Kawajia kullu tamam..

Kawajia, kullu tamam? Il grande souk di Shendi, sulla sponda orientale del Nilo, si apre davanti a me come una immensa babilonia di colori e suoni, un caos indescrivibile di forme sublimate da un continuo, quasi ritmico movimento che pare ...

  • di RoboGabr'Aoun
    pubblicato il
  • Partenza il
    Ritorno il
  • Viaggiatori: da solo
    Spesa: 3500

Kawajia, kullu tamam? Il grande souk di Shendi, sulla sponda orientale del Nilo, si apre davanti a me come una immensa babilonia di colori e suoni, un caos indescrivibile di forme sublimate da un continuo, quasi ritmico movimento che pare non coinvolga soltanto le migliaia di persone ma gli stessi banchetti, le tettoie, le decine di stuoie distese al suolo ad ospitare le verdure che la Madre Acqua dispensa in questo deserto arido...Fermo il fuoristrada sulla via che costeggia il margine del mercato da sud, all’ombra effimera di un porticato di calce bianca, unico baluardo ad un sole che già in gennaio ruggisce e taglia le membra con artigli di fuoco.

In 11 anni ho camminato per i vicoli di infiniti mercati arabi, ma qui, in Sudan, è un altro mondo.

Un mondo a colori sgargianti che lascia senza respiro se si ha l’accortezza di sedersi a guardare,lasciandosi scendere dentro questo caos che in fondo è perfetta armonia.

Le tettoie di paglia si susseguono l’una accanto all’altra, unite da un intrico di corde, cordini, spaghi a sorreggere impalcature primitive, di pali ritorti. Stuoie di iuta coprono gli stretti camminamenti tra le bancarelle, ed il cielo ne risulta completamente oscurato, sì che il souk, alla fine, viene a formare un microcosmo di ombra nella piazza assolata, in cui anche i sassi della via sembrano trovare ristoro dalla calura.

Scendo dall’auto, direttamente nella folla di bournous candidi che mi sfila accanto. Sono in molti a guardarmi con curiosità: il turismo ancora non esiste, è un evento raro incontrare “l’uomo bianco”, ancora più raro incontrarlo qui,nel cuore pulsante del villaggio.

Le grandi arcate del porticato ospitano innumerevoli banchetti di mercanzie d’altri tempi: c’è l’angolo dell’orologiaio, quello del ciabattino, quello del tessitore. Sento chiamare il mio nome e volgendomi incontro gli occhi maliardi del vecchio Ibhraim, sepolto dietro le sue stoffe, la sua vetusta macchina da cucire alla base di una colonna dei portici. Ci salutiamo da amici, sfiorandoci con la mano destra le spalle, portandola poi direttamente al cuore in quel gesto meravigliosamente universale che accomuna tutti gli africani del nord.

Due donne vestite di scialli variopinti, sedute ai loro minuscoli banchetti di venditrici di tè, mi sorridono, riconoscendo lo strambo straniero biondo ,con i suoi buffi orecchini. Chiacchieriamo un po’, Ibhraim ed io, mentre i bicchierini di chaij fumante arrivano senza bisogno di richiesta: un incontro tra amici non può avvenire senza un tè. Un paio di animatissimi ristorantini si affacciano lì accanto, ed i grandi orci colmi di braci ardenti sfrigolano, mentre nell’aria già soffocante si alzano le onde di calore , e le volte ombrose si riempiono di quei profumi speziati che solo la cucina araba sa creare...Tutti gli occhi sono rivolti a me, lo straniero. Passo tra gli avventori e quasi ad ogni tavolo mi ritrovo a stringere mani, ad intingere bocconi di pane in succulenti piatti di full, di riglha, di bamijah. E’ una sensazione incredibile, di familiarità, quel “sentirsi al posto giusto” che sempre mi riempie l’anima quando scendo in Africa.

Il richiamo continuo, cantilenato, dei venditori di banane sovrasta il frastuono dei pick up e dei grossi e variopinti camion da trasporto che ingombrano la strada di terra battuta, facendosi largo tra centinaia di carri ricolmi di paglia, fieno, insalata, canna da zucchero. Decine di ragazzi attraversano la via trasportando sulla testa , in un equilibrio che sconvolge, lunghe tavole di legno zeppe di quel buon pane senza lievito, in pagnottelle tonde, così invitante che ne mangeresti a bizzeffe...Fanno la spola dal forno al mercato, tutto il giorno e tutti i giorni

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