Frammenti di viaggio

I paesaggi della Maremma lasciano senza fiato. Posso definirli sublimi nel significato che a questo aggettivo fu attribuito in epoca Romantica: “Tutto ciò che può destare idee di dolore e di pericolo, ossia tutto ciò che è in un certo ...

  • di Genny 1
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: in gruppo
 

I paesaggi della Maremma lasciano senza fiato.

Posso definirli sublimi nel significato che a questo aggettivo fu attribuito in epoca Romantica: “Tutto ciò che può destare idee di dolore e di pericolo, ossia tutto ciò che è in un certo senso terribile, o che riguarda oggetti terribili, o che agisce in modo analogo al terrore, è una fonte del Sublime...È ciò che produce la più forte emozione che l’animo sia capace di sentire.” In questo senso sublime sembra l’opposto di bello, ma secondo me ne rappresenta l’ombra misteriosa, la profondità, la trimensionalità. Amore e Psiche del Canova è una scultura bellissima, perfetta armonia di forme, movimento regolare di linee delicate.

Ma la perfezione non è di questo mondo. La realtà è un caotico intreccio di inaspettati punti di fuga, senza senso compiuto, senza equilibrio, in continuo mutamento. E’ proprio questa vaghezza che provoca in chi guarda stupore, trepidazione ed anche paura dell’ignoto... Strada sinuosa e sconnessa che si inerpica a fatica sul dorso di un aspra montagna, immersa nell’umida nebbia di un cielo molle e pesante. Cautamente costeggiamo il dirupo. Nell’infinita voragine la terra si increspa minacciosamente in vette proterve, ispide di un manto verde irregolare, qua e là strappato a mostrare impudicamente le nudità della roccia. In mezzo alla vegetazione, a tradimento, mucchi di tufo con finestre, aggrappate alla roccia come alla vita.

E qua un corso d’acqua, là oscure cavità nella roccia, di là ancora un paesino arroccato ad altitudini inverosimili, bizzarra propaggine della pietra...E l’anima danza in quell’infinito ondeggiare di forme di una nostrana “terra di mezzo”. Torpore notturno di un viaggio senza fine. Ad un tratto, un miraggio arancione squarcia la notte nera. Un monte, illuminato dalle sue fondamenta, si erge come opera inconclusa di un abile scultore. Dalle pendici la roccia sale, irregolare, e via via si modella e diventa arco, muro, strada, casa, torre, chiesa, città. In un accavallarsi di tetti, occhieggiare di finestre appare Pitigliano.

Immensa vallata, pausa inattesa tra gli aspri monti, lieto sospiro dell’anima.

Sant’Antimo, abbazia benedettina, bella come una vergine priva di orpelli, campeggia con umile fermezza sconvolta dal gelido vento di una primavera che tarda ad arrivare, ebbrezza mistica circondata da un contorcersi di ulivi scheletrici. All’interno ci accoglie una semplicità disarmante e il canto vespertino di alcuni monaci. Otto voci diverse si fondono in un’unica monodia che trova forza nella sua soavità e culla l’anima innalzandola verso atmosfere celestiali dove tutto è pace, serenità, bellezza in un moto continuo e regolare privo di materialità.

L’anima ora è piena, pronta per tornare, nel polifonico e caotico ritmo della quotidianità...

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