Nuovi aggiornamenti dai nostri "giromondini": dall'India raccontano l'esperienza di volontariato nell'ospedale di Dukerphol
Dopo svariati tentativi di connetterci alla Rete, finalmente riusciamo a caricare il nostro post sulla bellissima esperienza che stiamo vivendo qui, nel piccolo villaggio sperduto chissà dove nel West Bengala. Oltre ai consueti problemi di connessione, bisogna fare i conti con i continui black out che affliggono l'area a causa del sistema di approvvigionamento di energia elettrica piuttosto improvvisato.
In questo periodo siamo ospiti presso una chiassosa cittadina, Raidighi, a 7 Km dal villaggio di Dukerphol e dall'ospedalino in cui prestiamo servizio. Raidighi, sebbene molto piccola, rappresenta il centro commerciale dell'area: vi è un bancomat, un computer con collegamento ad Internet (da cui vi stiamo scrivendo), un discreto bazar, un hotel, alcuni negozietti ed un porticciolo, dove ogni giorno una decina di battelli scaricano pesce fresco. Qui, inoltre, la maggior parte delle abitazioni è costruita in mattoni, e non in paglia e fango come nei villaggi circostanti, e l'elettricità è presente in molte case, sebbene a singhiozzo.
Tutt'altro scenario avvolge il viaggiatore non appena si lascia alle spalle le rumorose viette di Raidighi; l'ambiente riacquista il suo fascino primordiale, quasi primitivo. Le costruzioni in fango, come camaleonti, si mimetizzano tra gli alberi e le distese di risaie si rincorrono sino all'orizzonte. Il tutto è abbracciato da una fitta vegetazione la quale, come una cornice, racchiude questi luoghi che sembrano appartenere ad un'epoca lontana, da noi ormai presente solamente sui libri di scuola. E' stupendo camminare per le stradine sconnesse attraverso i vari villaggi e farsi rapire dalla bellezza del paesaggio circostante. Si prova anche una certa invidia nell'osservare come la gente del posto viva a così stretto contatto con la natura mentre noi, troppo cittadini, non riusciamo a goderci appieno il mondo vero, reale, non quello asettico ed artificiale in cui siamo cresciuti. Troppe cose ci ripugnano o ci spaventano, come ragni e scarafaggi giganteschi, per poterci lasciar andare completamente. Mette di buon umore guardare i bambini giocare a calcio nel fango, utilizzare gli stagni come piscine e rincorrersi a piedi nudi tra le risaie. Che differenza rispetto al nostro paese, dove i bambini vengono tenuti sotto strettissima sorveglianza per timore che si possano far male, sudare troppo o, peggio, sporcare gli abiti appena lavati. I nostri mondi sono più lontani di ciò che i molti chilometri che li separano possano far immaginare.
La semplicità della gente locale è strabiliante. Sono persone genuine, sicuramente le più gentili che abbiamo mai incontrato in vita nostra. Questa semplicità si riflette anche nel loro stile di vita e nei loro comportamenti, molto più naturali rispetto ai nostri. Per esempio, non c'è niente di male ad infilarsi le dita nel naso mentre si parla con qualcuno, a masticare a bocca aperta, a ruttare sonoramente appena finito di mangiare...immagino sia quindi superfluo spiegarvi il motivo per cui uno dei dottori dell'ospedale è stato da noi soprannominato "Dottor Scoreggia", giusto??? :-)
La maggior parte della popolazione è analfabeta, non ha accesso a nessun canale di comunicazione ed il loro intero mondo termina poco oltre i confini del villaggio. Per molti di essi, sicuramente per i più piccoli, noi siamo i primi stranieri con cui entrano in contatto e le reazioni sono le più svariate: bambini che scoppiano a piangere disperati come se avessero visto il demonio; altri che rimangono pietrificati a bocca aperta, scrutandoci a fondo per comprendere chi o cosa siamo; i più coraggiosi ci sorridono e magari si avvicinano un pò. Gli adulti, invece, ci osservano e cercano di scambiare qualche parola con noi ma, sfortunatamente, la lingua rappresenta una barriera insormontabile. Sono pochissimi coloro che conoscono qualche parola d'inglese e le mille domande nella nostra testa rimangono lì intrappolate, senza nessuna risposta. Ed è un vero peccato perchè la voglia di comunicare e conoscere a fondo la cultura di questa gente è fortissima, e cresce ogni giorno di più. Anche aiutarsi con i gesti non ha dato buoni risultati; non vi è alcuna somiglianza tra il nostro linguaggio del corpo ed il loro, si ottengono solamente un'infinità di fraintendimenti. Nonostante questi piccoli problemini siamo riusciti a trascorrere molto tempo in compagnia della popolazione locale, soprattutto grazie alla loro infinita ospitalità e gentilezza che, più volte, ci è sembrata oltremodo eccessiva; come quando ci fanno aria con il ventaglio, non appena sospettano possa far troppo caldo per noi, oppure quando ci cedono i posti sulle uniche due sedie disponibili, mentre tutti gli altri sono seduti per terra, anche persone molto anziane. E guai a rifiutarsi, non è possibile dire di no; un pò come quando la nonna ti riempie il piatto di pasta per la terza volta nonostante, con tono supplichevole, le dica di essere prossimo all'esplosione e lei, di tutta risposta e con l'aria affranta: "Meeee e dai, non ti piace allora?", e giù un'altra mestolata!!! (Chi di voi ha la nonna meridionale sa bene di cosa stia parlando...).
Il massimo, credo, si sia raggiunto al matrimonio a cui abbiamo preso parte, come ospiti d'onore, il secondo giorno dopo il nostro arrivo al villaggio. Al termine della giornata di lavoro all'ospedale, ci siamo spostati a casa della sposa, una capanna di fango in cui vivono una decina di persone e dove, inoltre, vi è una stanza adibita a stalla per le 3 caprette e l'unica mucca. Siamo stati accolti come dei re, tra la sorpresa e l'eccitazione generale degli ospiti. Ci hanno fatto accomodare sulle uniche due sedie in plastica e ci hanno letteralmente circondato, osservandoci a brevissima distanza, ponendoci mille domande incomprensibili e stringendoci continuamente la mano. Dopo qualche minuto hanno iniziato a truccarci ed Aga è stata avvolta in un bellissimo abito tradizionale indiano, il sari, di proprietà della zia della sposa. Gli unici truccati eravamo noi e gli sposi...come se non catalizzassimo già abbastanza l'attenzione! Abbiamo scattato centinaia di foto, praticamente con ognuno degli invitati che, essendo privi di macchina fotografica, si accontentavano di farsi fotografare con la nostra, osservarsi per qualche secondo nel piccolo schermo digitale, e sapere che avremmo portato quell'immagine a casa con noi. Poco prima di cenare ci ha raggiunto lo zio dello sposo il quale, con aria molto formale e severa, ci ha rivolto un saluto e ci ha posto qualche domanda in un inglese stentato, per poi tirare fuori un bottiglione da 2 litri di Sprite, tenuto nascosto chissà dove. Si è fatto portare due bicchieri di vetro e ha versato la bibita, solamente a noi due
soler90, 28/8/2010 13:52
Wow!!! Che esperienza fantastica!! Sicuramente allontanarsi dagli itinerari meno battuti e' il modo migliore per entrare in contatto con la gente del posto e conoscere in profondita' la cultura di un paese...mi avete fatto venire voglia di fare un viaggio in India. Sino adesso non l'avevo mai presa in considerazione ma sembra davvero un paese che deve essere assolutamente visitato. Spero di riuscire anche io a trovare un'associazione per un'esperienza di volontariato, magari mi potrete dare una mano voi.
Un saluto e buon viaggio!!!