Misteri e leonesse

Quattro donne in Sudafrica: la grotta di Sterkfontein e il Calendario di Adamo... avventura nella Culla dell'umanità

 

Siamo tornate da pochi mesi dal nostro ultimo viaggio in Sudafrica. Questa volta ci sono andata con un gruppo di donne, tutte di età diverse e con diverse competenze e curiosità: Virginia (30 anni, con la telecamera alla mano), Natalia (39 anni, un’amica archeologa e blogger) e Zoe (22 anni, studentessa al terzo anno di antropologia, mia figlia). Ecco il racconto di quello che ha visto lei, Zoe.
Syusy Blady

Il viaggio secondo Zoe

È raro non aspettarsi nulla di preciso da un viaggio, ma a volte succede. Il viaggio in Sudafrica è stato unico nel suo genere, perché lo abbiamo vissuto con davanti un orizzonte pieno d’incognite. Personalmente non avevo idea di cos’avrei trovato, sia riguardo ai luoghi sia alle persone che avrei incontrato. Dovevamo partire e non ho fatto in tempo a prepararmi, né a leggere il programma, quindi ogni cosa che ho visto mi è sembrata sorprendente. Avevo studiato le guerre angloboere, l’Apartheid e Nelson Mandela a scuola, ma andare nei luoghi di queste storie e cercare di cogliere e capirci qualcosa è un altro paio di maniche. Come turiste per caso, avevamo il compito documentare il viaggio, così ti ritrovi a restare in un luogo per una o due settimane e a dover raccogliere più storie possibili, avendo poco tempo per elaborarle e approfondirle. E in questo modo ti arrivano sempre le esperienze e le storie più disparate. Questo, in Sudafrica, è stato un viaggio fuori dalle grandi città, fuori da Johannesburg e da Cape Town, che non abbiamo neppure toccato. Abbiamo fatto la zona a Nord-Est di Johannesburg, la zona dei parchi e della culla dell’Umanità. La troupe era formata da mia madre (Syusy Blady), Natalia (archeologa e fashion blogger, il suo sito si chiama On Ibiza Clouds), Virginia (operatrice video e montatrice) e me stessa (studentessa di antropologia culturale e aspirante filmaker). Con tre telecamere alla mano e con Enrica dell’agenzia South African Dream a guidare i nostri passi, abbiamo filmato dai musei del Cradle of Humankind agli animali del Kruger National Park, dalle township alla scuola di ranger del Kruger e tanto altro. Ma partiamo con ordine.

Prima parte?

In questa prima parte dell’articolo voglio parlarti (ti do del tu e mi rivolgo proprio a te, lettore) di ciò che abbiamo visto nella prima parte del nostro viaggio, il che significa: niente parchi e niente animali. Lo so, non linciarmi! Anch’io conservavo gran parte del mio entusiasmo in Sudafrica, per il momento in cui avrei visto un ghepardo o un elefante. E prossimamente, in un altro numero della rivista di TPC, di storie sugli elefanti ne troverai a bizzeffe! Ma il Sudafrica non è solo il Kruger Park e vale la pena descrivere altre tappe assolutamente da non perdere. Anche perché uno dei motivi per cui abbiamo intrapreso questa piccola spedizione è che proprio su questa terra sono state trovate dai paleontologi le prime tracce dell’essere umano come lo conosciamo. Qui è la Culla dell’Umanità intrisa di “mistero”, a detta di mia madre. E in effetti…

La Culla dell’evoluzione umana

Forse anche tu, lettore, leghi l’immagine dell’enorme continente africano a quella della Culla dell’Umanità. Per quanto mi riguarda, ormai associo il Sudafrica allo scintillio che vedevo negli occhi della professoressa di Antropologia Fisica quando, a lezione, accennava a questa zona e in generale a tutta la parte Sud del continente africano. Perché è qui che sono stati trovati tanti reperti umani dei nostri più antichi antenati ed è qui che, se t’interessa la storia dell’evoluzione della nostra specie (o meglio, la storia della ricerca della spiegazione dell’evoluzione della nostra specie), trovi dei luoghi perfetti per raccontarla. Dopo un lungo viaggio con EgyptAir, passando per Il Cairo, la via più veloce per una meta così lontana, che ha il vantaggio di avere pressappoco il nostro stesso fuso orario, arriviamo pronte per l’avventura! Primo giorno direttamente a Maropeng, lì dove è stato trovato l’Australopiteco Africanus, ovvero il primo esempio di quello che sarebbe divenuto l’uomo. Nel 1999 questa zona a 50 km da Johannesburg fu dichiarata patrimonio dell’Unesco. Nel 1936, nella grotta di Sterkfontein – che è parte della visita turistica – è stato appunto trovato il primo Australophitecus africanus adulto. E nel 1947 ne fu trovato un altro: un cranio quasi completo di una femmina adulta della stessa specie. Devi sapere che in antropologia fisica è estremamente importante trovare di un individuo parti come il cranio e il bacino, che ci danno informazioni sul sesso, il bipedismo, la capacità cranica e l’alimentazione della persona a cui appartenevano quelle ossa. Un altro elemento essenziale è riuscire a trovare quanti più individui possibili in uno stesso luogo. Tutte quelle specie che troviamo nella storia dell’evoluzione sono “categorie” utili date dai paleoantropologi al fine di capire meglio quell’evoluzione. Ma la storia di queste categorie è sempre in fase di riscrittura e avere per le mani moltissimi individui lasciati a decomporsi in una stessa zona (il che è il caso dell’Homo Naledi, ritrovato recentemente proprio lì in Sudafrica) ci aiuta a capire la differenza e le somiglianze tra questi, proprio per saperne di più riguardo alla loro specie e quanto era vicina o parente dell’homo sapiens. È per questo che il sito di Maropeng è così importante: pensa che per adesso sono stati trovati all’interno della stessa zona ben 500 ominidi di Homo Naledi! E gli scavi all’interno della grotta di Sterkfontein continuano ancora oggi… La storia dell’evoluzione non è lineare, ma è fatta di tanti rami familiari e il museo del Cradle of Humankind che siamo andati a visitare offre un ottimo sguardo su quella che è stata e che è la nostra storia evolutiva. Molto interessante il fatto che abbiano voluto dare uno spazio anche alla rivendicazione della lotta per gli eguali diritti compiuta attraverso gli ultimi cent’anni. Su un muro ci sono delle stampe di numerosi manifesti: Mandela, scioperi femministi e manifestazioni di lavoratori con accanto la scritta “E tu cosa ne pensi?”. Poi, nel museo multimediale, tra la ricostruzione di un dodo (quel buffo uccello estinto) e di numerose specie di ominidi, ecco l’Eva mitocondriale, della quale tutti noi conserviamo il DNA

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