Sulla Via della Seta da Khiva a Urumqi (parte II)

… prosegue dalla sezione dedicata all’Uzbekistan Lunedì 20 agosto: Tashkent – Bishkek Lasciamo l’Uzbekistan: un’ora di volo ci porta a Bishkek, capitale del Kirghizistan. All’aeroporto sono parcheggiati numerosi aerei Charleston della US Air Force. Per prima cosa dobbiamo fare il ...

  • di mapko64
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    Ritorno il
  • Viaggiatori: in coppia
    Spesa: Da 1000 a 2000 euro

... prosegue dalla sezione dedicata all’Uzbekistan Lunedì 20 agosto: Tashkent – Bishkek Lasciamo l’Uzbekistan: un’ora di volo ci porta a Bishkek, capitale del Kirghizistan. All’aeroporto sono parcheggiati numerosi aerei Charleston della US Air Force. Per prima cosa dobbiamo fare il visto che può essere ottenuto comodamente in aeroporto (35 USD pax). All’uscita ci aspetta Tania dell’agenzia Celestial Mountains, con la quale abbiamo organizzato il tour per i nostri quattro giorni in Kirghizistan. Insieme all’autista Edoard ci accompagna all’appartamento, dove trascorreremo la notte. Il minivan Mitsubishi di fabbricazione giapponese ha la guida a destra. Ci troviamo in una traversa della prospettiva Chuy, a est del centro ma Tania ci ha indicato sulla cartina la parte opposta della città e quindi nella passeggiata serale facciamo un po’ di confusione. Senza riconoscere i luoghi camminiamo lungo la prospettiva spingendoci fino in centro. Ceniamo in un locale vicino all’appartamento, segnalato dall’insegna della birra Baltica. Russi e kirghisi sono molto allegri: tra una birra e l’altra si alzano per abbracciarsi e baciarsi in bocca.

Martedì 21 agosto: Bishkek – Kochkor La mattina, prima di lasciare Bishkek, facciamo un giro per la città in compagnia di Saltanat, la nostra guida dei prossimi giorni. Ha 21 anni e studia turismo all’università ma ha già il patentino ed è una free lance che lavora per varie compagnie. Edoard ci scarica in Piazza della Vittoria; al centro sorge la statua di una donna che aspetta invano il ritorno del marito dalla guerra, sotto una yurta stilizzata. Proseguendo la passeggiata Bishkek ci appare piacevole, piena di verde e parchi. Si dice che sia la città con più alberi dell’Asia centrale. In un parco affacciato sulla prospettiva Chuy sorge il monumento ai Martiri della Rivoluzione: una statua ritrae Urkuya Salieva, socialista della prima ora uccisa da “ricchi contadini”, davanti a gruppi di personaggi popolari che simboleggiano il “risveglio del proletariato”. Il monumento eretto nel 1978 ricevette persino il premio Lenin. Tutto intorno salici piangenti. Qua e là osserviamo altri simboli sopravissuti al crollo del comunismo, diversamente dall’Uzbekistan dove sono stati subito rimossi: falce e martello campeggiano sopra un obelisco e sul portale di un palazzo. Lungo la prospettiva incrociamo la statua di un’altra donna. Si tratta di Kurmandjan Datka, vissuta nell’ottocento e conosciuta come la Regina del Sud o la Zarina degli Alai. Nata da una semplice famiglia nomade, ruppe la tradizione rifiutando di sposare un uomo molto più vecchio. Divenne invece la moglie del governatore dei kirghisi di Alai e gli successe dopo la sua morte, unica donna nel mondo islamico. Dopo l’arrivo dei russi rinunciò a vendicare i figli condannati a morte o esiliati per non causare altre sofferenze al suo popolo e terminò la sua esistenza da eremita in un villaggio. Piazza Ala-Too (“montagne colorate”) ha ospitato per molti anni la statua di Lenin oggi sostituita da un angelo della libertà che regge il tunduk, la “cupola” della yurta, simbolo nazionale. Una fiamma perenne è guardata da due soldati, mentre su un pennone sventola la bandiera rossa del Kirghizistan che reca in mezzo un sole giallo con il tunduk. La statua di Lenin nella sua nuova sistemazione, ironicamente, punta il braccio alzato verso l’università americana. Proseguendo sulla prospettiva Chuy incrociamo la Casa Bianca sede del presidente, mentre sullo sfondo verso sud si vedono alte montagne coperte di neve. Raggiungiamo una piazza piena di fiori, dove sorge il palazzo cha ha appena ospitato il summit dello SCO tra Russia, Cina e repubbliche dell’Asia centrale. Davanti si trova la statua di Manas, l’epico eroe nazionale, ritratto a cavallo su un alto podio; di fianco le statue del padre e della madre con un cappello a punta, stile fata. In un angolo un paio di edifici sfoggiano guglie in stile nord Europa. Terminata la nostra passeggiata, raggiungiamo la sede della Celestial Mountains, per pagare il tour. Il proprietario è inglese; alle sue dipendenze ha una batteria di giovani russe mentre un gatto si aggira tra le scrivanie. Ha voglia di chiacchierare: mi spiega che ha iniziato l’attività 15 anni fa e, con l’ausilio di una cartina che occupa un’intera parete, illustra altre regioni del paese da visitare in viaggi futuri. Lasciamo Bishkek attraversando la valle del Chuy con vaste distese coltivate e una muraglia di montagne innevate a sud. In alcuni tratti costeggiamo il fiume; sulle rive pescatori con le canne. Più a nord, oltre le basse montagne, c’è il Kazakistan. Proseguendo il confine si fa sempre più vicino e le torrette d’avvistamento sono appena oltre il fiume. Superato un check-point, ci fermiamo ad un mercatino di frutta e verdura; Saltanat ci spiega che la gente appartiene all’etnia dunga, una popolazione che vive anche in Cina. Per un brevissimo tratto sconfiniamo in Kazakistan, raggiungendo poi la città di Tokmak dove ai tempi dell’URSS c’era una scuola militare di piloti d’aviazione, mentre oggi notiamo una moschea moderna con tetto e cupola argentati. Una deviazione ci porta in mezzo alla campagna fino alla torre di Burana. Si tratta di un minareto, unico sopravissuto di un antico complesso monumentale. Restaurato negli anni settanta, ha riacquistato la decorazione di mattoni delle pareti. Si eleva sopra un podio ottagonale restringendosi verso l’alto ma ha perso la “lanterna”. Saltanat ci racconta una leggenda. Un indovino aveva predetto al re che sua figlia sarebbe morta per il morso di una vedova nera. Il padre per proteggerla la tenne rinchiusa nella torre ma nel giorno del suo diciottesimo compleanno la principessa morì come le era stato predetto: il ragno assassino arrivò con un cesto d’uva inviatole per regalo (la stessa leggenda si racconta in Turchia a proposito del castello sull’isola di Kizkalesi). Un edificio ospita un museo piccolo ma interessante. La custode c’illustra i vari reperti e Saltanat fa la traduzione simultanea. Ammiriamo petroglifi con arieti dalle lunghe corna, iscrizioni arabe su pietra e un Buddha senza testa. Una pietra con fori era utilizzata per un gioco kirghiso (oggi si utilizzano versioni di legno) mentre piccole conchiglie provenienti dall’India fungevano da moneta (è curioso trovarle in un paese così lontano dal mare). Nel frattempo è arrivato un gruppo di kirghisi e uno di loro invoca Allah con le mani giunte, accovacciato all’ombra del minareto. Una collinetta ospita il “castello”, i resti di una serie di stanze con mura di fango. Nel prato intorno si trovano interessanti balbas, pietre con volti scolpiti, provenienti da vari siti; molti uomini con i baffi recano una coppa in mano. Di fianco grosse macine di pietra. Terminata la visita, torniamo a Tokmak riprendendo la marcia verso oriente. Attraversiamo Kemini, paese natale dell’ex presidente. La valle ora è circondata da colline più basse, dall’aspetto di dune di sabbia. Lungo la strada, spunti curiosi sono offerti dalle fermate dell’autobus decorate con mosaici, una ha la forma del cappello tradizionale kirghiso, e dalle statue di animali, un’aquila e un leopardo, collocate sulle colline. Deviamo infilandoci in uno stretto passaggio tra verdi montagne; vicino al fiume alcuni alberi recano appesi panni di stoffa. Il paesaggio si fa più pietroso, anche se il verde è sempre dominante. Continuiamo a costeggiare il fiume e la ferrovia, percorrendo la “Gola Filiforme” che conduce fino al lago Issyk-Kul. Il paesaggio si allarga; sulla sinistra belle collinette color sabbia, sulla destra verdi montagne. Incrociamo le prime yurte. Abbandoniamo la strada per il lago, deviando verso Kochkor. Improvvisamente ci appare in lontananza la magnifica visione del lago artificiale Orto-Tokoy, dalle tonalità azzurre, blu e turchesi; tutto intorno verdi praterie e rosse montagne. Il paese di Kochkor deve il suo nome a una leggenda. Un inverno non smetteva mai di nevicare e una ragazza salì su una montagna e gridò “via la neve!” (“khoc khor!”). Da allora in questa regione nevica poco. Raggiungiamo una cooperativa per la produzione di tappeti che ospita un piccolo museo, ma per prima cosa ci attende il pranzo servito in una yurta. Sono le quattro e siamo affamati perciò divoriamo la zuppa bosh e il riso plov. Ottimi i piccoli pani fritti. La yurta è simile a quelle osservate in Mongolia, con l’intelaiatura a graticcio di legno su cui poggiano i bastoni fissati all’anello centrale. Una differenza è il tunduk che completa il foro centrale con due fasce incrociate di tre bastoni. In compagnia di un gruppo di francesi assistiamo a uno “show interattivo”, durante il quale una ragazza ci illustra le varie fasi per la preparazione di un tappeto. Prima di tutto si deve battere la lana per pulirla facendo scivolare i bastoni per non impigliarla. Dopo i francesi, tocca a me provare. Poi la lana viene stesa a piccoli grumi su una stuoia: prima quella scura per lo sfondo, poi la lana colorata per i disegni. Io compongo una yurta bianca aiutato da Saltanat, i francesi, il prato e le stelle. La stuoia viene arrotolata e avvolta in un straccio che, legato, è imbevuto d’acqua. Al suono della musica iniziamo un lungo balletto pigiandola per bene. Alla fine lo straccio viene aperto dopo essere stato bagnato di acqua calda. Il tappeto è quasi pronto; deve essere solo lavato ripetutamente con acqua e sapone e strizzato energicamente (la ragazza sfoggia bei bicipiti). Il risultato non è male. Questi tappeti fatti di lana pressata sono chiamati ala-kiyiz e sono caratteristici del Kirghizistan. Durante lo spettacolo una vecchia, seduta tra le coperte e vestita pesante con un paio di grossi stivali, “tesse” una corda di crini di cavallo. La “treccia” è già lunga e la vecchia la tiene arrotolata su uno stivale, allungandola di volta in volta con l’aggiunta di crini bagnati con acqua e sapone. Alla fine sembra molto resistente. Nel museo/negozio sono esposti molti oggetti interessanti, alcuni antichi. I caratteristici shyrdak, tappetini di feltro, possono durare anche 30 anni. Molto bello un grosso tappeto da utilizzare sopra la porta con un triangolo nel mezzo che reca gli otto simboli del giorno, della notte, del fuoco, ecc. Ammiriamo anche antichi bauli di legno realizzati senza chiodi, un cappello da sposa tipo fata, una pelliccia fatta con cinque pelli di lupo, un vestito cinese con decorazioni dorate, un grosso recipiente di pelle per il kumys, vecchie banconote della Russia zarista, ornamenti d’argento per i capelli (tanto più lunghi quanto più destinati a donne importanti), alti cappelli a quattro facce per gli uomini (dal centro entra l’energia vitale), copri porta di pelle di cervo. Alla fine acquistiamo un tappetino e una bambolina di feltro. Per la notte siamo alloggiati in una casa privata; abbiamo una stanza tutta per noi con tappeti alle pareti e shyrdak per terra, oltre ad alcuni giganteschi peluches. Curiosando tra i volumi in cirillico della libreria scopro alcuni libri interessanti: “Frunze”, una guida della Bishkek sovietica del 1984, nella quale molte foto esaltano lunghi condomini sullo sfondo di montagne mentre altre mostrano file di mietitrebbia e cortei davanti a gigantografie di Lenin. Un altro volume è dedicato agli eroi sovietici con pensieri introduttivi firmati Lenin e Gorbaciov. Più classici i volumi, “Anna Karenina” e “I Fratelli Karamazov”. Prima di cena facciamo una passeggiata in paese, raggiungendo la statua argentata di Lenin sopravissuta al comunismo. Al tramonto le montagne che circondano Khockor si accendono di rosso. Su un paio di picchi più alti risplende la neve. Ceniamo nel salotto della casa che ci ospita. La padrona ci prepara una zuppa con specie di pappardelle. Saltanat divide la conversazione con noi in inglese e con Edoard, il nostro autista dalle origini tedesche, in russo. La famiglia è benestante, possiede anche un paio di negozi in centro. Il programma CBT, “Community Based Tourism”, promuove il turismo presso le famiglie locali e rappresenta un’interessante iniziativa per viaggiare in modo equo solidale (anche se forse i soldi vanno solo a chi è già ricco!). Mercoledì 22 agosto: Kochkor – Lago Son Kul Alle nove e mezzo lasciamo Kochkor. Lungo la strada per Naryn il paesaggio è molto bello: a destra una prima fila di montagne marroni, tutte increspate, dietro i picchi più alti. Incrociamo alcuni cimiteri suggestivi, costruiti appositamente lungo la strada per essere visti dai viandanti. Costeggiamo il fiume; su un costone la statua di una capra di Marco Polo sfoggia lunghe corna. Le rocce si fanno più scure. Attraversiamo un villaggio con molti camion cinesi parcheggiati mentre alcuni container sono utilizzati come caffè ora che è estate e come abitazione d’inverno, al posto delle yurte. Alle dieci e un quarto lasciamo la strada principale deviando verso il lago di Son Kol. Un gregge di pecore e mucche, scortate da pastori a cavallo, blocca il passaggio mentre un’ampia vallata si apre davanti a noi. C’infiliamo tra collinette di terra chiara, raggiungendo un paese circondato da montagne multicolori. Un cimitero è formato da tombe con lastre che riproducono facciate di casette. Lungo il ruscello qualche macchia bianca di sale, intorno un prato verde, di fianco collinette ondulate beige e verdi. I contadini falciano l’erba con movimenti ondulatori. Sorpassiamo due turisti in bicicletta carichi di bagagli; una bella fatica sui saliscendi della strada non asfaltata. Improvvisamente pieghiamo a sinistra iniziando l’ascesa; la strada si arrampica con una serie di tornanti fino ai 3200 metri del passo. Arrivati in cima, la vista è magnifica: da un lato montagne dominate da un gruppo di picchi rosa, dall’altro le acque blu del lago Son Kul. Nella prateria tutto intorno si scorgono in lontananza yak al pascolo. Una discesa ci porta fino al lago, a 3000 metri. Questa notte dormiremo in una yurta tutta per noi, sempre ospiti di una famiglia tramite la formula del CBT. La vasta prateria su questa sponda è punteggiata di yurte, collocate a qualche centinaio di metri dalle acque limitate sul lato opposto da basse montagne brune. Una striscia verde attraversa il lago invitando a un trekking per il pomeriggio ma ora la quota si fa sentire e ci muoviamo con molta calma, avvicinando i gruppi di cavalli che pascolano intorno. Sono marroni, bianchi, neri e pezzati. Pranziamo nella “yurta ristorante”; su una parete è esposto il certificato del CBT che garantisce una serie di standard di qualità. Saltanat ci spiega che esiste un sistema di classificazione a tre livelli, un po’ come le stelle dei nostri alberghi. Il pranzo è ottimo: insalata di pomodori e cetrioli, un piatto con farro, riso e carne con il sugo, accompagnati da ciotole con panna dolce, un paio di marmellate e ottimo pane fatto in casa. La yurta è molto bella con il tunduk in cima da cui partono i bastoni che si piegano in basso verso la parte a graticcio coperta di tappeti. Saltanat ci spiega il significato dei vari disegni: sicurezza, amicizia, salute. Dopo pranzo ci sediamo al sole; scrivo queste note mentre una gallina cammina sul prato e i cani riposano all’ombra. L’acqua del lago luccica sotto il sole e regna il silenzio. Tre yurte hanno le “porte” sollevate; differentemente dai mongoli che usano porte di legno, i kirghisi chiudono l’ingresso con una ripiegatura del feltro. Durante il pranzo è venuta a visitarci la padrona di casa e Stefania ha notato i capelli pulitissimi. La famiglia deve passarsela bene anche grazie al turismo. Oltre ai cavalli sparsi nei paraggi, possiede capre e pecore che torneranno solo stasera dai pascoli oltre le montagne. Rispetto ai mongoli sembrano molto più “progrediti” e benestanti (almeno le famiglie di questa zona). Vicino ad ogni gruppo di yurte c’è una Lada parcheggiata. Assistiamo alla mungitura delle giumente mentre i cuccioli, ormai da svezzare, legati da un’altra parte riposano sdraiati per terra. Decidiamo poi di fare una passeggiata. Il lago è diviso in due parti da una striscia di terra coperta d’erba. In un punto il passaggio è consentito solo da una sottile linea di sassolini. Stefania preferisce tornare indietro mentre io proseguo per un’altra mezzora fino a raggiungere una punta. Regna il silenzio più assoluto; le montagne si specchiano nell’acqua immobile, dello stesso colore del cielo. Le yurte sono macchioline gialle nella prateria. I monti più alti segnano il passaggio da cui siamo arrivati e vegliano in lontananza facendo capolino con le loro cime rocciose oltre le verdi colline. Nonostante l’alta quota, non fa freddo anche perché il vento è scomparso. Ogni tanto devo tirare il fiato, ma ora basta scrivere è tempo di ascoltare il silenzio. Mi sposto sull’altra parte del lago, molto più vasta; circondata da montagne basse (ma siamo già a 3000 metri), sembra quasi prossima a tracimare. Il sole frontale rende l’acqua chiara e splendente ma la mia preferita rimane la sponda con le yurte. Da questo lato non si vedono opere umane anche se un po’ di schiuma sul bagnasciuga e un copertone sott’acqua ricordano che l’uomo è sempre presente. L’acqua non è troppo fredda ma non oso bagnarmi oltre le caviglie. La sera chiacchieriamo con la padrona di casa. Gran parte del lavoro è sulle sue spalle, come spesso accade. Quando una coppia si sposa i genitori di lui, se si tratta del primo genito, vivono con la nuova coppia e così la giovane moglie oltre che dei figli deve occuparsi anche dei suoceri. La famiglia trascorre nelle yurte solo i quattro mesi estivi da giugno a settembre mentre d’inverno vive in una casa a Kochkor, tenendo il bestiame nei recinti. Sono quindi dei “nomadi part-time”! Possiedono quattro yurte: una per la cucina con un tavolino in mezzo, una per dormire e due per gli ospiti (la più grande è usata come sala da pranzo). M’informo sul prezzo di questa ultima: è realizzata artigianalmente e costa 55.000 som. All’esterno il feltro è rivestito da un telo bianco fissato con corde di crini di cavallo (pizzicano) mentre all’interno le pareti sono coperte da tappeti e borse appese. A cena si unisce a noi Richard un turista scozzese che vive da anni negli Stati Uniti. Ha 64 anni e fa il volontario per la pace così ha molto da raccontare. E’ accompagnato da un autista che gli fa da guida e interprete; Edoard trova finalmente un compagno per le sue bevute, visto che io gli do scarsa soddisfazione. Il tramonto è entusiasmante, il più bello del viaggio. Il sole sbuca sotto le nuvole prima di calare oltre le basse montagne e accende il cielo di rosso. La cena è ottima con uno squisito agnello arrosto, accompagnato da verdure e pezzetti di pane abbrustolito con il miele (tipo gli struffoli napoletani). Giovedì 23 agosto: Lago Son Kul – Tash Rabat Alle nove e un quarto, dopo una lauta colazione, lasciamo non senza rimpianti il lago e la famiglia che ci ha ospitato. Prima però dobbiamo riempire un questionario sulla qualità dei servizi; noi diamo il massimo dei voti mentre Richard osserva acutamente che se vogliono attrarre frotte di americani devono migliorare i bagni (ma c’è da augurarselo?!). Percorriamo una strada diversa da quella dell’andata che ci riserverà altri magnifici paesaggi. La sterrata attraversa una vasta prateria, punteggiata qua e là di yurte e cavalli al pascolo. Nei greggi prevalgono le pecore dal manto nero. L’erba è secca per la stagione avanzata, perciò il colore prevalente è il giallo. Alle dieci attraversiamo il Son Kul proveniente dal lago. Saltanat ci spiega che se uno è triste ma racconta i suoi pensieri al fiume, l’acqua li porta via. Il paesaggio si fa più ondulato con qualche roccia. Riecco i ciclisti di ieri. Raggiungiamo un passo a 3200 metri di quota e la vista è fantastica. Dominiamo due valli attraversate molto più in basso da fiumi. Da un lato la strada che ci attende serpeggia impressionante con 32 tornanti; dall’altro la gola scavata dal Son Kul. Intorno, ampie distese verdi sulle quali le nuvole disegnano ombre dalle forme originali; in lontananza le acque del lago. Due marmotte sfrecciano veloci davanti a noi. Mentre scendiamo lungo i tornanti ricompaiono gli alberi, assenti al lago: si tratta di pini. Buffi e numerosi cespuglietti hanno l’aspetto di alghe filiformi. Raggiunto il fiume, un affluente del Naryn, facciamo una passeggiata attraverso la gola racchiusa da montagne rocciose fino a raggiungere una cascata, non molto alta ma ricca d’acqua. Ripartiamo costeggiando il ruscello; il verde dei prati è interrotto dagli alti pini e dalle rocce. La valle si allarga circondata da verdi colline mentre Saltanat si fa consegnare da Edoard il telecomando del lettore MP3 collegato all’autoradio e prende il controllo della musica. Riprendiamo a salire. Dall’alto le colline hanno la forma di dune di sabbia, con sfumature verdi; dietro montagne rossastre più alte. Passato mezzogiorno ritroviamo la strada asfaltata per Naryn, che imbocchiamo seguendo l’omonimo fiume, ormai ridotto a un ruscello. Nel cimitero di Ottuk le tombe hanno la forma di piccole moschee con cupola. Visitiamo il mausoleo isolato di un famoso cantante dell’ottocento; ci accoglie un ragazzo sorridente che controlla le mucche nei paraggi. All’una siamo a Naryn, capitale regionale, circondata da aride montagne prive di vegetazione, dove pranziamo in un caffè (bosh e langhman per me). Proseguendo nel viaggio incrociamo camion cinesi provenenti dal confine; anche la strada reca i solchi del loro passaggio. Attraversiamo un brullo altopiano; il tempo si è annuvolato velando le montagne in lontananza. Sulla sinistra la catena dell’At Bashy forma una muraglia di alti picchi con le cime innevate. Il terreno alterna tratti più aridi, sabbiosi in certi punti, a zone coperte d’erba con mucche al pascolo. Superato il fiume At Bashy la strada diventa sterrata e proseguiamo per un lungo tratto. Alle quattro deviamo a sinistra infilandoci in una valle laterale attraversata dal Tash Rabat, fino a una sbarra che un bambino provvede ad aprire dopo che Saltanat ha pagato l’ingresso. Compare un gruppo di yurte; Saltanat ci spiega che questa è la posizione estiva mentre d’inverno sono spostate nel versante senza neve esposto al sole. Il campo ha anche un piccolo edificio per la sauna russa ma noi proseguiamo. Il paesaggio si fa più roccioso con due pareti che formano una sorta di cancello alla valle, ormai verdissima nel suo fondo. Le numerose marmotte che fanno capolino ai lati della strada confermano di essere più attive la mattina e la sera. Finalmente raggiungiamo il nostro campo, situato a quota 3100 in una valle verdissima, racchiusa da montagne e attraversata da un ruscello. Una breve passeggiata ci porta fino al caravanserraglio di Tash Rabat. Saltanat ci racconta due storie sulla sua costruzione. Un re aveva due figli e chiese al maggiore cosa avrebbe fatto quando gli sarebbe succeduto. Rispose che avrebbe cercato di rendere il paese più ricco accrescendo il commercio. Il padre gli disse di iniziare subito e così costruì il caravanserraglio ma dopo qualche anno morì e il regno passò al secondo genito che preferì le razzie al commercio, accumulando i tesori nel caravanserraglio utilizzato come fortezza. Alla fine però il caravanserraglio fu attaccato e distrutto. La seconda storia racconta che Tamerlano, quando passò in questa regione, fece deporre una pietra ad ogni soldato del suo esercito. Il caravanserraglio fu costruito con queste pietre. Gli archeologi sembrano condividere queste incertezze, poiché la datazione oscilla tra il X e il XV secolo. Entrando si accede a un vasto corridoio che porta nella sala centrale con la volta a cupola. Gli ambienti sono numerosi: piccoli con cupolette con un’apertura in mezzo, più grandi con volte ogivali, uno più lungo con banchine utilizzate dai mercanti per dormire stesi su tappeti. Le pareti presentano pietre grezze sporgenti. Tornati all’esterno, saliamo sulla terrazza rendendoci conto che la costruzione è parzialmente scavata nel fianco della collina. La cupola è molto bella, una calotta di pietra. Spunta il sole. Sul pendio di fronte le pecore tornano a casa per la sera; sulla destra un gruppo di yurte bianche. Nella terrazza si aprono i fori che danno luce agli ambienti sottostanti e si distinguono le volte degli ambienti più lunghi.

Venerdì 24 agosto: Tash Rabat – Passo Torugart – Kashgar La notte in yurta trascorre tranquilla: sotto una notevole massa di coperte, nemmeno questa volta abbiamo patito il freddo, distesi sui materassi collocati per terra. La sera, semmai, abbiamo avuto il problema opposto per il caldo eccessivo della stufa accesa. Oggi passeremo in Cina attraverso il passo del Torugart e per evitare brutte sorprese partiamo presto, alle sette e mezzo. Il tempo è uggioso con nuvole e foschia. Lungo la strada, al nostro passaggio le marmotte scappano con il loro buffo caracollare. Hanno folte pellicce marrone chiaro. C’immettiamo di nuovo nella strada per il confine, ormai trasformata in una malmessa sterrata avvolta dalla polvere sollevata dai camion. Il maltempo limita la visuale alla brulla piana ondulata. Attraversiamo un villaggio di poche case; in un cortile escrementi ad essiccare. Cominciamo a salire e poco prima delle nove raggiungiamo il posto esterno di controllo kirghiso, sessanta chilometri dal passo. Scavalcata la fila dei camion, Saltanat porta i nostri passaporti nell’ufficio. L’operazione si conclude in pochi minuti e riprendiamo la marcia in piano. La strada migliora ma il paesaggio si fa sempre più arido. Superato il passo Tuz Bel a 3574 metri, un interminabile reticolato corre senza interruzioni a fianco della strada. Le montagne non sono che vaghe ombre nel grigiore del cielo. Alle nove e mezzo ci fermiamo per una sosta: il terreno è sabbioso e si scorgono le acque del lago Chatyr Kol. Sull’altro lato il doppio filo spinato ricorda i tempi dell’URSS, quando questo era un confine tra due superpotenze. Dopo dieci minuti i camion parcheggiati annunciano il check-point. Le operazioni filano lisce. Finalmente valichiamo il sospirato passo del Torugart a 3752 metri d’altitudine, per tanti anni chiuso a causa delle tensioni tra Cina e Unione Sovietica. I nostri accompagnatori ci conducono attraverso la terra di nessuno, fino al confine cinese ma è troppo presto e la sbarra è ancora abbassata. Poco dopo arrivano alcuni giovani soldati che scattano una foto ricordo davanti alla stele con i simboli della bandiera nazionale. Il confine viene aperto ma non si vede nessuno. Il “nostro cinese” deve arrivare fin qui per prelevarci ma se la deve essere presa comoda! La pioggia mista a nevischio, invita a rifugiarsi in macchina al calduccio. Continua nella sezione dedicata alla Cina ...

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