Dimentica la solita Roma del Colosseo: ecco come trascorrere 4 giorni tra giardini proibiti e assaggi di meraviglia

Alla scoperta di meraviglie nascoste e non in una Roma sempre magica
Scritto da: superele1982
dimentica la solita roma del colosseo: ecco come trascorrere 4 giorni tra giardini proibiti e assaggi di meraviglia

Sin dalla mia prima visita ai tempi della scuola superiore, Roma è riuscita a conquistare il mio cuore per sempre. Se ci aggiungiamo la mia grande passione – ormai trentennale – per l’archeologia, l’insieme rappresenta per me un binomio pressoché perfetto. Bisognose di staccare un po’ dalla quotidianità e di prendere le distanze da un periodo difficile, io e mia madre ci siamo volute regalare un secondo viaggio insieme nella Capitale, dopo i quattro giorni bellissimi che vi avevamo trascorso nel 2024. Ho prenotato con largo anticipo la sistemazione e preparato un itinerario super personalizzato che sapevo ci avrebbe riempite di gioia e meraviglia, certissima che Roma non ci avrebbe deluse nemmeno questa volta.

Diario di viaggio a Roma

Giorno 1 – Terme di Traiano, Rione Monti, Fori Imperiali, Scuderie del Quirinale

Il treno Frecciarossa parte da Parma puntualissimo, e ci porta fino alla stazione di Roma Termini in poco più di tre ore e mezzo per la modica cifra di 140 euro (per due persone, andata e ritorno). Durante il viaggio, chiacchieriamo con una compagna di carrozza originaria di Messina, che abita a Parma da pochi mesi e che non ama il nostro fastidiosissimo clima umido. Al nostro arrivo a Roma, il cielo è grigio e minaccia pioggia, per i primi metri fuori dalla Stazione sembra che la situazione regga… e invece, a circa metà strada inizia a piovere piuttosto intensamente, e quando arriviamo in Via della Polveriera (che dista poco più di un chilometro dalla stazione) siamo abbastanza zuppe nonostante gli ombrelli (colpa di un vento freddissimo che non ci darà tregua nemmeno nelle ore successive). La strada dalla stazione non è particolarmente impegnativa, ma scelgo di evitare la lunga Scalinata dei Borgia, che ricordo molto ripida e che sicuramente non fa al caso nostro, dato che siamo appesantite da zaino e borsone. Meglio proseguire per via Cavour e poi per via degli Annibaldi, allunghiamo di poco ma il tragitto è senz’altro più agevole. Al nostro arrivo all’appartamento “La Calla al Colosseo” veniamo accolte da Antonio, una delle persone più gentili che io abbia mai incontrato. Già durante il nostro viaggio in treno mi aveva scritto per sincerarsi che tutto stesse andando bene e che arrivassimo all’orario concordato – oltre ad un’accoglienza super, ci fa anche trovare la camera già pronta, in modo da poterci ristorare prima di iniziare il nostro itinerario per le strade della città. L’appartamento, scovato su Booking.com qualche anno fa ma difficilissimo da trovare libero, ci è costato 488 euro per 3 notti (tassa di soggiorno di 36 euro in totale esclusa). Consultando Google Maps mi ero costruita delle aspettative piuttosto alte, che sono poi state rafforzate dall’alto punteggio dato dalle recensioni dei precedenti ospiti e confermate quando siamo arrivate sul posto. Innanzitutto, la posizione è la migliore possibile. “La Calla al Colosseo” si trova su una collinetta che dà direttamente sul Colosseo, nel Rione Monti che tanto adoro e quindi anche vicina a ristoranti e negozietti. Ovviamente la vista è di quelle da togliere il fiato: quando si esce da Via della Polveriera, a sinistra si staglia l’Anfiteatro Flavio, mentre dritto e a destra i Fori illuminano il panorama con la loro magnificenza. È vero che anche l’occhio vuole la sua parte ma – se la posizione è il punto forte – sicuramente l’allestimento dell’appartamento e la cura con cui Antonio gestisce la propria attività fanno sì che ci si trovi davvero in un gioiellino imperdibile. In un unico ambiente di circa 30 metri quadrati, un comodo letto a scomparsa si sposa perfettamente con uno spazio cucina dall’arredamento nuovo e soprattutto funzionale, completo di qualsiasi cosa possa servire per approntare un pasto o scaldarlo. Il frigo è rifornito con acqua e succhi di frutta, ci sono pentole, padelle, stoviglie, posate, bicchieri, piatti, forno, lavastoviglie, un set completo da sale-pepe-olio-aceto e un piccolo set da cucito nel caso in cui si dovessero ricucire un buco o un bottone. Il bagno è un po’ angusto ma funzionale e soprattutto pulito, con una bella doccia, un comodo bidet e tutto ciò che può servire (grosse confezioni di shampoo, docciaschiuma, schiuma da barba, assorbenti, bastoncini per le orecchie). Sulla panca vicino al letto, caramelle e cioccolatini, ma come se non bastasse Antonio regala a mia madre un piccolo Colosseo come souvenir di benvenuto, promettendomi di provare a smontare per me quello più grande a pochi metri da noi.

Soddisfatte per l’accoglienza e per la bella sistemazione, salutiamo Antonio e ci prepariamo per iniziare la nostra prima giornata di scoperte. Mi risulta che a breve distanza si possano vedere i ruderi delle Terme di Tito, ma in realtà troviamo – dietro ad una rete protettiva – i resti delle Terme di Traiano, in piena fase di ristrutturazione. Su progetto del più famoso architetto dell’epoca, Apollodoro di Damasco, dedicate dall’imperatore Traiano nel 109 d.C., furono le prime “grandi terme” di Roma, all’epoca il più grande complesso termale esistente al mondo. Il complesso si estendeva su una superficie di oltre sei ettari, occupata da costruzioni precedenti come il padiglione esquilino della Domus Aurea, le Terme di Tito e l’edificio dell’affresco della “Città Dipinta”, che avevano la funzione di sotterranei di servizio e di collegamento fra le varie parti delle terme. Dalla rete di protezione riesco comunque a scattare una foto dell’imponente struttura giunta fino ai giorni nostri. Chissà come apparirà a fine lavori! Speriamo di poter tornare per vedere il risultato di tanti sforzi, anche economici. Decidiamo di proseguire la nostra passeggiata tra il Colle Oppio e il Rione Monti, in modo da arrivare puntuali alla trattoria che ho prenotato per il pranzo. Scendendo dal colle, arriviamo proprio sopra al Colosseo, che ci saluta nuovamente maestoso sotto un cielo grigio che purtroppo non promette niente di buono. Il vento è costante e freddo, ma siamo talmente affascinate dal panorama che si staglia davanti a noi che quasi non risentiamo del clima poco invitante.

Il Rione Monti, che raggiungiamo dopo una breve camminata attraverso via degli Annibaldi e via dei Serpenti, è vivace come lo ricordavo. Tra ristoranti, bar, gelaterie e piccoli negozi vintage è sempre un piacere passeggiare per le sue strette strade sempre affollate di turisti e avventori. La Trattoria Vecchia Roma in via Leonina è ancora chiusa – sbirciamo il menù e le proposte del giorno e proseguiamo poco oltre in attesa dell’orario di apertura. Dopo pochi passi, incontriamo il titolare, Patrizio, che mi saluta affabilmente e ci dà appuntamento di lì a pochi minuti. L’accoglienza in questa trattoria è sempre amichevole, da anni prenoto qui almeno un pasto per ogni vacanza – mi piace l’ambiente rustico, i piatti semplici della cucina romana interpretati nel modo più verace possibile e il servizio simpaticamente basico di Patrizio e del suo staff. Quando arriviamo, il locale è ancora vuoto, ma dopo pochi minuti arrivano una coppia di professionisti romani e un nutrito gruppo di turisti americani. Ordiniamo due bei piatti di rigatoni al sugo di coda alla vaccinara – per me, il miglior piatto della Trattoria – ma prima ci gustiamo qualche pezzo di focaccia e di pizza piccantina gentilmente offerti da Patrizio. I rigatoni sono semplici ma ben cucinati, e la coda è cotta a puntino e ben saporita. Gli americani ordinano lo stesso piatto chiedendo che venga accompagnato da un cappuccino caldo, ma fortunatamente la cameriera e Patrizio si oppongono comunicando orgogliosamente che nel loro ristorante non vengono servite bevande calde. Con due birre medie, il conto è di 40 euro tondi. Salutiamo Patrizio con una bella stretta di mano dandoci appuntamento al prossimo soggiorno a Roma, e ci incamminiamo soddisfatte verso la prima vera grande tappa della nostra vacanza. Siamo un po’ in anticipo, e lungo la strada inizia anche a piovere. Quando arriviamo al Quirinale, il vento e la pioggia sono piuttosto insistenti. All’ingresso della mostra alle Scuderie, l’addetto preposto alle prenotazioni ci comunica la possibilità di farci entrare con mezz’ora di anticipo, ma non di più. Ci consiglia di prenderci un caffè all’asciutto in un bar poco lontano, almeno per risparmiarci il tempaccio che pare non darci tregua.

Entriamo alla mostra “I tesori dei Faraoni” con 30 minuti di anticipo sulla tabella di marcia e già dai primi passi sento di aver fatto la scelta giusta. Sono appassionata di egittologia sin dalla tenera età di 8 anni, e non potevo perdermi un evento di tale rilevanza.  Curata dal Dr. Tarek El Awady, i Tesori dei Faraoni è un evento straordinario e unico per ammirare opere e reperti eccezionali, tra cui alcuni esposti per la prima volta in Italia: è infatti la seconda volta che l’Egitto autorizza un’esposizione così imponente dopo quella dei primi anni Duemila a Palazzo Grassi a Venezia. Decidiamo di partire dalle sale espositive del secondo piano, in modo poi da scendere direttamente per concludere all’ampio negozio dedicato all’evento. L’emozione è tanta, così come le aspettative, che vengono ampiamente superate.

Tra i primi reperti che colpiscono la mia attenzione c’è la monumentale – e preziosissima – scultura della Triade di Micerino, che racconta i fasti dell’Antico Regno e che pare impossibile si presenti dal vivo davanti ai miei occhi dopo tutte le volte che l’ho ammirata in non so più quanti libri di archeologia. Mentre percorriamo le sale espositive perfettamente allestite, dove l’illuminazione è ovviamente riservata ai soli reperti, che risplendono per la loro unicità e per la valenza storica ed artistica, racconto a mia madre le leggende e le storie che mi hanno sempre affascinato, in modo da farle comprendere la magia della civiltà che si sta raccontando davanti ai nostri occhi con 130 capolavori presi in prestito dai più illustri musei egiziani, come il Museo Egizio del Cairo e il Museo di Luxor. Le racconto di Osiride e di Iside e del loro figlio Horus, del malvagio Seth e della stupefacende resurrezione di Osiride dal mondo dei morti. E poi di Akhenaton, Nefertiti e Tutankhamon, dell’arte amarniana testimone della profonda riforma monoteista che Akhenaton introdusse precorrendo i tempi delle grandi religioni che sarebbero poi venute secoli dopo. E’ stupefacente vedere davanti a noi la preziosissima stele in cui i raggi di Aton scendono sulla famiglia reale benedicendola con mani che paiono accarezzare il Faraone, rappresentato con la testa allungata e la pancia prominente in quel particolare stile che voleva discostarsi dalla millenaria tradizione politeista che aveva voluto abolire (senza però riuscirci).

Dalle sue origini fino all’età d’oro dei grandi faraoni del Nuovo Regno e del Terzo Periodo Intermedio, l’Antico Egitto si racconta davanti a noi con la ricchezza di opere di valore assolutamente inestimabile: indimenticabili la Collana delle Mosche d’Oro (un premio ai condottieri valorosi che combatterono importanti battaglie nelle fila dell’esercito del Faraone), la maschera funeraria d’oro di Amenemope, il sarcofago d’oro di Tuya (nonna di Akhenaton), la copertura funeraria d’oro del faraone Psusennes Iinsieme… e poi gioielli reali, oggetti di uso quotidiano e sarcofagi interamente ornati da simboli sacri. Dopo un breve passaggio al bookshop, dove riesco miracolosamente a non acquistare niente (prima di partire, avevo già comprato su internet il catalogo in grande formato della mostra – non ancora aperto per non rovinarmi la sorpresa), usciamo sulla Piazza del Quirinale ancora  meravigliate da cotanto splendore. Ha smesso di piovere, e il rientro verso il Rione Monti è sicuramente più agevole.

Prima di rientrare nel nostro appartamento, ci colpisce la facciata di una chiesa ed entriamo incuriosite. Si tratta della chiesa di Sant’Agata dei Goti, una delle prime diaconie romane, forse fondata o restaurata nel V secolo da Flavio Ricimero, comandante di origine germanica dell’Impero d’Occidente, diventando da subito un centro di raduno della comunità gotica di Roma, che professava il culto ariano. Un secolo dopo, la chiesa passò alla comunità cattolica e fu riconsacrata da Papa Gregorio Magno con il titolo di Sant’Agata, una delle martiri più famose dell’antichità cristiana. L’interno, a tre navate divise da 16 colonne antiche, conserva in parte la struttura originaria, con aggiunte barocche e ottocentesche. Ci colpiscono il bellissimo soffitto a cassetoni e il prezioso pavimento della navata centrale. Accendiamo una candela a San Giuseppe e ci riposiamo qualche minuto osservando la magnificenza di ciò che ci circonda.

Ci riposiamo un po’ in appartamento, poi approfittiamo dell’assenza di pioggia per andare alla scoperta della nuova stazione della Metro C in Via dei Fori Imperiali, non senza aver anticipato telefonicamente l’orario della nostra cena all’Hosteria delle nostre amiche Maria Rosaria e Tiziana. Dopo aver chiesto informazioni ad un addetto della Metro in Viale dei Fori Imperiali, arriviamo alla nuovissima stazione della Metro C, a pochi metri di distanza dal vecchio ingresso. Scendendo da una scala mobile, si accede ad un percorso museale che ripercorre 2.000 anni di storia della città. Qui gli scavi hanno restituito tra l’altro diversi pozzi di età repubblicana e i reperti esposti, in parte rivenuti nel corso della realizzazione, offrono uno straordinario racconto che si snoda affascinante in un contesto moderno capace però di raccontare la storia più antica di Roma. Capitelli, sarcofagi, vasi, parti di sculture… A mio giudizio, è assolutamente indimenticabile ciò che resta di una meravigliosa testa di Medusa, che con il suo sguardo è ancora capace di rapire quello del visitatore moderno. Per accedere ai reperti in mostra oltre i tornelli, acquistiamo i biglietti ordinari per la metro da 1.50 euro l’uno alle macchine automatiche, ma l’esigua spesa vale certamente tanta meraviglia.

All’Hostaria La Carbonara Monti in Via Panisperna hanno già aperto le porte e fatto accomodare i primi clienti, ma al nostro arrivo Maria Rosaria e Tiziana ci accolgono con affetto – durante i miei precedenti soggiorni a Roma ho mangiato diverse volte qui da loro, che offrono una cucina romana autentica in un ambiente caldo e piacevole. Dopo la nostra ordinazione, chiacchieriamo un po’ con Tiziana – non ci vediamo da un paio di anni, ed è sempre piacevole raccontarci un po’ di novità. Tra una risata e l’altra, arrivano una porzione di fiori di zucca ripieni con acciuga e mozzarella (eccelsi), rigatoni alla gricia (paradisiaci, tra l’altro sono i preferiti di Pierfrancesco Favino, cliente ed estimatore di questo ristorante) e saltimbocca alla romana (cucinati proprio a mestiere). La cena è accompagnata da due bicchieri di vino, uno bianco e uno rosso, da etichette del territorio caldamente consigliate da Tiziana – con il mio rosso, doveva finire la bottiglia e il bicchiere è bello pieno… inizio sin da subito a ridere, io non reggo assolutamente l’alcol! Devo dire che il rosso è corposo, intenso e generoso, e si sposa perfettamente con i fiori di zucca e la mia meravigliosa gricia. Rinunciamo al dolce, ma Titti ci offre comunque due bicchierini di liquore al mandarino che degustiamo tra le risate e la soddisfazione di aver consumato un’ottima cena (per un totale di 71 euro, con una bottiglia d’acqua e un caffè inclusi nel conto). Ci salutiamo dandoci appuntamento a sabato per un pranzo che si preannuncia molto gustoso, e rientriamo alla nostra Calla al Colosseo dopo aver ammirato un panorama di assoluta bellezza: il Colosseo e i Fori, illuminati d’oro, ci danno la buonanotte, con la promessa di altre giornate immerse nella meravigliosa storia di questa città che è ben più che eterna.

Giorno 2 – San Pietro in Vincoli, Via dei Coronari, Castel Sant’Angelo, Ara Pacis

Dato che ci ritroviamo entrambe sveglie molto presto, decido di modificare l’itinerario che ho preparato per oggi. In più, decidiamo insieme di cambiare il ristorante per il pranzo di oggi, non siamo convinte di quello che avevo prenotato da casa e, tramite l’app The Fork, ne scovo uno a poca distanza da Piazza Navona che pare fare al caso nostro. Speriamo di averci azzeccato! Prima di colazione, propongo una visita alla vicinissima Basilica di San Pietro in Vincoli. Ci siamo già state entrambe, ma trovo sia un peccato trovarci a pochi metri dal Mosè di Michelangelo e non tornare ad ammirarlo! Al nostro arrivo alle 8, la Basilica è aperta da poco ed è già in corso una Messa. Appena entrate, vediamo sotto l’altare maggiore le catene che danno il nome all’edificio in cui ci troviamo, che fu fatta costruire, nel V secolo, dalla figlia di Teodosio II, imperatore d’Oriente. Sua madre, Elia Eudocia, ebbe in dono da Giovenale, Patriarca di Gerusalemme, le catene che avevano tenuto legato San Pietro durante la prigionia a Gerusalemme. Le inviò alla figlia che volle donarle personalmente a papa Leone Magno, già in possesso di quelle usate nel Carcere Mamertino. Quando le due catene furono avvicinate, si fusero miracolosamente in una. La chiesa sorse proprio per celebrare e ricordare il miracolo, e per custodire degnamente la preziosa reliquia.

Il motivo per cui ci troviamo qui oggi, è ciò per cui la Basilica è soprattutto celebre: ospita infatti, dal 1545, il Mosè di Michelangelo Buonarroti, uno dei capolavori dell’arte rinascimentale italiana, scolpita nel 1513 per ornare il monumento funebre di Giulio II. L’artista aveva progettato un complesso architettonico e scultoreo grandioso, ma aveva dovuto sospenderne  l’esecuzione, dato che l’interesse del papa era indirizzato tutto alla ricostruzione della basilica di San Pietro. La scultura, abbandonata ogni idea di grandiosità architettonica, fu terminata dopo la morte di Giulio II, che poi fu sepolto nella basilica di San Pietro in Vaticano. L’opera davanti a cui ci troviamo incantate ritrae un maestoso Mosè seduto con le Tavole della Legge appena ricevute dal Signore. Il momento rappresentato da Michelangelo è quello successivo alla consegna dei Comandamenti sul monte Sinai. Al suo ritorno, Mosè trova gli Israeliti intenti a venerare un vitello d’oro, un idolo pagano. Mosè è talmente adirato che sembra sul punto di alzarsi per distruggere tutto. Michelangelo rappresenta magistralmente la rabbia terribile che invade il profeta, scolpendo le realistiche vene che sembrano palpitare, i muscoli in tensione e il viso solenne e furente. La scultura è maestosa ed affascinante, ma anche tutto ciò che la circonda e il monumento alle sue spalle rappresentano un capolavoro che giustamente vengono ammirati dai turisti di tutto il mondo.

Dopo qualche momento di assoluta venerazione per tanta bellezza, scendiamo la temuta scalinata (quella che ieri abbiamo evitato di salire prima di arrivare all’appartamento) e ci ritroviamo in Via Cavour, a pochi metri dal Bar Ciardi – che mi era stato consigliato qualche anno fa da Tiziana de La Carbonara, ma che non avevo ancora sperimentato. Mai consiglio fu tanto gradito ed azzeccato. Con 8 euro ci gustiamo un’ottima colazione: due mini-cannoli siciliani al pistacchio, un grande croissant ripieno fino all’inverosimile di ottima crema pasticciera e un cappuccino sono senz’altro uno dei modi migliori per iniziare una fruttuosa giornata a spasso per le vie di Roma.

La Basilica dei Santi Cosma e Damiano, su Viale dei Fori Imperiali, apre alle 10, quindi sarà meglio posticipare la visita che avevo programmato come prima tappa di questa prima giornata piena e procedere con il resto. Scattiamo diverse foto ai Fori che ammiriamo sulla sinistra del grandissimo viale (fotografiamo anche ciò che rimane dell’antica Torre dei Conti, tristemente crollata lo scorso novembre), e alla statua di Giulio Cesare su cui di recente è stata posta una corona per ricordare le tragiche Idi di Marzo, poi oltrepassiamo Piazza Venezia e il grosso cantiere che ostacola il traffico tentacolare del centro di Roma; con l’app Uber, chiamo un taxi che in poco meno di 15 minuti ci porta fino all’ingresso dei Giardini di Villa Borghese (grazie ad una super promo, paghiamo la corsa solo 5.50 euro – il tassista, Stefano, si è rivelato molto simpatico ed il viaggio è stato piacevolissimo).

Purtroppo il meteo non è l’ideale per ammirare lo splendore di questi giardini, ma non disperiamo e combattiamo il vento freddo non rinunciando alla nostra visita. Dopo Piazza di Siena, scatto alcune foto al Tempio di Antonino e Faustina (che in realtà è un falso tempio in rovina – davvero molto ben realizzato – che risale al Settecento). Poi torniamo verso il punto in cui il taxi ci ha lasciato per ammirare il Tempio di Esculapio in prossimità del laghetto (con questo freddo, le tartarughe che avevo tanto apprezzato un paio di anni fa sono sicuramente al sicuro in un luogo più caldo). Proseguiamo sul lato opposto rispetto a Villa Borghese, e arriviamo fino alla famosa Terrazza del Pincio, che ci conduce poi alla sottostante Piazza del Popolo, con l’obelisco egizio e le due chiese gemelle, Santa Maria in Montesanto, nota anche come “Chiesa degli Artisti”, e Santa Maria dei Miracoli. Prendiamo la lunga Via di Ripetta, che ci conduce fino all’Ara Pacis, di fianco al Tevere, e poi fin quasi in Piazza Navona, dove decidiamo di fermarci in un bar che finalmente ci dà la possibilità di usare la toilette. Lungo il tragitto fino alla celebre piazza, ci eravamo fermate in due bar per un caffè con l’intento di utilizzare il bagno, ma in entrambi i locali campeggiava la triste scritta “WC guasto” ed avevamo abbandonato il campo. Mi era già successa la stessa cosa in Francia, e avevo facilmente intuito la scarsa disponibilità dell’esercizio pubblico nel lasciar utilizzare i servizi anche a fronte di una consumazione. Speravo che l’ospitalità italiana fosse migliore, ma mi sbagliavo. In ogni caso, uno dei grandi bar-ristorante in Piazza Navona è la soluzione quasi perfetta ai nostri bisogni: una volta usata la toilette (pulitissima), ci accomodiamo all’esterno vicino alle grandi stufe che riscaldano il dehors e ordiniamo un cappuccino caldo e un bicchiere d’acqua frizzante, per la modica cifra di circa 7 euro (acqua offerta gratuitamente). Ok, il prezzo del cappuccino è esagerato, ma vuoi mettere la gioia di gustarsi la meraviglia delle sculture della Fontana dei Quattro Fiumi sedute al caldo dopo il ristoro di una toilette pulita? Ci rilassiamo dopo la lunga camminata, poi ci alziamo e scattiamo qualche bella foto alla fontana e alla piazza, gremita di gente che si gode il bellissimo cielo azzurro, nonostante il vento ancora piuttosto freddo. Mentre eravamo sedute al tavolino del bar, ho consultato Google Maps per trovare qualcosa da esplorare nei paraggi prima di pranzo, e la vicina libreria dell’usato Serendipity mi è parsa una buona proposta. Percorsi pochi metri, arriviamo in Corso Rinascimento e alla singola vetrina della libreria, che in realtà si rivela una perla imperdibile per i librofili, me compresa: in tre ambienti angusti ma dai soffitti altissimi, Serendipity è stipata di volumi di ogni generi. Dalla letteratura alla storia, dalle biografie ai libri d’arte, tantissimi libri proposti alla metà del prezzo di copertina fanno bella mostra negli scaffali ma anche impilati sul pavimento: gli spazi sono quelli che sono, ma la libreria ha un fascino unico che affascina il lettore appassionato e il ricercatore più incallito, accontentando l’uno e l’altro con la ricchezza dell’offerta. Anche il titolare è simpatico e disponibile, il che non guasta mai. Acquisto due libri pressoché introvabili sulla vita quotidiana nell’Antica Roma editi una quarantina d’anni fa dal Musseo Nazionale Romano (uno sulla medicina, l’altro sulla cucina), è impossibile resistere ed uscire senza comprare niente! Prima di dirigerci dietro Piazza Navona per pranzo, decidiamo di fare una puntatina alla vicina Basilica di Sant’Andrea della Valle, che ci colpisce all’esterno per la maestosità della facciata. Ci colpiscono soprattutto la ricchezza e la sontuosità barocca del soffitto e dell’abside, ma la vera sorpresa è la piccola mostra, “Chi è l’uomo della Sindone?” dove la protagonista è una copia del Sacro Telo, mostrato qui in tutto il suo fascino misterioro grazie ad una copia a grandezza naturale. In una teca, è visibile anche la copia di quella che poteva essere stata la corona di spine che fu calcata sulla testa di Gesù prima della crocifissione.

Soddisfatte di queste due tappe a sorpresa, percorriamo poche centinaia di metri fino alla colorata Via di Santa Maria dell’Anima, dove troviamo “Er Marchese All’Anima”, il ristorante che ho prenotato da poche ore scartando quello che avevo scelto qualche mese fa da casa. Su Google le recensioni sono piuttosto positive, si parla di vera cucina romana verace in un ambiente simpatico e caratteristico e, anche se ci avviciniamo guardinghe, il locale ci accoglie gentilmente. I camerieri sono spavaldi e veloci, tanti giovani capitanati da uno dei titolari che ci diverte con la sua veracità romanesca. Ordiniamo tonnarelli alla gricia e pappardelle alla gricia con crema di fave, che ci vengono serviti belli fumanti e in tempi abbastanza rapidi dentro a due belle padelline. Entrambi i piatti si rivelano cucinati a puntino, saporiti e cremosi, con un guanciale croccante che dà quel tocco in più di romanità. Soddisfatte, ordiniamo anche due bruschette mozzarelle e acciughe, per le quali l’attesa si fa un po’ più lunga a causa della folla che ha invaso il locale. Il ritardo è comprensibile, ma siamo sedute comodamente nel dehors del ristorante al calduccio con una stufetta che rende la temperatura piacevole e non abbiamo nessuna fretta, al contrario della coppia di turisti francesi seduti al tavolo alle mie spalle. E qui il titolare si esibisce in un paio di battute da urlo, tra un francese-romano che li informa la necessità di saper aspettare non trovandosi da McDonald e l’urlo in romanesco che invita lo staff a far uscire le bruschette della signora, che lo avrebbe minacciato di dargli “’na capocciata”. Escono quindi anche i nostri piatti, semplici ma goduriosi. Con due birre medie e un caffè (offerto), il conto finale è di 51 euro – ottimo prezzo anche tenendo in considerazione il 20% di sconto grazie alla promo con la app The Fork. Siamo soddisfatte per i piatti, il servizio, il locale e il personale, che si è dimostrato attento ma anche gentile e simpatico.

La nostra passeggiata pomeridiana ci riserva un’altra sorpresa quando percorriamo l’intera Via dei Coronari, una suggestiva strada pedonale molto famosa per il suo fascino rinascimentale, i negozi di antiquariato e le botteghe artigiane. Situata nel rione Ponte, deve il suo nome agli antichi venditori di corone del rosario per i pellegrini ed è il Santuario della Madonna di Loreto e di Padre Pio a Roma. All’interno troviamo infatti alcune reliquie, tra le quali proprio quelle del Santo di Pietrelcina. Scattiamo qualche foto e percorriamo fino alla fine Via dei Coronari, che ci porta praticamente di fronte al maestoso Castel Sant’Angelo, che raggiungiamo dopo il suggestivo (e affollatissimo) Ponte Sant’Angelo. Dopo una rapida visita ai banchetti sul Lungotevere, realizziamo che il nostro programma pomeridiano è praticamente già terminato e che, con il vento freddo che non accenna a diminuire, pensare di continuare a camminare fino alle 7 di sera, orario della nostra cena nel vicino Rione Prati, è assolutamente poco fattibile. Raggiungere il Vaticano significherebbe allungare di molto il tragitto a piedi per raggiungere il ristorante che abbiamo prenotato, in più siamo piuttosto stanche e un po’ di riposo sarebbe gradito. Decidiamo di rientrare al nostro appartamento, quindi uso ancora Uber per prenotare il taxi che arriva in pochi minuti. Durante il tragitto chiedo al tassista di lasciarci su Viale dei Fori Imperiali: mi sono ricordata della nostra mancata visita, stamattina, alla Basilica dei Santi Cosma e Damiano, che aprirà nel pomeriggio alle 15. Il tassista ci deposita a pochi metri dall’ingresso (prezzo super vantaggioso con l’ultima promo disponibile sul mio account), quindi giusto il tempo di riposare qualche minuto sedute sul muretto di fronte ai Fori e possiamo entrare alla scoperta di un’altra meraviglia che voglio far conoscere a mia madre (io l’avevo già visitata nel 2023). Dedicata ai due fratelli medici martirizzati nel 303 d.C., la Basilica dei Santi Cosma e Damiano nasce nel VI secolo dalla fusione di due edifici classici: una delle due biblioteche del Foro della Pace e la rotonda del cosiddetto Tempio del Divo Romolo, donati da Amalasunta, figlia di Teodorico, a papa Felice IV che li adattò a chiesa. Originariamente, l’accesso avveniva dalla Via Sacra (nel Foro Romano, attualmente all’interno del Parco Archeologico del Colosseo), attraverso il portale del Tempio del Divo Romolo. Prima di visitare la chiesa, accompagno mia madre a vedere il magnifico presepe napoletano del XVIII secolo esposto nel vestibolo, donato alla chiesa nel 1939 da Cataldo Perricelli, un cittadino di origine napoletana. Le dimensioni sono impressionanti, ogni personaggio è curatissimo nei minimi dettagli, e tanta è la meraviglia davanti ad un’opera “inaspettata” come questa.

La meraviglia è destinata ad aumentare quando entriamo all’interno della chiesa: a navata unica, presenta un bellissimo soffitto a cassettoni dipinto e dorato e l’abside è preziosamente decorato con notevoli mosaici risalenti al VI secolo. Sull’arco trionfale si possono ammirare l’Apocalisse con l’Agnello mistico fra i sette candelabri, angeli e simboli degli evangelisti, mentre, nel catino, Cristo fra i Santi Pietro e Paolo che presentano, i Santi Cosma e Damiano accompagnati da San Teodoro e Felice IV con il modello della chiesa. Il blu del cielo nel mosaico è intenso come se l’opera fosse stata terminata pochi giorni fa, e l’oro risplende ancora davanti ai nostri occhi meravigliati da tanta bellezza. Sul lato opposto, una vetrata ci consente di vedere il Tempio di Romolo nel Foro Romano, con i visitatori che vi accedono dalla Via Sacra (uno dei miei luoghi del cuore a Roma, esplorato ormai non so più quante volte). Usciamo di nuovo su Viale dei Fori Imperiali, scattiamo qualche altra foto al nostro amato Colosseo e poi rientriamo alla Calla per un po’ di meritato riposo.

Mamma Bruna è super convinta di voler tornare al Rione Prati per cenare nel ristorante dove avevamo mangiato benissimo un paio di anni fa. Prenoto un taxi ad un prezzo vantaggioso (12.50 euro) con una promo dell’app FreeNow, e raggiungiamo il ristorante “Il Maritozzo Rosso” dopo una ventina di minuti in mezzo ad un traffico spaventoso. La nostra tassista, che guida la sua auto a Roma da pochi mesi, ci racconta i rischi del mestiere e ogni tanto volta la testa verso di noi – sono un po’ preoccupata, la sua guida è piuttosto vivace e ci sono mille ostacoli, ma arriviamo tutte intere a poca distanza dal ristorante. L’accoglienza al nostro arrivo è gentile ma piuttosto glaciale, avvertiamo subito l’assenza della cameriera che ci aveva tanto coccolate due anni fa. Il titolare è comunque presente, ma finiamo nelle mani di una giovane cameriera inesperta, che legge svogliatamente l’elenco dei vini dalla lontana lavagna e non ci aiuta nella scelta, non sapendo chiaramente quali piatti ordineremo. L’esperienza di mia madre è preziosa, e ordiniamo due bicchieri di Pinot Grigio Ramato, che si rivelerà un’ottima scelta. Chiediamo una porzione di carciofi alla romana da dividerci come antipasto, mia madre ordina finalmente l’amatriciana tanto sognata negli ultimi due anni di assenza da Roma e io mi lancio in una porzione extra large di carbonara. I carciofi sono molto buoni, teneri e saporiti, ma i due piatti di pasta si rivelano una delusione sin dal primo assaggio. Non che siano cattivi, anzi, si lasciano ben mangiare, ma per entrambi manca quella spinta in più che ci aveva conquistate nel 2023. In cucina non c’è più la mia amica Silvia, che aveva reso quei piatti davvero indimenticabili, mentre quelli di stasera non sono sicuramente all’altezza di cotanto paragone. Grazie ad un concorso che avevo vinto su Instagram, abbiamo diritto ad un Maritamisù gratis, un tiramisu servito all’interno di un maritozzo dolce, e sono lieta che mia madre possa rifarsi, anche se in parte, dopo la delusione del primo piatto. Con una bottiglia d’acqua, il conto è di 63.50 euro. Menomale che almeno il dolce di mia madre era gratis, ed era buono, comunque usciamo piuttosto deluse da piatti sostanzialmente “spenti” e un servizio anonimo e inadeguato. Forse occorrerebbe un bagno di umiltà, il locale è molto bello e “trendy”, ma la qualità della cucina dovrebbe essere migliorata e il servizio reso più empatico. Peccato, abbiamo speso una ventina di euro di taxi per raggiungere e rientrare da un locale su cui avremmo scommesso, ma almeno, in futuro, non ripeteremo lo stesso errore. Il tassista ci accompagna in Via della Polveriera in un tempo record, c’è poco traffico e la velocità del veicolo è sostenuta. Non ci dice una parola perchè passa tutto il tempo al cellulare, ma se non altro il rientro in appartamento è rapido e possiamo riposarci in attesa delle meraviglie che ci attendono domani.

Giorno 3 – Terme di Caracalla

La colazione da Ciardi, stamattina, è foriera di una giornata densa di meraviglie. Con 8.50 euro, ci viziano con il “solito” meraviglioso croissant pieno di crema, un cappuccino e una strepitosa fetta di pastiera napoletana.

All’uscita, attraversiamo la strada e chiamo un taxi con la app FreeNow. Il prezzo è altino (18 euro), ma attingiamo da un salvadanaio virtuale in cui abbiamo fatto convogliare i soldini ottenuti con la compilazione di sondaggi on line, quindi sono fondi “regalati” e messi da parte proprio per questo nostro viaggetto. Preferiamo evitare la metropolitana, che si è economica, ma non è il meglio sul fronte della sicurezza e dell’affollamento. Abbiamo entrambe una salute piuttosto precaria, e ammalarci ora significherebbe mettere a rischio anche il resto della vacanza. In pochi minuti siamo davanti ai cancelli delle Terme di Caracalla, che ho visitato qualche anno fa insieme a mio marito e che sono ansiosa di mostrare a mia madre. Alle 9 entriamo con i nostri biglietti già pagati e prenotati da casa (poco più di 8 euro a testa), e già dai primi passi la meraviglia di ciò che ci circonda è tangibile e sorprendente.

Le Thermae Antonianae, uno dei più grandi e meglio conservati complessi termali dell’antichità, furono edificate per volere dell’imperatore Caracalla sul Piccolo Aventino tra il 212 ed il 216 d.C., in un’area adiacente al tratto iniziale della Via Appia. Per la sua costruzione, furono impegnati migliaia di uomini, ma il risultato è splendido persino dopo così tanti secoli. E’ emozionante passeggiare sul selciato in mezzo a mura così alte, che erano state testimoni di un’epoca fatta di buon vivere, incontri d’affari e svaghi. I mosaici che possiamo ancora ammirare sono incantevoli nella loro precisione millimetrica e nella loro eleganza semplice, e le foto si sprecano. Non sappiamo più dove girarci, a cosa dedicare la nostra attenzione. Alcuni mosaici ci raccontano di antiche credenze mitologiche, di mostri marini e di grandi pesci appartenenti a quel mondo acquatico che le terme volevano ricostruire in modo tanto lussuoso. Quando arriviamo alla parte finale del nostro percorso dentro al cuore delle Terme, alcuni pannelli prima e una sezione coperta poi attraggono la mia attenzione. C’è una novità da esplorare, qualcosa che non avevo visto durante la mia prima visita del 2022. Di cosa si tratta? Entro nella nuova struttura con emozione, e sin da subito rimango letteralmente a bocca aperta. Siamo nella Domus di Vigna Guidi, un piccolo gioiello di età adrianea parzialmente distrutto per la costruzione dei bagni più grandi e magnifici dell’Urbe, intorno al 206 d.C. Riscoperta a metà dell’Ottocento, poi nuovamente coperta e riportata alla luce negli anni Settanta, la domus è tornata di recente a mostrarsi al pubblico al termine di un lungo e attento intervento di restauro, con un allestimento davvero molto suggestivo che fa risaltare i colori rari e preziosi utilizzati nell’antichità negli affreschi di questa Domus. Appena oltre la porta di ingresso, due meravigliosi mosaici staccati dal luogo di origine e incollati qui fanno bella mostra di sè con i loro accesi colori. Ma più avanti la meraviglia continua.

In quella che con ogni probabilità era una stanza dedicata al culto domestico, di fronte alle classiche divinità romane si possono riconoscere persino le sagome di Iside, Anubi e forse Serapide: una testimonianza del sincretismo religioso dell’epoca che è però un unicum nell’arte della Roma multiculturale, un aspetto che contraddistinse la civiltà romana per tutta la sua storia. Passerei ore ad ammirare tanto splendore, ma l’ambiente è piccolo ed iniziano ad arrivare altri visitatori, per cui devo abbandonare a malincuore questa “mia” nuova scoperta e tornare tra le maestose rovine delle Terme, che ci raccontano – nonostante i secoli – di sontuose decorazioni. Le fonti scritte parlano di enormi colonne di marmo, pavimentazione in marmi colorati orientali, mosaici di pasta vitrea e marmi alle pareti, stucchi dipinti e centinaia di statue e gruppi colossali, sia nelle nicchie delle pareti degli ambienti, sia nelle sale più importanti e nei giardini. Si può ancora respirare tanta magnificenza, si può ancora avvertire la potenza dell’antica civiltà romana in questo sito che lascia sempre a bocca aperta. Prima di uscire, decidiamo di riposarci un po’ sulle sedie vicine alla grande vasca di straordinaria bellezza ricreata nel giardino antistante l’area monumentale, uno specchio d’acqua rettangolare nel quale si riflettono le maestose architetture di Caracalla. Anche grazie a splendidi giochi d’acqua, si ha l’impressione di trovarsi in un luogo meraviglioso come doveva esattamente essere nell’antichità. Non vorremmo mai andarcene, finalmente il vento è cessato e il cielo blu ci sta regalando la giornata ideale per un sito archeologico di spessore come quello in cui ci troviamo. Una veloce puntatina ai curatissimi bagni pubblici e siamo pronte per uscire e intraprendere il nostro cammino a piedi con destinazione il Parco di Colle Oppio. Dato che la situazione metereologica ce lo consente, ci godiamo questa passeggiata “archeologica” che ci fa passare vicino al Circo Massimo, poi attraversare la bellissima Via di San Gregorio all’ombra dei suoi secolari pini, fino ad arrivare al maestoso Arco di Costantino e al Colosseo. Dall’Anfiteatro Flavio al centro del Parco di Colle Oppio, la distanza è davvero minima. Ampie zone di verde alternate a sorprendenti testimonianze di epoca romana rendono questo parco una perla del rione Monti e un vero e proprio “giardino archeologico”, dalle cui terrazze e dai cui viali è possibile godere di magnifici scorci del Colosseo e del Palatino. Il giardino si sviluppa lungo due viali principali (viale della Domus Aurea e viale Mizzi) dotati di ingressi monumentali e arricchiti da una serie di fontane che donano al parco un aspetto romantico e suggestivo e che furono realizzate sfruttando la naturale pendenza dei luoghi. La vegetazione presenta una piacevole sintesi tra piante mediterranee (pini, lecci, cipressi, oleandri), palme e specie tipiche dei giardini antichi (rose, mirto, alloro). È una bellissima oasi di pace, basta guardare un po’ attorno e ti sembra di essere lontana secoli dal caos della civiltà moderna, in un mondo che ti trasporta alla corte dei Cesari.

Arriviamo da Titti e Rosy alla Carbonara Monti in via Panisperna pochi minuti prima dell’apertura alle 12.30. Veniamo accolte con un grande abbraccio al grido “Oggi abbiamo il baccalà fresco!” e ci accomodiamo al nostro solito tavolino nella sala principale. Non so rinunciare alla gricia delle ragazze, e mia madre finalmente si può gustare il suo piatto preferito in questo ristorante: i maccheroncini con pecorino, guanciale e carciofi. Come secondo, ci dividiamo una porzione di baccalà fritto. Con due birre medie e un caffè, spendiamo 62 euro, ed usciamo super soddisfatte dopo un pranzo veramente di qualità, servito con il garbo e la simpatia che contraddistingue le sorelle Rossi, con le quali è nata un’amicizia che sono orgogliosa di ostentare. Per festeggiare i 120 anni di attività dell’Hosteria, Titti ci regala la shopper di tela che hanno fatto fare appositamente per questo importante traguardo: è un regalo che conserverò gelosamente e con affetto.

Titti ci avvisa della manifestazione che si snoderà anche per le strade dell’Esquilino, ma sul momento non mi preoccupo più di tanto. Abbiamo appuntamento con la mia amica Orsola alla Basilica di Santa Maria Maggiore subito dopo pranzo, dovremmo riuscire ad evitare il corteo. Salutiamo Rosy e Titti per l’ultima volta (e siamo anche piuttosto tristi…), e ci trasciniamo su per il colle fino ad arrivare al controllo delle borse prima di entrare nella Basilica. Appena varcata l’uscita del gabbiotto, vedo Orsola che ci saluta dal cancello esterno della Basilica. La raggiungiamo, ci abbracciamo e facciamo due chiacchiere sulle “nostre” recenti “scoperte archeologiche” capitoline. Ci ripromettiamo di rivederci con più calma in occasione di un nuovo viaggio a Roma, magari davanti ad un piatto di pasta da Titti e Rosy, e poi io e mia madre entriamo nella Basilica. Per prima cosa, decidiamo di visitare la tomba di Papa Francesco, che al primo impatto mi lascia senza fiato per la sua semplicità. L’avevo già vista in foto e in tv, ma la sensazione provata dal vivo è qualcosa di profondamente diverso. Le persone si avvicinano, si inginocchiano e pregano commossi davanti a questa tomba che rispecchia in pieno la semplicità che Bergoglio ha predicato dal suo primo discorso come pontefice. Sembra di risentire le sue parole di amore e speranza, di rivedere il suo sorriso, ed è difficile rimanere indifferenti, anche per una che – come me, non ha poi questa gran Fede. Francesco è stato l’unico papa che ha saputo conquistare il mio cuore, grazie al suo modo di fare tanto affabile e vicino alla gente comune. Il suo “Buon pranzo, e arrivederci” mi faceva compagnia, la domenica, mentre preparavo il pranzo, e devo dire che – a ripensarci, davanti a quella tomba bianca dove due rose erano le uniche macchie di colore a testimonianza dell’affetto della gente, ho provato un senso di perdita e di nostalgia per una persona che ha dato tanto alla carica che si era trovato a dover ricoprire. A poca distanza, la cappella dove è conservata la più importante icona mariana, la Salus Populi Romani. La tradizione attribuisce l’immagine a San Luca, Evangelista e patrono dei pittori.

La tavola, di piccole dimensioni, è in legno di cedro. L’icona è particolarmente cara alla pietà popolare e tanto legata all’identità di Roma e dei suoi Papi. Papa Francesco poneva i suoi viaggi apostolici sotto la protezione della Salus, a cui era solito fare visita prima della partenza e dopo il ritorno. Così facendo si rifaceva ad una tradizione dei gesuiti, che sin dall’origine della Compagnia di Gesù promossero il culto e distribuirono copie dell’icona in tutto il mondo. Procediamo quindi ad osservare più in dettaglio la chiesa in cui ci troviamo, una delle quattro basiliche papali di Roma, la sola ad aver conservato la primitiva struttura paleocristiana, sia pure arricchita da aggiunte successive. Sui muri della navata centrale, al di sopra della trabeazione, sono visibili riquadri a mosaico risalenti al V secolo. Il soffitto risale al tempo di Alessandro VI Borgia (1492-1503) e, secondo la tradizione, venne dorato col primo carico di oro americano, dono di Isabella di Spagna. L’arco di trionfo è decorato da splendidi mosaici con Storie dell’infanzia di Gesù del periodo di Sisto III. Nel catino absidale, il bellissimo mosaico fu eseguito, e firmato, da Iacopo Torriti, alla fine del XIII secolo. La Basilica risplende con le sue preziosissime decorazioni, e ci incanta anche se per noi questa è la seconda visita. Dopo una veloce puntata al negozio, scendiamo per visitare il Tesoro, dove dietro le teche troviamo tantissimi oggetti preziosi che testimoniano la ricchezza della Chiesta Cristiana nei secoli.

All’uscita, ci attende una brutta sorpresa. La manifestazione pacifica di cui ci aveva parlato Titti è in pieno svolgimento, e sta proprio passando davanti alla Basilica. Un addetto ci fa uscire velocemente dalla cancellata chiusa, e ci ritroviamo in mezzo ad una fiumana di gente a dir poco apocalittica. Il corteo sembra non finire mai, lo attraversiamo velocemente e ci rifugiamo in una stradina poco distante. Alle 16 potremo entrare nella Basilica di Santa Prassede per ammirare altri meravigliosi mosaici, nel frattempo proviamo a valutare la possibilità di raggiungere la Pasticceria Regoli evitando il corteo. Impossibile. Anche la vicina Basilica di San Silvestro e San Martino ai Monti dovrebbe aprire alle 16, quindi ritorniamo fiduciose indietro davanti all’entrata di Santa Prassede e aspettiamo fiduciose insieme ad altri visitatori in attesa. I minuti passano, si fanno le 16 e il portone rimane chiuso. Qualcuno prova a telefonare, e arriva la notizia che il parroco non vuole prendersi la responsabilità di aprire le porte con il rischio di venire invaso dai manifestanti. Piuttosto deluse da questo moderno Don Abbondio, torniamo alla Chiesa di San Silvetro e San Martino ai Monti, che fortunatamente è aperta (probabilmente è gestita da prelati più coraggiosi rispetto a quelli di Santa Prassede). Questa Basilica è una delle più antiche Chiese romane. Il suo Titulus, motivo della nostra visita, risale al IV secolo. Nel III secolo un certo Equizio, forse un prete romano, costruì una prima chiesa, dedicata inizialmente a Maria Santissima Gaudiam Christianorum, in quanto tra quelle mura Papa Silvestro – incontrando nella sua attività l’imperatore Costantino per intercessione di Maria – ottenne la pace per il mondo cristiano. Il Titulus equizio che si trova sotto la Basilica è uno dei più belli di Roma, e aggiungo che dovrebbe essere più “pubblicizzato”. Ne ho trovato traccia solo dopo alcune ricerche, memore della bellezza di quanto avevo visto nella Basilica di San Clemente, non troppo lontano da qui. Anche nella Basilica l’ingresso al Titulus non è ben indicato. L’abbiamo trovato solo una volta scese le scale che portano alla cripta. Sulla sinistra, tramite una porticina, si accede alla scala fatta costruire nel XVII secolo e che, tramite uno stretto passaggio, conduce al sottostante Titulus Equitii. Si tratta di un edificio in laterizio della prima metà del III secolo d.C. formato da una grande aula centrale, divisa da pilastri in due ali di tre campate ognuna, con volta a crociera ed un vestibolo che, mediante tre ampie porte, si apriva sul Clivus Suburanus, un importante asse viario. Gli ambienti del titulus sembrano disposti ed adibiti ad uso commerciale, magazzini probabilmente collegati ad ambienti di servizio delle vicine Terme di Traiano. Tra la fine del III e gli inizi del IV secolo avvennero le prime trasformazioni e le pareti furono rivestite con intonaco e decorate con soggetti cristiani. Molte le tracce sono ancora visibili, come lapidi sepolcrali, transenne marmoree, sarcofagi, colonnine e fusti di colonne, il tutto a regalare un atmosfera fuori dal tempo e assolutamente unica. Anche la temperatura è piuttosto bassa, sembra di essere delle nuove Indiana Jones nelle segrete di un’antico edificio perso nei meandri dei secoli. È molto emozionante camminare su queste antiche pietre, nell’aria è diffusa un’antico motivo musicale, sempre lo stesso, che però enfatizza la particolarissima atmosfera in cui siamo immerse. Ci sarebbe una seconda scala per scendere ulteriormente di un altro livello, ma mi sembra troppo accidentata e mia madre non si sente sicura a lasciarmi intraprendere questo ulteriore tuffo indietro nei secoli (più si scende e più si va indietro nel tempo).

A malincuore abbandono ogni intento archeologico e riprendiamo la nostra strada verso la risalita e l’uscita nei tempi moderni. Siamo costrette a riattraversare il corteo di manifestanti e di forze dell’ordine per raggiungere la famosa Pasticceria Regoli, dove una discreta fila ne sancisce la fama. I maritozzi per cui la pasticceria è celebre sono terminati, ma ci facciamo incartare tre giganteschi bignè ripieni e una tortina alla frutta (spesa totale 12 euro). Riprendiamo la nostra strada verso casa, e passiamo nuovamente attraverso il Parco di Colle Oppio, poi le Terme di Traiano, quasi sfioriamo il cortile di San Pietro in Vincoli e siamo già in Via della Polveriera. Ci ristoriamo un po’ e poi passiamo nel vicino Bar del Mosè, a pochi metri dall’appartamento, per acquistare la nostra cena per la serata alla Calla. Con 22 euro compriamo due belle pizze bianche calde con cotto e mozzarella, due birre piccole e una bottiglietta d’acqua frizzante. Nella pace del nostro bell’appartamentino, divoriamo le focacce e ci rinfreschiamo con le birre e l’acqua, per poi onorare Regoli con le sue fantastiche opere di pasticceria. I bignè sono enormi e riempiti fino all’orlo di golosa crema pasticciera e al pistacchio, e anche la tortina alla frutta è buonissima.

Soddisfatte della nostra cena a domicilio, decidiamo di accontentarci del panorama dalla vicina terrazza sul Colosseo. Arrivare fino al Belvedere Cederna, recentemente inaugurato, comporterebbe due salite, una all’andata e l’altra al ritorno, per cui non abbiamo assolutamente le forze necessarie. In ogni caso, il panorama notturno sul Colosseo e sui Fori è tremendamente meraviglioso anche se alle 21 le luci che illuminano l’Anfiteatro si spengono per la giornata dedicata al risparmio energetico. Con il filtro “notte” della fotocamera del telefono risolvo il problema, la luna e le stelle che risplendono in alto nel cielo sopra le arcate del Colosseo ci regalano momenti che difficilmente dimenticheremo. Il destino ha comunque in serbo anche un altro regalo. Appena mi sposto di pochi metri per migliorare l’inquadratura, lo sguardo mi cade per terra, vicino all’inferriata. Con il piede sfioro un libriccino, che ad un’analisi più attenta si rivela essere il catalogo “tascabile” della mostra che abbiamo visto giovedì alle Scuderie del Quirinale. Inspiegabilmente, dopo averlo pagato 15 euro, qualcuno ha staccato pochi centimetri di carta dalla copertina e poi l’ha abbandonato su quella terrazza. Il libriccino è intonso, a parte quel piccolo strappo, non ha macchie nè odori strani. Lo recupero subito, sembra quasi che mi stesse aspettando (anche se a casa ho la versione integrale del catalogo in formato gigante). Contenta di questo piccolo regalo inaspettato e del magnifico panorama che il mio adorato Colosseo ci ha offerto anche stasera, scatto le ultime foto e poi rientro con Mamma Bruna nella pace della nostra Calla per l’ultima notte di sonno nella nostra amata Roma.

Giorno 4 – Giardino degli Aranci, Santa Sabina all’Aventino, 

Ci svegliamo presto anche stamattina, e ne approfittiamo per preparare i nostri bagagli prima di andare da Ciardi per la nostra ultima colazione. Anche stamattina il banco è super fornito, e scegliamo una tortina con crema e frutti rossi, un croissant alla crema e un cappuccino (spesa totale 11.50 euro). Salutiamo il giovane cameriere che ci ha servite in questi giorni, si è trasferito da poco a Roma da Cuneo per amore e questo è il suo primo mese di lavoro nella Città Eterna. Torneremo comunque nel pomeriggio per mangiare qualcosa al volo e andare in bagno prima di passare a prendere i bagagli in Via della Polveriera (almeno in questo bar il bagno è a disposizione dei clienti).

Scattiamo qualche altra foto al Colosseo e rientriamo in appartamento per aspettare Antonio per gli ultimi saluti e per depositare zaino e borse nel piccolo ripostiglio in cortile da cui potremo ritirarli in serata prima di andare in stazione.  

Le ultime chiacchiere con Antonio, i saluti e lasciamo l’appartamento con un po’ di tristezza.

In fondo a Via degli Annibaldi chiamo un taxi con Uber, che per poco più di 12 euro (piccola promo applicata) ci lascia all’entrata del Giardino degli Aranci, sulla cima del colle Aventino. Il Parco Savello (altro nome del Giardino degli Aranci) sorge nell’area dell’antica fortezza costruita dalla famiglia dei Savelli verso la fine del XIII secolo presso la chiesa di Santa Sabina; il fortilizio fu eretto su un preesistente castello del X secolo. Le grosse mura medievali della fortezza cingono ora il piccolo giardino rettangolare, molto frequentato perché dal belvedere affacciato sul fiume si gode una splendida vista di Roma che va dall’ansa del Tevere alla Basilica di San Pietro. Gli alberi che gli danno il nome sono stati piantati a ricordo di San Domenico, che fondò proprio qui il convento nel XIII secolo. Scattiamo qualche foto al giardino e al bellissimo panorama che si apre davanti a noi, poi proseguiamo verso la vicinissima Basilica di Santa Sabina all’Aventino. Attendiamo in fila il nostro turno per entrare (il custode ci informa che l’ingresso è consentito a 10 persone per volta) poi iniziamo la scoperta di questa piccola perla nascosta. La Basilica fu fondata nel 425 da Pietro, prete di Illiria, su di un antico Titulus Sabinae, sorto probabilmente nella casa della matrona Sabina, la quale finì poi per identificarsi con la omonima santa. L’interno è luminoso, vasto e solenne. Della originaria decorazione del V secolo resta solamente una grande fascia a mosaico con un’iscrizione a belle lettere d’oro su fondo azzurro, che porta i nomi di Pietro di Illiria e del papa del tempo, Celestino I. Alla destra del portale ligneo è situata una colonnina che indica il luogo dove, secondo la tradizione, S. Domenico passava le notti in preghiera; sopra vi è posta una pietra di basalto nero, probabilmente un peso romano. La leggenda vuole che il diavolo, mal tollerando l’intensa pietà con cui S. Domenico pregava, gli scagliò contro questa pietra, che non colpì il santo ma infranse la lapide che copriva il sepolcro. Troviamo la colonna con il blocco di pietra nero, ed è bello pensare alla leggenda cristiana legata a questi due oggetti. Usciamo e facciamo due passi nel vicino Giardino di Sant’Alessio: è attraversato da un viale centrale, circondato da alberi e piante, tra cui pini ed essenze mediterranee, ed ha una splendida terrazza panoramica su Roma. Sul muro di sinistra, ammiriamo una fontana molto particolare:  dalla parete, grappoli di roccia calcarea incorniciano una vaschetta riccamente decorata e sorretta da un uccello, dal cui becco esce un getto d’acqua che si riversa nel bacino sottostante. In un’aiuola vicina si trova un’alta statua di Giovanna D’Arco.

Non ci fermiamo nella Piazza dei Cavalieri di Malta, c’è una fila lunghissima di persone che attendono il loro turno per guardare la Cupola di San Pietro attraverso il buco della serratura. Proseguiamo invece per entrare incuriosite nella Chiesa di Sant’Anselmo, visibilmente molto più recente rispetto alle antiche Basiliche che abbiamo visitato finora (questa infatti è stata costruita tra il 1892 e il 1900). L’interno è molto luminoso, e le figure dei Santi sono raffigurate in uno stile che ci ricorda le tipiche icone greco-ortodosse che avevamo visto nel film Mediterraneo, di Gabriele Salvatores. La messa è in corso, e rimaniamo piacevolmente sorprese dal canto gregoriano che accompagna la celebrazione dell’Eucarestia. All’uscita, facciamo una breve capatina nel negozio della chiesa, che propone tantissimi articoli prodotti dai monasteri di tutto il mondo. Ritorniamo sui nostri passi e oltrepassiamo l’ingresso del Giardino degli Aranci, e iniziamo la discesa del Clivio di Rocca Savella. In pochi minuti siamo appena al di sotto del Tevere, con la Chiesa di Santa Maria in Cosmedin sulla destra (e la lunga fila di gente in attesa di fotografare la famigerata Bocca della Verità) e i due templi oggetto della nostra attenzione sulla sinistra.

Mentre mia madre si accomoda su una vicina panchina per riposarsi un po’, io vado alla scoperta dei due gioiellini che si stagliano orgogliosi davanti ai miei occhi. Il mio preferito è il Tempio di Ercole Vincitore, piccolo e circolare, il più antico edificio in marmo conservato a Roma. Era dedicato ad Ercole Vincitore, protettore dei commercianti che svolgevano le loro attività nel vicino Foro Boario, la zona destinata al mercato del bestiame compresa tra il Tevere, il Campidoglio, il Palatino e l’Aventino. Fu eretto verso la fine del II secolo a.C. per conto del ricco commerciante di olio d’oliva, Marcus Octavius Herennius. Al suo interno fu posta una magnifica statua bronzea di culto, oggi conservata ai Musei Capitolini. L’edificio, costruito in marmo ellenico, presenta venti colonne corinzie, poggianti su un basamento a gradini costituito da blocchi di tufo, alcune delle quali in marmo di Luni (Parco Archeologico ligure visitato da poco. Nel XII secolo, il tempio fu trasformato nella chiesa di Santo Stefano delle Carrozze e, dalla metà del XVI secolo, fu dedicato a Santa Maria del Sole. All’inizio dell’Ottocento, il tempio fu restaurato, nel tentativo di restituire alla struttura lo splendore originale. Ora l’erba alta e incolta lo circonda, ed è un gran peccato non poter entrare per osservare l’interno con attenzione. Purtroppo anche il vicino Tempio di Portuno è abbandonato in mezzo all’erba alta, ma conserva comunque il suo antico fascino. Il piccolo tempio rettangolare è dedicato a Portunus, divinità dei porti fluviali. È uno degli edifici meglio conservati dell’Antica Roma e rappresenta una preziosa testimonianza dell’architettura del tempo. È databile al IV o III secolo a.C., anche se il suo aspetto attuale risale probabilmente alla seconda metà del II secolo, con rifacimenti del I secolo a.C.Il tempio si innalza su un alto podio con gradinata, rivestito di lastre di travertino; presenta quattro colonne ioniche sulla fronte, due colonne in travertino e cinque semicolonne in tufo dell’Aniene sui muri della cella dei due lati. Nel IX secolo la struttura fu trasformata in chiesa cristiana, prima come Santa Maria de Gradellis, divenuta nel XV secolo Santa Maria Egiziaca, titolo mantenuto fino al 1916, quando la chiesa fu sconsacrata e l’antico tempio ripristinato (anche se un po’ troppo abbandonato a sè stesso).

Dopo un po’ di foto e un po’ di riposo sulla panchina al sole, riprendiamo il nostro cammino verso il luogo in cui pranzeremo oggi. Prima di arrivarci, ci fermiamo davanti al Teatro Marcello per scattare qualche foto, poi proseguiamo lungo Via dei Funari incappando in Via Caetani, dove troviamo un piccolo spazio transennato e una lapide commemorativa di Aldo Moro, che fu trovato senza vita dentro ad un auto proprio in questo punto dopo mesi di prigionia a seguito di un cruento rapimento. Proseguiamo in Piazza Mattei e fotografiamo la Fontana delle Tartarughe. Prima di arrivare nel giardino in Piazza Cairoli, ci fermiamo a vedere un piccolo chiosco di libri d’occasione poi ci sediamo nel giardino in attesa che arrivino le 12.30. Al nostro arrivo in Via dei Giubbonari, da “Roscioli Salumeria con Cucina”, veniamo accolte con gentilezza ed accompagnate nella cantina, dove ho prenotato con larghissimo anticipo un tavolino per goderci il nostro ultimo pranzo. Ero stata qui nel 2023 con mio marito, attirata dalle belle recensioni che parlavano della “Carbonara più buona di Roma”, e già all’epoca la cucina di Roscioli mi aveva conquistata senza riserve. Ho pensato che anche mia madre avrebbe apprezzato la cucina e la cura messa nei piatti, nell’ambiente e nel servizio, e quindi ho prenotato per regalarci un ultimo pranzo degno di essere ricordato. Mentre attendiamo i piatti che abbiamo ordinato, ci viene servito un piccolo “amuse-bouche”, il piccolo assaggio gourmet che qui viene sempre offerto all’inizio del pasto. Stavolta consiste in una piccola porzione di ricotta, che nel mio caso è arricchita da una mousse di verdure rosse, mentre per mia madre è servita al naturale, per evitare potenziali contaminazioni con ingredienti a cui lei è allergica (avevo segnalato allergie alimentari in sede di prenotazione, e la cosa è stata davvero tenuta in grande considerazione dallo staff del locale). L’inizio è certamente dei migliori, ma il prosieguo è ancora meglio. I due antipasti sono molto gustosi, preparati con una cura e un’attenzione che percepiamo ad ogni boccone: mia madre si gusta un piatto di coppa di testa al vino servita con salsa leggermente piccante allo zenzero e ai peperoni, io ho scelto i cannoli salati, ripieni di baccalà mantecato e serviti su una piccola insalata fresca. Con i due primi, Roscioli raggiunge l’apoteosi della cucina romana classica: per me, mezze maniche alla carbonara, per mia madre spaghettoni all’amatriciana, finalmente all’altezza delle aspettative, forse anche un po’ oltre. Due piatti davvero ben cucinati, con il guanciale perfettamente croccante e una cremosità saporita delle salse che legano perfettamente gli ingredienti l’uno all’altro. Insieme al caffè ordinato da mia madre ci arrivano anche biscotti all’anice e nocciole con salsa di cioccolato fondente per me e un piccolo sorbetto al melone per mia madre (anche questi offerti, non abbiamo ordinato il dessert). Il conto finale è di 84 euro (da bere abbiamo preso due calici di Prosecco e una bottiglia d’acqua frizzante), ma siamo soddisfattissime di tutto: dei piatti, del locale, dell’atmosfera, e anche del servizio: amichevole, attento ma non troppo formale. Il bagno è pulito nonostante il flusso continuo di persone, persino la carta igienica è super spessa (l’attenzione ai dettagli c’è anche alla toilette!).

Il programma prevedeva due opzioni tra cui scegliere: Trastevere oppure una terrazza panoramica vicino al Campidoglio. Scartiamo Trastevere perchè temiamo una ressa di gente esagerata, e ci incamminiamo verso la cima del Campidoglio, dove troviamo con qualche difficoltà la Terrazza Caffarella (non segnalata, per arrivarci bisogna girare a destra appena salita la scala per arrivare in Piazza del Campidoglio e proseguire qualche metro fino all’entrata secondaria dei Musei Capitolini. La Terrazza è al secondo piano, vi si accede dalla caffetteria dei Musei). Dopo aver ammirato un bellissimo panorama e una piccola porzione della gigantesca copia della statua di Costantino al piano inferiore, riusciamo ad accomodarci sull’unica panchina disponibile e ci godiamo un po’ il sole in questo meraviglioso pomeriggio primaverile. Prima di scendere dal Campidoglio, passiamo sotto l’arco che conduce a Via di Monte Tarpeo e arriviamo in uno dei punti panoramici che preferisco: da qui, il panorama offre una prospettiva unica e ravvicinata sulle rovine del Foro Romano, facendoci fare un viaggio nel tempo nel giro di pochi secondi tra le meraviglie archeologiche di una civiltà millenaria che ci affascina ad ogni angolo. L’ultima passeggiata fino al Rione Monti è al contempo stupenda e piena di malinconia: percorrere Viale dei Fori Imperiali in questo tardo pomeriggio assolato è emozionante, e arriviamo da Ciardi anche sin troppo presto. Ci dividiamo una pizza bianca cotto e mozzarella e due bottigliette d’acqua (conto totale 11.50 euro), ma possiamo usare la toilette (tra l’altro appena pulita). Rientriamo nel condominio della Calla, suoniamo il campanello della collaboratrice di Antonio e ritiriamo i bagagli nel deposito in cortile. Antonio ci ha persino lasciato qualche rametto di ulivo per festeggiare la Domenica delle Palme, e lo ringraziamo mentalmente per quest’ultimo gesto di straordinaria cortesia. Ci riposizioniamo in fondo a Via degli Annibaldi per le ultime foto al Colosseo e per aspettare il taxi chiamato con Uber per la stazione, che raggiungiamo in meno di dieci minuti (spesa 11 euro, bagagli inclusi).

Attendiamo per un po’ sedute a riposarci nel cuore di Roma Termini, poi una mezz’ora prima controllo su internet e vedo che possiamo recarci al binario 2, dove in effetti il treno è fermo in attesa della partenza (sarebbe stato più comodo che i tabelloni luminosi si fossero aggiornati, ma ormai ci si industria come si può anche in autonomia). Saliamo a bordo con calma e posizioniamo i nostri bagagli sopra alle nostre poltrone. Il treno parte puntuale e arriva a Parma qualche minuto prima del previsto. La vacanza si è conclusa in modo perfetto così com’era iniziata, e non possiamo che essere soddisfatte di tutto ciò che abbiamo vissuto in questi quattro giorni.

78.770 passi a testa, più di 12 chilometri percorsi a piedi ogni giorno, quasi 400 foto scattate: sono numeri importanti che hanno caratterizzato quattro giorni di meraviglie, tesori, emozioni, sorprese e sorrisi. Roma è nel nostro cuore e ci rimarrà per sempre, così come la speranza di tornarci per riassaporare ancora una volta il suo fascino Eterno.

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