Una regione al plurale: il miracolo delle Marche tra abbazie rinate e ‘giovani ribelli’ che sognano bio

Marianna Di Pilla, 14 Apr 2026
una regione al plurale: il miracolo delle marche tra abbazie rinate e 'giovani ribelli' che sognano bio

Strade sinuose, lungo le quali la percezione del tempo si sfalda. Un paesaggio che continuamente muta, regalando valli pettinate a vigne da un lato a creste montuose che sfidano l’azzurro dall’altro. Le Marche si ascoltano nel silenzio monastico di un’abbazia, si svelano tra una folata di vento e l’altra che sferzano le mura di un castello isolato nel bel mezzo di una piana, conquistano da un balcone di pietra da dove lo sguardo è libero di spaziare su un orizzonte di cui non si vede la fine.

E le Marche raccontano, raccontano l’anima della terra e quel legame tra uomo e natura che qui si mostra più indissolubile che mai.

Marche, l’amore per la terra

È un legame viscerale, quasi spirituale, che unisce le Marche alla propria terra, una simbiosi che affonda le radici in una antichissima tradizione contadina, dove ogni solco tracciato racconta una storia di passione e appartenenza. Nelle Marche, l’agricoltura è l’architettura stessa dell’anima regionale: un mosaico di saperi tramandati di generazione in generazione che oggi rifioriscono attraverso la scelta consapevole del biologico. Questa dedizione, che vede nel rispetto dei cicli naturali e della biodiversità un valore assoluto, non è un esercizio teorico, ma una pratica quotidiana che tutela la salute del suolo e dell’ecosistema.

Pionieri come Gino Girolomoni hanno tracciato la strada, dimostrando che l’agricoltura biologica è la forma più alta di rispetto per la terra e per la comunità, capace di coniugare produzione, etica e qualità. In questo scenario, il CSR e il PSR non sono meri strumenti burocratici, ma i motori di un’evoluzione che trasforma la tradizione in innovazione sostenibile, confermando che lo Sviluppo Rurale Marche è davvero “molto più che agricoltura”: è un modo di immaginare e costruire il futuro.

Esplorare le realtà rurali marchigiane non è un esercizio di analisi economica su come i fondi europei del PSR (Programma di Sviluppo Rurale) e del nuovo CSR (Complemento di Sviluppo Rurale) vengano impiegati. È piuttosto un incontro ravvicinato con la resilienza di una terra che sa essere, contemporaneamente, museo a cielo aperto e laboratorio aperto al futuro. Quello a cui stiamo assistendo non è solo un cambio di gestione agraria, ma una vera e propria metamorfosi dell’anima rurale di questa regione. È una sfida ambiziosa: proteggere la bellezza ferma nel tempo del paesaggio storico e, contemporaneamente, spalancare le porte all’innovazione. Grazie al percorso tracciato dal CSR Marche, le risorse europee hanno smesso di essere fredde cifre su un bilancio per trasformarsi in progetti che pulsano di vita, ridefinendo cosa significhi oggi “vivere in campagna”. Hanno reso le imprese più forti e competitive, sono stati il cemento della speranza per i territori feriti dal sisma del 2016 e 2017, hanno sostenuto la voglia di restare di chi non ha mai smesso di credere in questa terra.

La vera priorità oggi è il ricambio generazionale. Sostenere i nuovi agricoltori under 40 non è solo una scelta economica, è un atto di resistenza contro l’abbandono delle aree interne. Significa portare tecnologia dove un tempo c’era solo fatica, senza mai perdere poesia. Prendete Simone Andrenacci e la sua azienda Le Radici a Sant’Elpidio a Mare. Simone è l’esempio vivente di questa rivoluzione: sui 16 ettari di famiglia ha creato un sistema di agroforestazione sintropica. Immaginate alberi e ortaggi che crescono insieme, aiutandosi a vicenda, in un ecosistema che imita la perfezione della natura per autoregolarsi. È un’agricoltura che rigenera, che cura il suolo mentre produce vita, il tutto protetto dalla certificazione biologica. Poco lontano, nella Valdaso, la famiglia Occhiodoro ci insegna che la tradizione è un fuoco da alimentare. Giunti alla quarta generazione, Daniele e i suoi hanno usato i fondi del CSR per accorciare le distanze: oggi, tra i filari di pesche tabacchiere e ortaggi di stagione, sorge un punto vendita a chilometro zero. È l’emozione di acquistare un frutto ancora caldo di sole, lì dove è nato, sapendo che ogni passo della filiera rispetta l’ambiente che lo circonda.

L’agricoltura marchigiana oggi è però molto più che coltivare la terra: è multifunzionalità, è saper accogliere. È il caso di Mauro Quacquarini a Serrapetrona, dove la Vernaccia di Serrapetrona DOCG nasce da 35 ettari coltivati con amore biologico. E che dire di Sonia Casagrande Conti e del suo agriturismo La Cerqua ad Arcevia? In questa fattoria biologica di 30 ettari si impara cosa significhi davvero “ospitare”. Non si offrono solo noci o composte fatte in casa, ma un pezzetto di vita rurale, tra attività didattiche e un’accoglienza che ti fa sentire, semplicemente, a casa. E infine, non si può parlare di terra marchigiana senza citare il sogno di Gino Girolomoni. A Isola del Piano, quella che negli anni ’70 era una sfida visionaria oggi è un modello internazionale: una cooperativa che trasforma il grano duro locale in pasta biologica, garantendo dignità agli agricoltori e qualità assoluta in tavola.

Le Marche ci insegnano che non esiste futuro senza radici. E queste radici affondano nel terreno fertile di una regione che ha deciso di scommettere sulla propria unicità, utilizzando i fondi europei non come un semplice sussidio, ma come un volano per la creatività, la sostenibilità e la rinascita di comunità che, oggi più che mai, hanno voglia di raccontarsi al mondo.

Marche, storia e memoria di una terra mai arresa

abbadia di fiastra

È probabilmente uno dei simboli più riconoscibili delle Marche. Situata tra i comuni di Urbisaglia e Tolentino, la Riserva Naturale Abbadia di Fiastra si estende su 1.834 ettari gestiti dalla Fondazione Giustiniani Bandini. Dopo i danni strutturali causati dal sisma del 2016, anche l’abbazia cistercense di Chiaravalle di Fiastra ha beneficiato di interventi di ristrutturazione finanziati dal PSR Marche 2014-2022. Il recupero funzionale degli spazi ha permesso di mantenere attiva l’offerta turistica e culturale del sito, esempio di integrazione tra storia, natura e agricoltura sostenibile.

È uno dei complessi cistercensi meglio conservati d’Italia, fondato nel 1142 da monaci provenienti dall’Abbazia di Chiaravalle di Milano che portarono qui il rigore della regola Ora et Labora. L’architettura riflette questa austerità: non troverete qui lo sfarzo del barocco, ma la purezza delle linee romanico-gotiche che elevano il pensiero verso l’assoluto. Il cuore pulsante del complesso è il chiostro quadrato, con il suo pozzo ottagonale al centro.

La storia dell’abbazia è un susseguirsi di secoli di splendore, segnati da un controllo agricolo e commerciale che si estendeva su decine di chiese e monasteri. Dopo il saccheggio di Braccio da Montone nel 1422, l’abbazia passò sotto diverse mani, dai Gesuiti alla nobile famiglia Giustiniani Bandini nel 1773, che aggiunse al complesso un elegante palazzo neoclassico e un giardino all’inglese che ancora oggi incanta.

Dalla spiritualità cistercense che ancora si respira tra le mura dell’Abbadia di Fiastra l’itinerario attraverso il patrimonio storico delle Marche non può che fare tappa ai piedi del Castello della Rancia. A soli sette chilometri da Tolentino, si staglia solitario in una piana che sembra non finire mai. Se l’Abbadia di Fiastra è il silenzio della preghiera, la Rancia è il fragore della storia e della battaglia. Le origini di questo edificio sono strettamente legate ai monaci di Fiastra. Nel XII secolo, infatti, la struttura era una “grancia”, ovvero un granaio dove i monaci raccoglievano e proteggevano i frutti della terra. Fu solo nel 1353 che Rodolfo II da Varano signore di Camerino decise di trasformare questo deposito in una vera e propria fortezza militare. La struttura quadrangolare che vediamo oggi, con la sua cinta merlata e le tre torri angolari, è un esempio perfetto di architettura difensiva medievale. L’ingresso era un tempo protetto da un ponte levatoio, oggi sostituito da una rampa in muratura.

Se Fiastra è terra e la Rancia è sangue, Cingoli è aria. Situato in una posizione panoramica dominante sull’alta valle del Musone, questo borgo si è guadagnato il titolo di Balcone delle Marche per un motivo molto semplice: la vista che si gode dalle sue terrazze permette di abbracciare gran parte della regione, dai monti dell’Appennino fino all’azzurro dell’Adriatico. Cingoli non è solo un punto panoramico, ma un gioiello architettonico fatto di pietra calda e vicoli stretti che raccontano una storia di nobiltà e fede. Il centro storico è un susseguirsi di palazzi rinascimentali e chiese medievali che sorprendono a ogni angolo. Piazza Vittorio Emanuele, il cuore del borgo, ospita il Palazzo Comunale e la torre campanaria, mentre poco distante la Cattedrale di Santa Maria Assunta si impone con la sua sobria facciata secentesca. Grazie ai fondi del GAL Colli Esini, il comune ha inoltre potuto realizzare un nuovo allestimento espositivo dedicato al Novecento. Questa mostra, che documenta l’attività artistica della città nel secolo scorso, non è solo una galleria d’arte, ma un atto di amore verso la propria identità. Attraverso le opere di maestri locali come Donatello Stefanucci, il borgo recupera e valorizza la propria memoria storica, rendendola accessibile a visitatori e residenti.

Il patrimonio storico, artistico e culturale delle Marche dialoga così con una natura che sarebbe riduttivo definire da cartolina, e diventa un invito a riscoprire le fondamenta stesse della civiltà rurale. Non si tratta di guardare a un passato immobile, ma di ammirare la capacità di questi luoghi di rinascere. Il restauro di un’abbazia ferita o il recupero di una collezione d’arte in un borgo montano non sono interventi tecnici fini a se stessi, ma atti di amore verso il futuro, resi possibili da quella sinergia tra risorse europee e amore per le radici che rende le Marche un esempio unico di resilienza culturale.



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