Natale alla napoletana

Un carosello di sapori: star della giornata O'Capitone, a seguire le delizie partenopee...

 

A Natale, Napoli si veste a festa per tempo. Già l'8 dicembre, giorno dell’Immacolata, le stradine del centro storico cominciano a brillare di luminarie e a profumare dei cibi di strada che in questo periodo diventano il lungo, delizioso antipasto del pranzo Natalizio a disposizione di tutti i napoletani e dei turisti. Come dire che per godersi bene la festa, conviene anticipare la visita di qualche giorno. Solo così si può partecipare a quel lungo, informale e squisito banchetto che si imbandisce tutti i giorni per strada, ma che per Natale raggiunge livelli entusiasmanti per l’abbondanza, la varietà, la freschezza delle specialità (ora preparate a rotazione continua) e, naturalmente, l’atmosfera.

L’antivigilia si va per mercati

Se girando tra un mercatino e l’altro vi inoltrerete nei Quartieri Spagnoli, vedrete fumare grossi calderoni dall’aspetto quasi infernale. Dentro, sono tenuti in caldo i polpi da mangiare all’istante, con una spruzzata di limone. Chi ha coraggio sufficiente può anche bere una tazza di brodo di polpo, terribile a vedersi ma dal sapore inaspettatamente buono. Percorrendo via Pignasecca, tra le tante botteghe ne vedrete alcune adornate con vistose ghirlande di limoni di Sorrento, non vendono limonate come si potrebbe credere, ma ‘o pere e ‘o musso piedi e muso di maiale bolliti da mangiare freddi, con sale, pepe e abbondante succo di limone, ecco il perché delle ghirlande. Ai Quartieri Spagnoli e a Spaccanapoli le rosticcerie, i bar e le friggitorie invadono la strada con banchi colmi di leccornie irresistibili: pizze fritte condite con salsa di pomodoro, parmigiano e basilico, i rustici di pasta sfoglia ripieni di prosciutto e mozzarella, friarielli (broccoletti) saltati, timballi di pasta. E poi crocchette di patate, di riso e di pasta, frittate di spaghetti, taralli "sugna e pepe", zeppole, sfogliatelle, babà. Insomma, c’è di che onorare gli ultimi giorni dell’Avvento.

La Vigilia con il Capitone

La cena della Vigilia è detta "di magro" solo perché esclude carni e latticini, non certo per il numero e la consistenza delle portate, perciò è prudente arrivarci piuttosto leggeri. Perciò la tradizione, avveduta come sempre, per il pasto di mezzogiorno del 24 propone la pizza di scarole, una pizza coperta di pasta di pane ripiena di indivia riccia, olive nere di Gaeta, acciughe sotto sale, capperi e uva passa. Il cenone è composto di piatti rituali, obbligati e immancabili. Prepararli e gustarli uno per uno non è gola, è devozione. Si comincia con i vermicielli ‘a vongole in una delle due versioni, in bianco o con l’aggiunta di qualche pomodorino del piennolo (pomodorini da serbo) schiattato, cioè schiacciato. Sembra cosa da poco, ma nelle case si arriva a preparare due condimenti diversi per accontentare i seguaci i seguaci dei due partiti, quelli del vermicello bianco e quelli del rosato spesso presenti nella stessa famiglia. A volte c’è anche il terzo partito del sugo rosso e in quel caso le pentole possono diventare anche tre. Nei ristoranti si dovrà e seguire il partito del cuoco…

La superstar della serata, in ogni caso, è 'o Capitone, la grossa anguilla che spesso ha nuotato per qualche giorno nella vasca da bagno di casa in attesa dell’ora fatale. "Può concepirsi mai una Vigilia di Natale senza l’odore dell’anguilla fritta con le foglioline di alloro?” scrive Mario Stefanile grande studioso di napoletanità in "Partenope in cucina". E insegna pure come sceglierla: "L'anguilla deve essere di buona taglia – un chilogrammo ciascuna, la testa grossa e puntuta da giustificare l’appellativo, malizioso di “capitone”, di pelle così scura da rasentare il nero sul dorso e con bianco verdastra luminescenza nel ventre. Mezza di lago costiera e mezza di mare, viscida ma non limacciosa, e viva da farsi inseguire per tutta la cucina prima d’essere afferrata, decapitata e ridotta in più pezzi divincolanti."

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