Diario di Viaggio: Lago d'Aral, Uzbekistan

Viaggio in Uzbekistan, Asia centrale, lungo la cosiddetta Via della Seta, verso le terre dell'ex Lago d'Aral. Alla scoperta dei campi di cotone, lungo la strada da Xiva al "cimitero delle barche" dove imbarcazioni abbandonate restano, da anni, adagiate nel ...

  • di Monica Genovese
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: 4
    Spesa: Da 1000 a 2000 euro
 

Siamo in quattro. Una coppia di neo sposi, Monica, campana, Riccardo, piemontese e due amici, Marco, lombardo, e Miro, toscano. Siamo stretti in una vettura a nolo dall’aspetto fatiscente, il cruscotto velato da una coperta di lana di pecora, un improbabile decoro nell’abitacolo e il climatizzatore funzionante, ma rigorosamente spento per risparmiare. Il nostro autista, proprio non ne vuol sapere di accenderlo. Ci dice, in uno stentato inglese mimico, che rallenterebbe la corsa e lui ha fretta. Oggi, per noi, deve compiere quasi 900 chilometri in una giornata, tra andata e ritorno. Partiamo alle 6 del mattino dalla splendida città di Khiva con i suoi minareti azzurri dove prevediamo di tornare stasera verso il tramonto. L’aria è già calda in questa estate che, invece secondo i locali, è abbastanza fresca. Le strade sono scorrevoli e in buono stato, vecchio ricordo del regime sovietico. Ci troviamo in Uzbekistan, Asia centrale, stato indipendente dalla Russia solo da pochi anni, lungo la mitica e suggestiva Via della Seta ai confini con Afghanistan, Turkmenistan, Tajikistan, Kazakistan. Ci decidiamo a visitare ciò che resta di un grande, imponente lago, noto oggi per il disastro ambientale, di enormi dimensioni, che lo vede tristemente protagonista. Perché questa scelta? Perché vogliamo sapere, conoscere, testimoniare. Un viaggio è anche questo, almeno per noi. Il tragitto fino al cosiddetto “cimitero delle barche” è lungo, stancante e necessita di alcune soste. La prima per fare colazione. Ovviamente, non ci aspettiamo cappuccino e brioches, quindi sappiamo che, nella migliore delle ipotesi, si beve una sorta di caffè liofilizzato macchiato da un altrettanto liofilizzato latte. Il sapore è unico e, fortunatamente irripetibile. Ad accompagnare il tutto qualche uova al tegamino, solo il tegame è di un inquietante colore nero, ma anche questo fa viaggio. Strada facendo, il nostro autista, dalla vista acuta, si accorge che, a bordo strada, c’è un uccello, grande e bello grasso, che qualche incauto guidatore ha investito. Ci fermiamo. L’animale è morto da poco, sentenzia l’autista che ne osserva gli occhi. Apre il portabagagli della vettura e deposita la carcassa all’interno. Un’ottima cena per la serata. Lo capiamo dalla sua mimica. Riprende il viaggio. Attraversiamo un ponte di barche, ovvero un ponte che si poggia su una fila di barche, da un lato e altrettante imbarcazioni all’altro. E’ po’ instabile, bisogna esse prudenti e guidare lentamente. Ore e ore di viaggio sotto il sole inclemente. Poi, finalmente la meta. Arriviamo.

L’Aral era il quarto lago più vasto al mondo. Dalle descrizioni di quanti ancora lo ricordano, pare avesse acque limpide, spiagge incontaminate, fauna abbondante e persino una rete di traghetti passeggeri. Aral. Un nome che risuona in questa sorta di deserto uzbeko. Aral, o meglio ciò che ne resta. Alla frontiera con il Kazakistan, l’Uzbekistan accoglie il lago salato d’Aral. Di origine oceanica, è definito da sempre “mare” per la presenza di due immissari, ma è sprovvisto di emissari che fungano da collegamento oceanico. Un tempo faceva parte di un vasto specchio d’acqua che comprendeva il mar Mediterraneo e il Caspio. Se in passato vantava il primato di estensione, oggi purtroppo ne vanta un altro. Quello di rappresentare uno dei maggiori disastri ambientali della Terra. Un disastro perpetrato negli anni e pianificato, “a tavolino”, dall’uomo. Oggi l’Aral praticamente non esiste più. Per raggiungerlo non servono imbarcazioni. Si va in auto e si può camminare sulla sabbia, laddove fino a pochi anni fa c’erano le sue acque, sentendo scricchiolare sotto i piedi i gusci delle conchiglie. L’intera zona viveva dell’economia legata al lago, in particolare Moynaq, florido centro uzbeco di attività legate alla pesca e attivo porto come Aralsk, in Kazakistan. Il benvenuto a Moynaq, sull’istmo che collegava la penisola Ush Say alla terraferma, è offerto da un cartello stradale che raffigura un pesce, un tempo simbolo del florido commercio ittico della località. Il prosciugamento dell’Aral è stato pianificato dalle autorità russe prima dell’indipendenza dell’Uzbekistan (avvenuta nel 1991) e ottenuto deviando i due immissari del lago. Obiettivo: creare nuovi campi di cotone in zone desertiche e coltivare riso trasformando il lago in un vero e proprio acquitrino. Ma l’Aral si prosciuga molto in fretta.

IL DECLINO DELL’ARAL

La storia inizia negli anni Cinquanta quando il lago raggiungeva 400 chilometri di lunghezza e quasi 300 di larghezza, per una superficie totale di 66 mila chilometri quadrati. I suoi due immissari, i fiumi Syr-Darya e Amu-Darya, gli fornivano mediamente 55 chilometri cubi di acqua all’anno. Dal 1960 in avanti, l’intervento sovietico ha “chiuso i rubinetti” prelevando 90 chilometri cubi di acqua annualmente per l’irrigazione delle piantagioni di cotone. Negli anni Ottanta il flusso annuo delle acque immissarie verso l’Aral è calato ulteriormente, riducendosi a meno di un decimo rispetto agli anni Cinquanta. Certo, la produzione di cotone si è sviluppata molto, ma a un prezzo elevatissimo per l’ecosistema

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