Syusy racconta: il viaggio in Senegal, Mali e Togo

<em>Continua la chiacchierata intervista con Syusy sul viaggio in Senegal, Mali e Togo. Se avete perso la prima parte potete <a href='/noi/tamtam/testo.asp?ID=222'>leggerla a questo link</a>.</em> <strong>Samira: Mi sembra di avere capito che in Africa ci sono peculiarità di antichissima risonanza ...

 

Continua la chiacchierata intervista con Syusy sul viaggio in Senegal, Mali e Togo. Se avete perso la prima parte potete leggerla a questo link.

Samira: Mi sembra di avere capito che in Africa ci sono peculiarità di antichissima risonanza che appena uscite fuori hanno fatto la fama di qualcuno, mentre in quel contesto sono viste come gli antipodi della civilizzazione occidentale. Non le sembra un paradosso? Certamente è vero. Quando arrivi in Africa non vedi grandi città, grandi costruzioni, ecc ma c’è una storia antichissima: lì sono state trovate tracce dei primi ominidi sulla terra come l’homo sapiens sapiens. Il deserto nasconde reperti preziosi, noi stessi abbiamo trovato un’ascia fatta con pietra scheggiata (che ovviamente abbiamo lascito lì). È una zona che ha rappresentato un po’ la culla dell’umanità da cui, secondo i più recenti studi di paleoantropologia, sono partiti i primi ceppi della nostra specie. Le costruzioni chiaramente erano di fango e mattoni e sono state distrutte facilmente dal tempo, ma i miti sono sopravvissuti.

Di cosa narrano i loro miti? I miti Dogon parlano dell’incontro con gli dei che hanno fatto l’uomo, i “Nommo”, che sono usciti dal mare travestiti da pesce. Erano come anfibi e hanno insegnato loro tutto quello che sanno, compresa l’esistenza di Sirio b, una stella invisibile a occhio nudo, una nana bianca gemella di Sirio che noi abbiamo potuto vedere solo grazie a strumenti complicatissimi.

Loro conoscevano questa stella, ma sappiamo in realtà come hanno fatto? Beh, su questo argomento hanno scritto numerosi libri, ci sono ipotesi diverse, tipo di una conoscenza astronomica derivante dalla vicinanza con la cultura egizia. Lo scrittore Robert Temple ha ipotizzato che i Dogon conoscessero questi fatti da almeno 500 anni, e che li avessero appresi dagli esseri anfibi provenienti, appunto, da Sirio. In realtà tutte le ipotesi sono basate su elementi inconsistenti, è un vero e proprio mistero.

Cosa ci racconti dei Dogon? I Dogon sono scappati nella falesia (un costone roccioso quasi inaccessibile, N.D.R.) per sfuggire all’espansione islamica, e così hanno salvaguardato di più la loro identità culturale e religiosa. Per questo i loro miti sono arrivati quasi intatti fino a noi. La loro mitologia rappresenta un po’ tutta quella parte d’Africa, perché le altre etnie che si sono rivelate più permeabili all’islam hanno dovuto ibridare la propria cultura.

La falesia era disabitata? No, i Dogon hanno sostituito i Telem che vivevano nelle grotte nella falesia, ed è molto strano che una popolazione di agricoltori si sia adattata a vivere in un paesaggio così inospitale. Hanno organizzato la loro vita in modo da potere restare in quel posto come contadini, coltivando dei pezzi di terra fertile attorno a rivoli d’acqua sopra una falesia in cui non c’è niente.

Come sei arrivata ai Dogon? In un Internet cafè ho contattato un giovane che faceva la guida (che poi ho scoperto essere il nipote di Ogotemmeli) per farmi accompagnare. Sono andata col libro che conteneva le leggende raccolte da Griaule, che lui non aveva mai letto. Non solo: ricordava vagamente queste leggende. In pratica io ho raccontato le storie del nonno a lui che non le conosceva perché c’è stata una generazione di buio in mezzo. Praticamente se non ci fosse stato Griaule a scrivere le leggende e io a leggerle, il ragazzo non ne sarebbe venuto a conoscenza. Poi gli ho regalato il libro. Questa è la dimostrazione che le culture orali rischiano di scomparire, basta una generazione per dimenticarle. Ogotemmeli ha avuto la lungimiranza di donarle a un bianco per trascriverle e lasciarle a futura memoria. Il ragazzo diceva “Mio nonno sapeva le cose perché parlava coi Telem”

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