Di: <a href='mailto:'caviettaperuviana@virgilio.it'>caviettaperuviana@virgilio.it</a> e <a href='mailto:'eloisa.vacchini@bluewin.ch'>eloisa.vacchini@bluewin.ch</a> Il ristorante cinese della cittadina di Manakara è pervaso da un odore forte di cucina. Nell’unica sala da pranzo, le sedie di plastica rossa traballano, e la tovaglia in plastica decorata con fiorellini e ...
Il ristorante cinese della cittadina di Manakara è pervaso da un odore forte di cucina. Nell’unica sala da pranzo, le sedie di plastica rossa traballano, e la tovaglia in plastica decorata con fiorellini e quadri appiccica.
Siamo qui con Dani, lo chauffeur del taxi brousse. È lui che ci ha portato qui. Stiamo per mangiare un piattone enorme di minestra (forse la minestra cinese migliore della nostra vita, tanto che ancora ce la ricordiamo) ricca di ravioloni, carne, uova e verdura. Stiamo aspettando l’orario di partenza della nostra mini corriera. Passeremo tutta la notte lungo strade sterrate dove le sagome degli uomini appaiono solo all’ultimo momento nel cono di luce dei fari. Uomini nella notte, neri come la notte, neri nella notte.
Abbiamo provato subito molta simpatia per Dani. È un ragazzo timido, curioso. Ci parla un po’ di lui e di questo disgraziato paese dove sopravvivere è così difficile.
Il ristorante cinese sembra essere un ritrovo conosciuto. La minestra ancora non è arrivata in tavola, quando un’allegra compagnia di persone fa il suo ingresso. Ci scambiamo un’occhiata. Si tratta di un gruppo di italiani. Li salutiamo come sempre si è spinti a fare quando si incrociano persone a noi simili in paesi tanto diversi da tutto quello che conosciamo. Ci si riconosce e ci si saluta con un fare stranamente un po’ complice.
Il gruppo è assortito. Un primo personaggio impugna un bastone, ha uno sguardo vivo, allegro ed allo stesso tempo concentrato. I suoi vestiti sono coloratissimi e porta al collo alcuni ciondoli. Si chiama Antonio. La sua voce bassa è molto calda e ferma. Sicura e simpatica. A noi queste persone piacciono. È una questione di pelle. Il nostro sguardo non smette di andare e venire dal loro tavolo al nostro. Li sentiamo parlare di ospedali, bambini, aiuti...Parlando tra di noi ci chiediamo se per caso non siano le persone giuste a cui chiedere l’indirizzo di un’associazione fidata presso la quale adottare un bimbo a distanza, magari proprio qui, in Madagascar. Ne parliamo tra noi ormai da giorni, guardando le frotte di bimbi di questo paese che allungano le mani per chiedere caramelle o pennarelli. Da giorni ci chiediamo se non sia possibile portare un aiuto costruttivo. Non un pennarello oggi e una caramella domani e poi dimenticarsi di questi visi così belli dallo sguardo privo di speranze. Qui si vive con poco, sarà possibile offrire un aiuto discreto e continuo, che possa rendere la vita di qualcuno un po’ più facile o una speranza un po’ più concreta, senza che i soldi non svaniscano nel viaggio? Questo paese ci sta entrando nella pelle. Sappiamo che non saremo in grado di cambiare il mondo, ma sappiamo anche che vorremmo dare una mano non per non sentirsi in debito con questi bambini, ma perché ci piacerebbe che qualcuno di loro possa trovare il piacere di un libro o di una situazione un po’ migliore, che gli permetta di guardare il suo paese meraviglioso con un occhio un po’ diverso. Concentrando le energie di più persone è sicuramente possibile fare qualcosa. Allora perché non unirsi? Magari Antonio ed i suoi amici ci daranno un nome. Decidiamo di alzarci e di interrompere i loro discorsi per dieci minuti.
Con nostra grande sorpresa Antonio ci parla dell’Africa con nozione di causa: è un terziario francescano e vive per buona parte dell'anno in mezzo alla foresta del Congo. Di tanto in tanto torna ad Alessandria, dove risiede la sua famiglia e dove può organizzare tutto quello che è di vitale importanza per portare aiuto in Africa. Adesso Antonio ha un sogno in più. Dopo anni di volontariato con i bambini dell'ospedale infantile di Alessandria e di impegno in Congo e Burundi, la sua attenzione è rivolta ad un ospedale / lebbrosario esistente in una cittadina nel poverissimo Sud del Madagascar. La struttura ha urgente bisogno di restauro, personale qualificato e di una sala operatoria. Il suo sogno è diventato un impegno solenne da quando all'ospedale infantile, un qualche anno fa Antonio conosce Ludwika. Tra i due nasce una profonda amicizia. Ludwika è una ragazzina sveglia e curiosa. Desidera che Antonio le racconti tutto del Congo, del Burundi, del Madagascar. I racconti la interessano moltissimo, distraendola dal suo male (Ludwika purtroppo è malata di tumore e sa che non riuscirà a sopravvivere). Le sue discussioni con Antonio porteranno ad un progetto: alla morte di Ludwika lo scorso dicembre infatti, Antonio si ritroverà tra le mani la promessa fatta alla piccola di aiutare i bambini malgasci; sorprendentemente, grazie proprio a Ludwika, Antonio trova anche i primi soldi e le prime strette di mano per provare a riuscirci davvero. Per lui ora l'ospedale malgascio è divenuto una vera e propria missione. Un'opera che deve essere portata a termine ad ogni costo per tenere fede ad una preziosissima promessa