione. Stanco della confusione valuto a lungo se fare o meno la doccia, il buio è totale e la luce sembra non avere intenzione di tornare. Decido alla fine per farla, mi faccio prestare da Sara la sua pila tascabile e puntata questa sul bidone dell’acqua un po’ a tentoni mi lavo. I suoni della festa nel frattempo si esauriscono, la sera si avvia alla conclusione, domani aspetta al gruppo il primo giorno di lavoro

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