Fann mountains

APPUNTI TAGIKI 3 agosto 2007. Dopo un volo via Mosca siamo arrivati a Tashkent. Il gruppo di tamburi e trombe in costume nero-oro all’uscita dall’Aeroporto non era per noi, ma per una squadra di atleti uzbeki che si erano fatti ...

  • di wandergroup
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: in gruppo
    Spesa: Da 500 a 1000 euro

APPUNTI TAGIKI 3 agosto 2007. Dopo un volo via Mosca siamo arrivati a Tashkent. Il gruppo di tamburi e trombe in costume nero-oro all’uscita dall’Aeroporto non era per noi, ma per una squadra di atleti uzbeki che si erano fatti onore all’estero: l’impatto, tuttavia, è stato significativo.

Il pulmino, in cui noi sette e i nostri bagagli stiamo a misura, percorre alcuni larghi viali alberati della capitale e punta subito verso sud-ovest, oltre il Syr-daria, verso le Porte di ferro: un passaggio strategico al tempo di Tamerlano (F Cardini, Il Signore della paura), e quindi verso Samarcanda. Poco traffico e strada in perfetto stato. Gli occhi si muovono alla scoperta di un paesaggio nuovo e colgono la relativa monotonia dei campi coltivati quasi solo a cotone. Samarcanda ha una fonetica capacità di evocare fantasie, immagini, suggestioni che la realtà non conferma, ribadendo il misterioso potere del solo “nome” .“ Stat rosa pristina nomine. Nomina nuda tenemus.” (U.Eco, Il nome della rosa ).

Della Marakand di Alessandro qualche terrapieno e nulla più, della Samarcanda di Timur-u-lang, scomparsi il tessuto e la trama, restano, qua e là, alcune perle.

Per noi, oggi, Samarcanda è il passaggio obbligato verso una terra meno conosciuta : il Tagikistan 4 agosto 2007. Noi sette e i nostri bagagli ci comprimiamo in un pulmino ancora più piccolo, ma non facciamo in tempo a lamentarci più di tanto perché, in circa un’ora, siamo alla frontiera.

Igor, il direttore della agenzia a cui ci eravamo rivolti per organizzare il viaggio, aveva preannunciato “ la solita burocrazia centroasiatica ex-sovietica”; bene eccoci al secondo assaggio ( il primo, assonnato, all’aeroporto di Tashkent) : moduli da compilare in doppia copia (naturalmente di penne neanche l’ombra), pressoché introvabili quelli in inglese, con una serie di domande ingenue/terrificanti ( sei un terrorista ? hai armi? hai droga ? hai malattie contagiose ?) o minuziosamente curiose ( quanti soldi hai ?, in quale valuta?, quali beni porti con te ? macchine fotografiche ? videocamere ? ), ritiro della copia che ci avevano timbrato a Tashkent, che, si era raccomandato l’accompagnatore, doveva essere identica in tutte le parti tranne che per la quantità di denaro, che non doveva essere superiore, pena l’accusa di illeciti guadagni sul suolo uzbeko. A nessuno di noi aprono il bagaglio e al controllo passaporti il mio nome (Giovanni) innesca, nel simpatico militare di turno, un sorriso e un... “ Trapattoni coach Juventus !”.

Il pulmino ha dovuto rimanere al di là del confine e noi abbiamo attraversato duecento metri di terra di nessuno, con i bagagli ma senz’armi, per arrivare alla dogana tagika. Impressionante la differenza tra la dogana uzbeka e quella tagika: di cemento armato con ampie vetrate e tettoie la prima, per giunta fornita di mezzi per esplorare il fondo delle autovetture (neanche una !); di legno con la vernice scrostata la seconda. Con le divise impeccabili i doganieri uzbeki e quasi in borghese (uno pareva ancora in pigiama) quelli tagiki. In altri tempi si sarebbe detta la frontiera italo-svizzera... Dall’arrivo alla dogana uzbeka erano già trascorse più di due ore e non c’era molta folla.

La bandiera tagika è tricolore, i nostri stessi colori in orizzontale, con uno stemma dorato nella fascia, bianca, di mezzo. E’ quasi identica a quella iraniana ed in effetti i tagiki provengono dalla stessa etnia ariana e la loro affinità è sottolineata anche dalla lingua, molto simile al farsi dell’Iran. La bandiera vuole forse sottolineare tutto ciò

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