Paxos a settembre

14 settembre 2008 Parto da casa con una coltre pesantissima di nuvole nere sopra la testa. Il cielo sembra voler dire: “Dove vai, scemo? Non vedi che l’estate é finita? Fai il bravo, torna a letto!” Invece no, vado in ...

  • di Gouranga
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: da solo
    Spesa: Da 500 a 1000 euro
 

14 settembre 2008 Parto da casa con una coltre pesantissima di nuvole nere sopra la testa. Il cielo sembra voler dire: “Dove vai, scemo? Non vedi che l’estate é finita? Fai il bravo, torna a letto!” Invece no, vado in vacanza. Il regionale per Ancona mi porta via. E’ una sensazione curiosa andare in vacanza col treno che si prende tutte le mattine per andare a lavorare. Oggi non scendo alla prima fermata; rimango semplicemente seduto a guardare dove va a finire il convoglio che ogni giorno abbandono così velocemente. Mentre sfila via l’Emilia la cappa sembra saldarsi su di me, poi, dalle parti di Imola, si sbriciola ed esce un sole quieto, bellissimo, di settembre. La costa romagnola vista dal treno é tutta un muro di edifici che rubano il mare. Dopo Cattolica, finalmente, la costa si libera e corriamo praticamente sul filo della battigia, contro un mare turchese. Ancona appare svuotata, comatosa; dorme in una luce giallina e sembra abitata solamente da discreti cinesi. Il terminal Anek é l’ultimo in fondo al porto, nascosto alla vista da uno smisurato paese galleggiante da crociera. C’é un’estrema tranquillità. Gli italiani non vanno in ferie a settembre: sul molo turisti tedeschi e camionisti turchi. Nemmeno l’ombra della frenesia da partenza di agosto, però il mare luccica allo stesso modo. Guardo i riflessi con il giusto disincanto mentre mangio un pomodoro. Dopo estenuanti operazioni di sbarco ed imbarco riesco infine a salire sulla Olympic Champion, nave dedicata a Konstantinos Kenteris, medaglia d’oro dei 200 metri alle Olimpiadi di Sydney, uno degli atleti più dopati degli ultimi seimila anni. Salgo all’ultimo ponte: il cielo si é rifatto minaccioso mentre gli ultimi naufraghi delle vacanze 2008 si sparpagliano nel ventre della balena. Al momento della partenza, con precisione scenografica, si scatena un temporale orribile che scroscia sui ponti e ricaccia tutti sotto coperta. Quando usciamo dal porto c’é acqua sotto e sopra; tutto é grigio, mescolato con sfumature d’azzurro, mentre saette disegnano eleganti linee sopra il mare. All’arrivo del buio l’orizzonte attorno é tutta un’esplosione di lampi lontani che dilagano orizzontali dietro veli di nuvole. Non piove più. Sui ponti consumo un po’ di notte, sul mare, nel vento. Si viaggia verso sud, leggeri, mentre la luna continua a nascondersi ostinatamente.

15 settembre 2008 Verso le sette del mattino risalgo all’aperto. Siamo nello stretto di Corfù: da una parte c’é l’Albania, dall’altra Kerkyra, vicinissime, avvolte nelle nuvole. Piove a brevi scrosci e tira un vento bastardo. Intorno un buio spaventoso. Non fosse per la temperatura sembrerebbe di essere sul Loch Ness. Entriamo nella baia di Igoumenitsa, città invero raccapricciante. Col bel tempo avrebbe quel fascino post bombardamento alla Beirut o alla Baghdad; col brutto é solo più oscena. Mentre mi sposto dal porto nuovo al porto vecchio piove in maniera decisa. La strada é tutta un cantiere e le pozzanghere sono quasi navigabili. L’imbarco per Paxos é la desolazione: nessuna nave, botteghini chiusi, squallore diffuso. Scopro che dovrò restare ostaggio della sinistra Igoumenitsa fino alle 12,30, così mi rifugio al Golden Palace Café, bar dal roboante nome sul fronte del porto. Le cateratte del cielo a quel punto si aprono davvero: si mette a piovere talmente forte che l’orizzonte diventa grigio. Dal bar non si riesce quasi più a vedere il molo al di là della strada. Resto a guardare il finimondo su un elegante divano nero di pelle. La Agia Theodora, santa imbarcazione, arriva a soccorrermi quasi come un’apparizione. E’ in verità una nave un po’ vecchiotta e demodé (specialmente se confrontata con il lusso burino dell’Anek) con i suoi interni stile tinello anni sessanta. Ma é intitolata ad una santa, non a uno sprinter dopato. Qualcosa vorrà pur dire. Quando partiamo smette di piovere e il cielo si apre miracolosamente. Appunto. Poco importa se, sbarcato a Paxos, tocca beccarmi un altro sguazzo (dal francese “gouache”), l’importante é essere arrivato. Dopo un breve cammino trovo Villa Thalassa, pittoresca, bagnata e deserta, tra ulivi ed oleandri. Chiamo al numero di telefono affisso sul cancello; dopo un po’ arriva un esaurito con moto enduro che mi consegna le chiavi dello studio B e poi si dilegua. Tutto normale, é la Grecia. Il posto é bello davvero: davanti alla camera c’é la terrazza sun-lounge e poi la scarpata mediterranea che digrada nel thalassa tra i fichidindia. Di fronte l’Epiro e l’Agia Theodora che si allontana. Non appena esce il sole i colori tornano ad essere violenti di verde e di blu. Appena sistemate le cose torno a Gaios, centro principale dell’isola nonché grazioso porticciolo con garbate isolette annesse. Tutto pieno di barche a vela. Subito visibile l’andazzo di fine stagione: alcuni locali chiusi, poca gente in giro. Affitto per tre giorni una bici dal solito spacciatore di cicli e motocicli che si incontra su ogni isola greca che si rispetti: budellone, trasandato e sbrigativo. Dopo averne scartate almeno tre, finalmente trova una mountain bike all’apparenza funzionante. Faccio notare che la ganascia posteriore é troppo stretta e la ruota, un po’ scentrata, urta contro il pattino. Mi guarda con aria di commiserazione. Dovrei spiegare al ciccione che la ganascia non si allarga lubrificandola, ma rinuncio. Mi avverte che andando a sud, fino a Mogonissi, la strada é semplice e relativamente piana, ma che nel resto dell’isola sono cazzi, come diceva il poeta. Maledetto panzone. E’ proprio verso Mogonissi che provo il rampichino: tutto sommato va. L’isolotto di Mogonissi é all’estremità sud di Paxos, separato dall’isola principale da uno strettissimo canale di mare che sembra un torrente di montagna e si valica con un ponticello. Un posto stranissimo. Dietro Mogonissi si intravedono le bianche scogliere di Antipaxos. La strada é un susseguirsi di dolci saliscendi e di piccole calette dai ciottoli bianchi. Un assaggio dell’isola. Quando torno verso lo studio B la terrazza é silenziosa ed immersa nelle prime luci del tramonto mentre parte l’ultimo idrovolante diretto a Corfù. La luna é piena, o quasi, ma io sono troppo stanco per apprezzarla, così lei, risentita, si nasconde prima dietro una nuvola di passaggio, poi dietro una cresta d’alberi. Quando viene buio i muri esterni della casa si riempiono di gechi, trasparenti e tremuli, che mi guardano con grandi occhi neri

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